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Verso una fase da comprimari

Siria: Italia, segnali cambiamento nella politica estera

15 Apr 2018 - Nicoletta Pirozzi - Nicoletta Pirozzi

Le reazioni delle forze politiche italiane alla crisi siriana in corso in queste ore rivelano uno dei primi segnali di cambiamento della nuova fase politica italiana. La collocazione internazionale dell’ Italia rappresenterà uno dei primi terreni su cui si misurerà l’impatto dei risultati elettorali del 4 marzo. Mentre il governo Gentiloni ancora in carica e il segretario reggente del Partito democratico condannano con fermezza l’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Assad e si schierano con i tradizionali alleati – Stati Uniti, Francia, Regno Unito -, le posizioni dei leader dei maggiori partiti segnano una chiara distanza, in alcuni casi estremamente significativa.

Di Maio ribadisce l’alleanza con l’Occidente e si rifugia in una vaga dichiarazione sulla necessità di lavorare in un’ottica di pace, senza pronunciarsi sulla scelta di mettere a disposizione degli Alleati le nostre basi militari. Salvini invece entra a gamba tesa e addirittura nega l’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Assad, condanna il ricorso a raid e bombardamenti annunciati dal presidente Usa Trump e chiede a Gentiloni di pronunciarsi contro un’azione militare.

Le affinità elettive di grillini e leghisti sul fronte europeo
In un colpo solo, vacillano tutti e tre i pilastri tradizionali della politica internazionale dell’ Italia: la scelta europea, l’alleanza transatlantica, la proiezione nazionale nello scenario mediterraneo e mediorientale. Che l’aria della politica estera italiana sembrasse tirare verso Est era chiaro dalle proposte di politica estera avanzate da Movimento 5 Stelle e Lega durante la campagna elettorale e dall’orientamento dell’elettorato dei due partiti, come rivela un’interessante indagine IAI-LAPS del settembre 2017: in maggioranza euroscettico, isolazionista, filo-russo, contrario a interventi militari internazionali, anti-immigrazione.

Queste posizioni confermano le affinità elettive di grillini e leghisti sul fronte europeo: distanti da Parigi, Berlino e Bruxelles e inclini a solidarizzare con l’Ukip di Nigel Farage, il Rassemblement National di Marine Le Pen, la democrazia illiberale di Viktor Orbán. Vero è che i leader di entrambi i partiti hanno cercato di rassicurare gli interlocutori internazionali assumendo posizioni più caute rispetto all’adesione all’Unione europea (e alla moneta unica) e all’Alleanza Atlantica, e attraverso incontri con i rappresentanti diplomatici e attori economici europei (come nel caso del viaggio a Londra di Di Maio dello scorso gennaio) e internazionali (come nel caso del tour di Salvini presso le ambasciate russa, americana e cinese a Roma).

In tutte le ipotesi, orientamento dell’ Italia in Europa appare incerto
Ma se i toni della campagna elettorale e del periodo dell’opposizione sono destinati inevitabilmente ad attenuarsi nella fase post-voto e governativa, non sembra plausibile che il nocciolo duro delle scelte in tema di politica estera ed europea cambino radicalmente. Nell’ipotesi di una coalizione di centro-destra al governo, l’unico ancoraggio delle istituzioni di Bruxelles sarà Forza Italia, possibilmente guidata dall’attuale presidente del Parlamento europeo Tajani.

Nel caso di un governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega, è probabile che toccherà ai grillini accreditarsi come interlocutori moderati, possibilmente attingendo alle competenze di esperti esterni e affidandosi all’esperienza dell’amministrazione pubblica. Se è poco probabile uno scenario di accordo tra una di queste forze con il Partito democratico, resta l’opzione di un governo del Presidente che coinvolga tutti gli attori politici in campo e traghetti il paesi verso nuove elezioni, probabilmente in contemporanea a quelle europee del prossimo maggio.

In ogni caso, l’orientamento dell’ Italia in Europa sembra incerto, e questo non è una buona notizia per il nostro Paese, ma nemmeno per l’Europa stessa. I prossimi mesi saranno particolarmente importanti per il rinnovo e il rilancio di alcune fondamentali iniziative: il completamento dell’Unione economica e monetaria, in particolare attraverso il rafforzamento dell’Unione bancaria e la riforma del Meccanismo europeo di stabilità; il negoziato sulle prospettive finanziarie dell’Ue per il 2021-2027 e su una capacità di bilancio per la zona euro; l’attuazione dell’agenda sociale, la riforma del sistema di Dublino e del diritto di asilo europeo.

Più lontani dall’ancoraggio franco-tedesco, ma in che direzione?
Ci sono poi i negoziati per la Brexit che organizzeranno il partenariato tra l’Ue e la Gran Bretagna, le reazioni europee al caso Skripal e il rinnovo delle sanzioni alla Russia, le risposte a una possibile nuova offensiva commerciale degli Stati Uniti, il futuro delle relazioni con la Turchia e i Balcani occidentali, le politiche da attuare per la crisi libica, e il salvataggio dell’accordo sul nucleare iraniano. Senza tralasciare la necessità di fronteggiare le minacce interne allo stato diritto, che arrivano da Paesi come l’Ungheria e la Polonia, e quelle derivanti dalla radicalizzazione. Infine, si avvierà tra poco il percorso di avvicinamento alle prossime elezioni europee del maggio 2019 e del futuro assetto istituzionale dell’Unione.

Sulla base dei primi segnali, l’ Italia presumibilmente si allontanerà (non è chiaro di quanto) dall’ancoraggio franco-tedesco verso nuovi territori: Budapest, Vienna, Amsterdam. Si fatica pero’ a scorgere la coincidenza di interessi con questi attori, dalla politica estera e mediterranea a quella economica e migratoria. L’ Italia ha interesse a condividere il peso della pressione migratoria a livello continentale: i modelli della Lega sono i primi avversari della comunitarizzazione del problema migratorio. L’ Italia ha interesse a che l’Europa svolga un forte ruolo stabilizzatore nel vicinato: i nuovi possibili alleati del Governo che verrà (o che potrebbe venire) sono granitici sostenitori del primato della politiche nazionali. E cosi via.

In ultima analisi, con la sconfitta dei partiti tradizionali di centro-destra e soprattutto di centro-sinistra, sembra vacillare pericolosamente la scelta europea dell ’Italia, peraltro già anticipata dal calo significativo del sostegno dei cittadini italiani all’Unione registrato dagli ultimi sondaggi dell’Eurobarometro. Inoltre, sia l’incertezza degli orientamenti di nuovi attori come il Movimento 5 Stelle, che le posizioni marcatamente euroscettiche ed estremiste della Lega, che la scarsa legittimità di un governo di transizione costituiscono una pesante ipoteca sull’influenza dell’Italia nelle prossime tappe della costruzione europea. E’ probabile che dovremo rassegnarci ad una fase che ci relega al ruolo di comprimari, per poi riorganizzare la politica europea del Paese nella nuova geografia delle forze che saranno alla guida dell’Unione nella prossima legislatura.