IAI
Indagine Anna Lindh

Migranti: la maggioranza degli italiani li considera una risorsa

15 Mar 2018 - Eleonora Insalaco - Eleonora Insalaco

La questione migranti – e le paure degli italiani ad essa legate – sono state tra i punti centrali del dibattito che ha preceduto le elezioni legislative  del 4 marzo. Le posizioni sono state piuttosto polarizzate e i discorsi dei politici hanno contribuito alla confusione, alla paura e alle divergenze di opinioni tra coloro che difendono la libera circolazione delle persone come diritto umano fondamentale – e il riconoscimento della cittadinanza italiana a tutte le persone nate sul territorio italiano (ius soli) -, e quelli a favore di una più forte rete di controlli per limitare l’arrivo di migranti – oltre che del mantenimento della cittadinanza italiana basata sull’omogeneità culturale, linguistica, religiosa-.

Nel novembre del 2017 circa 200 richiedenti asilo, provenienti dall’Eritrea e dalla Siria, hanno raggiunto l’Italia in aereo anziché rischiare la vita per attraversare il Mediterraneo. Questo è il risultato della creazione dei “corridoi umanitari”, accordi firmati tra il governo italiano, l’Unhcr (per gli arrivi dalla Libia), la Conferenza episcopale italiana (Cei), Comunità di Sant’Egidio, Caritas e Fondazione Migrantes (per gli arrivi dall’Etiopia).[1]

L’arrivo di questi rifugiati ha coinvolto decine di famiglie che si sono offerte di ospitarli. L’azione di queste famiglie, purtroppo, non cattura i titoli dei media. Eppure riflette la naturale inclinazione della maggioranza della popolazione italiana.

Gli italiani risultano più aperti di altri europei
Infatti, una recente ricerca commissionata dalla Fondazione Anna Lindh alla società internazionale di sondaggi Ipsos rivela che il 94% degli italiani considera l’ospitalità una caratteristica della regione mediterranea, che la migrazione è parte di questa realtà e che le persone con un diverso background culturale e religioso devono godere degli stessi diritti dei cittadini italiani (91% degli italiani, il 65% dei quali crede fortemente in questo). Significativamente anche il 78% degli italiani crede che la diversità culturale e religiosa sia fonte di prosperità per il paese e solo il 14% la teme fortemente come potenziale minaccia alla stabilità sociale.

La ricerca mostra anche che gli italiani accettano la diversità nella loro sfera personale e non solo come principio generale: l’87% di loro non considera affatto un problema se i figli vanno a scuola con bambini di altre culture, se i loro colleghi di lavoro (85%), i vicini (81%) o il coniuge di un parente provengono da un altro contesto culturale (72%). È interessante notare che, a questo proposito, gli italiani mostrano un livello più alto di apertura rispetto agli altri europei. Inoltre, di solito, gli italiani che hanno incontrato e parlato con persone di altri Paesi (che sono il 65% di tutte le persone intervistate), rispetto ai loro omologhi europei, riferiscono che questo incontro ha avuto un impatto positivo sul proprio punto di vista “sull’altro” (23% contro il 17%). Le principali barriere da rimuovere per facilitare questi incontri interculturali sono legate alla lingua, agli stereotipi e alla percezione delle differenze culturali.

Le statistiche ci permettono poi di identificare i punti di convergenza e di divergenza tra quei Paesi della regione mediterranea che sono considerati geograficamente vicini ma che sono, invece, piuttosto lontani culturalmente e socialmente. A questo proposito potremmo dare un’occhiata più da vicino agli atteggiamenti e alle percezioni degli italiani rispetto a quelle dei tunisini.

I tunisini sono più legati alle proprie origini di noi
In relazione alla propensione alla migrazione, i dati del sondaggio registrano che la maggior parte dei tunisini (59%), se avessero la possibilità di ricominciare la propria vita da zero, lo farebbero nel loro Paese di origine, mentre sono in minoranza gli italiani che sarebbero pronti a ricominciare in Italia (41%).

Per entrambi i tunisini e gli italiani che sognano di migrare, i Paesi europei rappresentano la destinazione preferita (è il caso del 23% dei tunisini e del 25% degli italiani). In entrambi i casi sono soprattutto i giovani e le persone con titoli di studio superiori a essere più inclini a emigrare.

Osservando i valori culturali di queste due popolazioni, vediamo che per il 46% dei tunisini e il 51% degli italiani la solidarietà familiare è il valore prioritario da trasmettere ai bambini, ma troviamo una differenza significativa in relazione all’importanza data alla religione: è prima nella lista delle priorità dei tunisini (60%) e sopra l’insegnamento del rispetto per le altre culture, che gli italiani mettono invece al primo posto (69%).

Tuttavia, quando si parla del riconoscimento dei diritti alle minoranze nel loro Paese, i tunisini hanno una sensibilità simile agli italiani, con l’83% delle persone che crede nella necessità di assicurare gli stessi diritti a tutti. Sul ruolo delle donne nella società vediamo anche una forte determinazione dei tunisini nel vederle ottenere più spazio nella vita economica (71%), politica (65%) e culturale (50%); nel complesso anche la maggioranza degli italiani chiede un maggiore riconoscimento per le donne, ma con un tasso relativamente basso (54% è per un ruolo più importante nella vita economica e politica e il 52% nella vita culturale), forse con la convinzione che le donne già godano degli stessi diritti e opportunità degli uomini.

La mobilità è una realtà che non si può più ignorare
Queste cifre possono essere usate per confermare o smentire alcune delle nostre ipotesi riguardo i flussi migratori: ad esempio – come già visto – quelle sulla propensione all’ospitalità o sull’esistenza di somiglianze e differenze culturali tra le popolazioni del Mediterraneo.

Ma è ancora più importante che mostrino che la mobilità umana e l’interazione sociale tra persone di diversa cultura sono già una realtà per gli italiani, per gli europei e per le persone che abitano la sponda meridionale del Mediterraneo. Una realtà che non dovrebbe essere ignorata – o peggio, contrastata – ma che dovrebbe piuttosto essere considerata un’opportunità.

E come analizza Michael Clemens del Centro per lo Sviluppo Globale, le politiche europee in materia di migrazione dovrebbero – più che concentrarsi su come limitare i flussi migratori – prevedere corsi di formazione per professionisti per facilitare le iniziative di integrazione, e per garantire che la migrazione sia una fonte di sviluppo anche per l’Europa.

[1] La base giuridica per i corridoi umanitari è il regolamento europeo n. 1010/2009 del 13 luglio 2009 che prevede la possibilità di concedere visti limitati a un determinato paese per motivi umanitari, per motivi di interesse nazionale o per accordi internazionali.