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Parabola alla Renzi?

Francia: Macron quasi un anno dopo, luci ed ombre

13 Apr 2018 - Alessandro Miglioli - Alessandro Miglioli

Il primo anniversario dell’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo è ormai dietro l’angolo – 23 aprile e 7 maggio 2017 le date dei voti – ed è dunque giunto il momento per un primo bilancio del suo operato. Se una valutazione dei risultati economici conseguiti sarebbe sostanzialmente assurda, un primo studio della tenuta a livello di supporto popolare è invece opportuna.

Une: una sbornia per Macron e i rischi
L’Unione europea è riuscita a incassare il colpo della Brexit senza frantumarsi. E anche la probabile svolta sovranista dell’Italia sembra non impensierire troppo Bruxelles, forse proprio perché, a causa della scarsa stabilità politica del Belpaese negli ultimi anni, si era già deciso da tempo di fare scarso affidamento su Roma.

Quel che è certo però è che, a questo punto, un eventuale sgretolamento dell’asse Parigi-Berlino sarebbe il coup de grace definitivo per il progetto di integrazione europea. La vittoria a valanga dell’anno scorso, oltre che dalla legge elettorale francese, marcatamente maggioritaria, è stata garantita da una grande scommessa centrista di Macron, che è riuscito a presentarsi come unica alternativa ecumenica per sconfiggere il Front National di Marine Le Pen.

Ma i Parlamenti non sono per sempre. L’azzardo che questa “scommessa moderata” potrebbe rivelarsi essere è sotto gli occhi di tutti gli italiani dopo lo scorso 4 marzo: al di là delle appartenenze politiche, e visti i molti punti di contatto fra le due figure, è possibile che Macron faccia la stessa fine di Renzi, alla fine del suo mandato.

Politica internazionale: un presidente a suo agio
Per cominciare, parliamo di politica internazionale. In questo ambito Macron si è saputo muovere abilmente, mostrandosi all’altezza di politici con molta più esperienza (anche solo per ragioni anagrafiche) e intessendo una rete di rapporti di primo livello.

Sullo scenario europeo, in particolare, le vittorie di immagine sono state numerose, dagli accordi preliminari con il Regno Unito per la creazione di un collegamento stradale sotto la Manica, al rafforzamento dell’asse con Berlino, grazie anche alla maggiore vicinanza di vedute con la cancelliera tedesca Angela Merkel, rispetto al suo predecessore Hollande.

Macron ha già dimostrato di potere gestire situazioni scabrose in maniera vincente grazie a una buona dose di realpolitik. La questione dei cantieri STX con l’Italia, risolta con un accordo accettabile per entrambe le parti, nonostante le iniziali titubanze italiane, il famigerato incontro con Donald Trump, con l’interminabile stretta di mano, vista da molti come un vero e proprio power struggle; o anche l’essere riuscito a mantenersi in disparte rispetto alla crisi catalana, nonostante quasi mezzo milione di persone etnicamente catalane vivano nel dipartimento dei Pirenei orientali, storicamente parte della regione indipendentista.

Politica interna: grattacapi da destra e sinistra
Ma se sul campo della politica internazionale Macron ha certamente saputo districarsi, è nella politica interna che si ottengono i consensi per governare, e dove si annidano i più acerrimi nemici di un politico. Ed è appunto sul fronte interno che Macron si è ritrovato maggiormente in difficoltà, costretto com’è dall’inizio del suo mandato a combattere una guerra su due fronti.

In primo luogo, in quanto candidato più europeista nel panorama politico francese, Macron ha dovuto guardarsi dal già citato Front National di Marine Le Pen, che cavalca l’ondata montante di nazionalismo a livello europeo e che continua a trovare terreno fertile in Francia grazie all’ancora presente minaccia terrorista.

Ma se a destra la retorica anti-europeista può erodere in una certa misura il consenso del più giovane presidente della storia francese, è da sinistra che sono arrivati i maggiori grattacapi per Macron.

Le politiche di taglio della spesa pubblica imposte dal governo centrista sono state difficili da digerire per la popolazione francese, abituata ad un welfare state di primo livello. Questo ha permesso alle due formazioni di sinistra, il partito socialista e La France insoumise, di Jean-Luc Mélenchon, di creare una mobilitazione semi-permanente contro i tagli delle spese e del welfare imposti dal governo.

Strumentale nella crescente ondata di proteste è stato anche il ruolo dei sindacati del lavoro francesi, critici dell’austerità imposta alle casse dello Stato fin dal primo bilancio proposto da Macron nel 2017 e che da sempre hanno mal digerito il passato professionale del presidente in istituzioni finanziarie private.

I tassi aggregati di approvazione del presidente sono scesi già di 20 punti percentuali dalla sua ascesa all’Eliseo. E anche se questo trend è riconoscibile nella storia di molte legislature francesi, ed un anno è certamente un periodo breve per trarre delle conclusioni, l’impressione è che il paragone con l’esperienza di governo di Renzi, finita malamente per il diretto interessato, possa valere.

Questa impressione è confermata anche dalle difficoltà incontrate da vari leader occidentali sostenitori di politiche centriste negli ultimi anni, dalla democratica Hillary Clinton ai Tories moderati di David Cameron e di Theresa May, usciti sconfitti dalla campagna sulla Brexit ed ora in difficoltà nell’arginare l’avanzata dei laburisti, passando anche per Angela Merkel, recentemente ridimensionata elettoralmente.