IAI
Partecipazione e cambiamento

Movimentismo: la domanda di politica dei giovani

13 Apr 2018 - Michele Valente - Michele Valente

March for Our Lives ha spostato l’asse della protesta sulla richiesta di partecipazione politica dei giovani statunitensi. La manifestazione, innescata dalla strage nel liceo di Parkland in Florida lo scorso febbraio, vuole dare seguito all’esigenza di maggiori controlli sulle vendite delle armi, contrastando le pressioni esercitate in senso opposto dalla National Rifle Association nel circuito politico-elettorale.

La fioritura di movimenti giovanili nell’ultimo decennio, coincisa con la crisi economica, muove dalla necessità di un’azione integrata, condotta sui social media e con manifestazioni in strada, per affrontare problemi sociali complessi e l’insufficiente capacità di risposta istituzionale: da Occupy Wall Street ai giovani indignados spagnoli del Movimento 15-M, la partita ha riguardato lo stretto rapporto tra erosione delle tutele sociali e crescenti diseguaglianze socio-economiche.

Gli Stati Uniti sono l’epicentro del movimentismo, erede diretto della “cultura attivista” consolidatasi in ambito studentesco dai tempi del Free Speech Movement dell’Università di Berkeley (1964). Tra il 2012 e il 2014, gli omicidi di Trayvon Martin (17 anni) e Michael Brown (18) ebbero ampia risonanza nel dibattito pubblico mentre in rete cominciava a circolare l’hashtag #BlackLivesMatter: l’omonimo movimento nato nel 2013 su iniziativa delle trentenni Alicia GarzaPatrisse CullorsOpal Tometi si è ramificato a livello locale, impegnandosi nella lotta al razzismo e alla discriminazione nei confronti della comunità afro-americana. Nuclei di protesta si sono strutturati in organizzazioni rilevanti sul piano politico e mediatico, radicandosi nello spazio pubblico statunitense.

Giovani e partecipazione: il ‘movimento’ nel Vecchio Continente
Il ‘movimento delle piazze’, manifestatosi in Spagna e Grecia tra il 2010 e il 2011, si rivolse all’establishment europeo. All’apice della depressione economica, le fasce sociali più deboli stavano subendo le conseguenze degli squilibri nel mercato del lavoro: stando ai dati Ue (riferiti al 2010-2011), oltre il 20% dei giovani nell’Europa del Sud e in Irlanda risultava non impegnato in percorsi formativi e la crescita del tasso di disoccupazione giovanile raggiunse il massimo storico del 24% (media Ue, 2013).

La propagazione della protesta contro le politiche d’austerità o a difesa dei diritti ha assunto caratteristiche peculiari a livello nazionale. Critiche verso le elité e catalizzatrici delle istanze di disagio socio-economico, le principali forze politiche anti-sistema sono emerse in un clima di sfiducia istituzionale. Syriza, Podemos e M5S, con proposte politiche differenti, hanno raccolto consensi nelle reti sociali giovanili con il contributo di blogger e attivisti sul Web.

La formazione di ‘correnti di opinione’ in Rete si è tradotta in impegno attivo su questioni che dividono governo e opposizioni: da due anni, la difesa del diritto all’aborto coinvolge molte donne e ragazze polacche, mentre in Ungheria giovani volontari delle Ong sono impegnati nel sostegno ai migranti.

L’ultimo report sui giovani europei (Eurobarometro, settembre 2017), rileva un incremento rispetto al primo anno d’indagine (2011) del tasso di partecipazione ad attività politiche – il 64% degli intervistati ha votato in almeno una consultazione elettorale negli ultimi tre anni – e sociali – il 31% ha partecipato ad attività di volontariato nell’ultimo anno. Il campione indagato (d’età compresa tra i 15 e i 30 anni) indica come priorità l’istruzione, l’occupazione, la salvaguardia ambientale e la gestione dei flussi migratori attraverso l’integrazione sociale e la formazione di competenze professionali.

L’iniziativa ‘Nuova narrativa sull’Europa’, promossa dalla Commissione europea, mira a coniugare progetti scientifici e culturali con un coinvolgimento dei giovani cittadini europei nei processi decisionali. Aspetto cruciale nell’affrontare gli obiettivi in agenda, quali contrasto alla disinformazione e alla proliferazione dell’estremismo, ricerca di soluzioni eco-compatibili per la mobilità e relazioni in ambito formativo e lavorativo tra i Paesi dell’Unione europea.

Giovani e organizzazione politica: il caso Hong Kong
Nel settembre del 2014, la ‘Rivoluzione degli Ombrelli‘ acuì la tensione politica tra giovani studenti e attivisti di Hong Kong e governo cinese. Lo statuto speciale della regione, sancito nel 1997 sul principio “one country, two systems”, concede ampie garanzie a tutela dell’autonomia amministrativa, minacciata, secondo i movimenti autonomisti, dalle “eccessive ingerenze” esercitate da Pechino per l’approvazione di una nuova riforma elettorale in vista delle elezioni locali del 2017. I dimostranti contestano la riduzione del numero di candidati alla carica di chief executive e la successiva designazione da parte di una commissione elettorale nominata dall’esecutivo cinese.

Le manifestazioni organizzate dal movimento Occupy Central che si protrarranno per 79 giorni sono dense di simboli: le “fiaccole” di smartphone per coordinare lo svolgimento ordinato dei cortei e condividere contenuti in rete, le magliette nere per richiamare la memoria di Piazza Tienanmen, così come gli ombrelli, impiegati per proteggersi dai gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, sottolineano il carattere non-violento delle iniziative. Un ombrello giallo è presente in aula nel giugno 2015, quando il Consiglio legislativo respinge il progetto di riforma.

Un anno dopo, i giovani partecipano attivamente al voto, contribuendo alla crescita dell’affluenza alle urne (58%, massimo storico, nel settembre 2016). Le giovani organizzazioni politiche si formano nell’esperienza di Scholarism, gruppo studentesco attivo nella ‘Rivoluzione degli ombrelli’, ottenendo 30 seggi in parlamento: ventenni come Joshua WongAgnes Chow e Oscar Lai danno vita a Demosisto, partito democratico rappresentato dal giovane deputato Nathan Law, mentre nelle fila di Youngspiration sono eletti i fondatori Yau Wai-ching e Sixtus Leung che invocano un referendum sull’autodeterminazione di Hong Kong entro il 2020.

Un sondaggio svolto nelle stesse settimane mostra che il 40% dei giovani cittadini (tra i 15 e i 24 anni) si dichiara favorevole d un’indipendenza della regione dalla Cina dopo il 2047. Li hanno definiti “localisti” e vogliono una svolta storica, quella che molti giovani nel mondo aspirano ad imprimere nella realtà politica del loro tempo.