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Distruzione e ricostruzione

Afghanistan: guerra senza fine che giova solo a Mosca

13 Apr 2018 - Marco Petrelli - Marco Petrelli

Secondo il rapporto di UN Assistance Mission in Afghanistan, solo nel 2017 circa 10 mila persone sono state vittima di attacchi terroristici o dell’esplosione di Ied (Improvised Explosive Devices), cioé in dettaglio 3438 morti e 7015 mila feriti. Varrebbe a dire l’equivalente di tutti i militari della Coalizione caduti dal 2001 al 2018 (3548 morti). E che il conflitto afghano nell’ultimo anno abbia subito una recrudescenza lo ha ricordato anche il presidente Ashraf Ghani nel corso del Vertice di Tashkent il 26 marzo.

“La guerra è cambiata in modi brutali e inimmaginabili. Le regole storiche della guerra sono completamente ignorate dal nemico, che sfacciatamente e strategicamente sta prendendo di mira i civili. Donne e bambini sono tra le vittime. Il nemico sta conducendo una guerra contro i nostri ospedali, le nostre scuole, le nostre piazze pubbliche, anzi contro la nostra vita pubblica”, ha detto Ghani, rivolgendosi ai rappresentanti di Nato, Unione europea e Federazione russa.

Le enormi perdite umane che si registrano nel Paese degli Aquiloni confermano due cose: che nessun esercito è mai riuscito e, forse, mai riuscirà a controllare la nazione e che Kabul dipende dal continuo sostegno internazionale della Nato, ma anche di Mosca, che non ha mai smesso di interessarsi all’area centro-asiatica nemmeno dopo il dissolvimento dell’Urss.

L’attenzione della Russia per il Paese degli Aquiloni
Dal 1991, infatti, l’esercito russo mantiene operativa la 201° Divisione motorizzata lungo il confine afghano-tagiko-uzbeko per combattere infiltrazioni di terroristi, narco-trafficanti e smluggers. Esistono, inoltre, accordi bilaterali di cooperazione con Tagikistan e Uzbekistan, quali ad esempio quelli siglati nel febbraio di un anno fa a Dushanbee e riconfermati il 4 aprile in occasione della visita del ministro degli Esteri tagiko Sirodjidin Aslov in Russia.

Un incontro durante il quale le sorti dell’Afghanistan sono state argomento di confronto fra i ministri, ulteriore conferma della costante attenzione che la Federazione mostra per la situazione afghana. In particolare, in seguito alle incursioni condotte a marzo dalla US Air Force e dalla Afghan Air Force nelle province di Kunduz, Nangarhar e Kandahar, il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov non ha mancato di evidenziare come “le perdite civili ci preoccupano molto. Tutto ciò dimostra ancora una volta che la nuova strategia guidata dagli Stati Uniti in Afghanistan, che sottolinea l’uso più ampio della forza, è un fallimento che moltiplica i crimini contro l’umanità e implica i loro alleati in essi. Tali soluzioni militari portano solo ad un aumento del numero di oppositori dell’attuale governo in Afghanistan e riducono il sostegno alle recenti iniziative di pace della leadership di quel Paese”.

‘Crimini’ e attentati, droni e Ied
I “crimini” sono attacchi di caccia e droni a postazioni o a potenziali rifugi di terroristi che talvolta coinvolgono civili. Una strategia non nuova, in realtà, già ampiamente sperimentata dall’Armata Rossa nella campagna militare del 1979-1989 e che ha causato ingenti perdite fra la popolazione civile senza tuttavia dare al Cremlino la vittoria in un conflitto decennale, risoltosi con una ritirata e con il caos politico e amministrativo in tutta la nazione centro-asiatica.

Sono trascorsi quasi trenta anni da quella sonora sconfitta eppure la Russia guarda ancora a quell’angolo di mondo con vivo interesse; difficile, invece, capire le intenzioni di Putin considerando che l’Alleanza atlantica mantiene operativa una forza di 13 mila uomini da 39 nazioni.

Una sola cosa è chiara: gli americani non intendono mollare l’Afghanistan perché esso è uno degli scacchieri sui quali si gioca il confronto con la Russia. Certo, è meno importante dell’area baltica dove l’influenza della Nato si è notevolmente estesa con la partecipazione, alle missioni di air policing, di Paesi storicamente anti-russi come i Baltici e la Polonia; e meno importante della Siria e dell’Ucraina indispensabili per contenere l’influenza di Mosca nel Mediterraneo sud orientale e nel Mar Nero.

Impensabile un ritiro degli Usa
Ma un ritiro, tout court, dall’Afghanistan è impensabile poiché mostrerebbe l’incapacità degli Stati Uniti di risolvere un conflitto costato centinaia di miliardi di dollari e grandi perdite umane. Inoltre, a tre anni dall’attivazione di Resolute Support Mission (Rsm) mancano gli obiettivi e una strategia chiara di una missione dagli altissimi costi per i contingenti che vi partecipano. L’Italia, ad esempio, che non ha grandi interessi strategici in Afghanistan, dispiega circa 950 militari  dei quali 50 a Kabul e 900 nelle province nord-occidentali di Herat, Badghis, Ghowr e Farah.

Al gennaio 2017 il Dossier della XVII “Autorizzazioni e Proroghe di Missioni Internazionali” fissava in 174 milioni di euro il fabbisogno della partecipazione italiana a Rsm, di fatto una delle più dispendiose sostenute dalla difesa nostrana. Sì, i risultati ci sono: a oggi i militari italiani hanno adempiuto ai loro doveri di formazione e di addestramento di polizia ed esercito. Tuttavia, le preoccupazioni espresse da Ghani nel corso del Vertice di Tashkent palesano agli occhi del mondo la scarsa incisività di Rsm nel contribuire a pacificare il Paese.

Restare con la consapevolezza di non vincere
Una situazione difficile: restare per non spalancare le porte dell’Afghanistan a Putin, ma con la consapevolezza che per una totale disfatta dei talebani occorreranno molti anni. Nel gennaio scorso il presidente Usa Donald Trump ha annunciato l’invio di nuove truppe perché “la guerra non la si può vincere solo dal cielo”, cioè non si può combattere con i soli droni.

È plausibile, quindi, che la Casa Bianca domandi agli alleati di prorogare ancora una volta la loro presenza in Afghanistan nel nome della comune guerra al terrore, costringendoli così ad un impegno gravoso in termini economici e che potranno mantenere solo alcune nazioni (Italia, Germania), non certo la Croazia, il Montenegro, la Macedonia, la Slovenia e gli altri venti membri che, ad oggi, schierano meno di cento unità e il cui coinvolgimento pare avere più un valore diplomatico che militare.

Dunque, Rsm finirà per esaurirsi da sola per le spese insostenibili e per la conseguente perdita di interesse di molti dei suoi membri. Una prospettiva che, però, non deve spaventare Ghani e il suo governo: il rafforzamento della parnership economica e politica con Uzbekistan e Tagikistan permette a Mosca di avere una base “di appoggio” per una penetrazione in Afghanistan che si materializzerà con investimenti, tecnologie, progetti di ammodernamento e i cui prodromi già si scorgono nelle parole di Lavrov: “la nuova strategia guidata dagli Stati Uniti in Afghanistan, che sottolinea l’uso più ampio della forza, è un fallimento”.

In altri termini, contribuire alla ricostruzione di ciò che gli americani hanno distrutto. È ancora presto per sapere se Putin riuscirà a ridare serenità ed equilibrio ad una delle nazioni più instabili della Terra. Certo invece che l’interesse del Cremlino sia dare nuova immagine alla propria politica estera, mostrandosi più orientato a strategie di cooperazione e di sviluppo che al ricorso della potenza militare.