IAI
Esiti (del voto) ed effetti

Dopo elezioni: se instabilità incide su politica estera italiana

11 Mar 2018 - Riccardo Cattaneo - Riccardo Cattaneo

Stabilità e credibilità, caratteristiche fondamentali per ogni soggetto di diritto internazionale, vanno di pari passo. Esse possono diventare spine nel fianco per quei Paesi che soffrono di instabilità politica, tra i quali l’Italia ricopre una posizione di primaria rilevanza, essendo il Paese con la maggiore discontinuità governativa al mondo dal secondo dopoguerra ad oggi[1]. Come contraltare, la presenza continuativa della Democrazia Cristiana come perno dell’Esecutivo durante la Prima Repubblica ha bilanciato gli effetti destabilizzatori[2]. Nel contesto del dibattito attuale, tuttavia, la sintomatica conseguenza è la produzione di politiche inconsistenti, la frammentazione e l’incapacità di una visione a lungo termine che, ovviamente, si ripercuotono anche sulla politica estera[3]. Le elezioni appena tenutesi non lasciano presagire una correzione di questa prassi.

Incrollabili pregiudizi
I principali pregiudizi che interessano la politica estera italiana sono mancanza di capacità militare, inaffidabilità, discontinuità, incoerenza, contraddittorietà e scarsa consistenza[4]. Indubbiamente, esistono dei problemi di fondo, che sono anche stati di recente analizzati su Affarinternazionali[5], ma è opportuno comprendere quali di essi siano imputabili alle peculiarità interne del nostro Paese.

È da sfatare il mito che vuole la politica estera italiana poco incisiva sul piano militare a causa dell’ instabilità politica, in quanto ciò è dovuto allo status di media potenza che l’Italia ricopre per via di elementi oggettivi strutturali[6] e normativi – alcuni dei quali decaduti solo con la fine della Guerra Fredda –, che non le permettono di ergersi come dominus sulla scena internazionale.

Come già evidenziato su AffarInternazionali[7], è necessaria un’impostazione non improvvisata, ma una strategia ben scandita, il tutto in un’ottica di lungo periodo. La stabilità è una conditio si ne qua non perché la politica estera sia pienamente efficace e perché possa, appunto, prefiggersi obiettivi di lungo periodo. Ma in Italia ciò pare di difficile conseguimento. Ne consegue un’ instabilità politica che l’Italia, tra campagne elettorali e battaglie referendarie, non riesce a scrollarsi di dosso[8]. Di certo, la percepita lontananza delle questioni di politica estera e l’impossibilità costituzionale di esprimersi per via referendaria su questioni internazionali fa sì che questo ramo della politica appaia di secondo piano agli occhi dell’opinione pubblica italiana.

Continuità e discontinuità
È però vero che, nonostante l’assenza di stabilità, la politica estera italiana si è dimostrata piuttosto lineare negli obiettivi – europeismo, atlantismo, penetrazione politica ed economica in Nord Africa e nel bacino del Mediterraneo, con particolare attenzione all’area balcanico-adriatica[9] –, con gli unici profondi cambiamenti che sono stati dovuti a violenti shock: si veda la causa palestinese, con l’Italia che vi si scoprì favorevole, improvvisamente, dopo le crisi petrolifere[10].

Elemento di continuità storica è la mancanza di risorse, ma c’è comunque una diplomazia che cerca di farsi attrice in tanti contesti e prospettive (non solo nell’Atlantico e in Europa, ma anche in Nord Africa, Russia, Medio Oriente, Corno d’Africa). Sono specialmente gli anni di Craxi che mostrano una politica estera che cerca di muoversi autonomamente in molti contesti, anche se senza troppa fortuna, tentando di dimostrare la capacità di autonomia italiana là dove gli Usa non intervenivano. Anche successivamente, il bilancio non è solo negativo: si pensi al grande successo della Missione Alba di stabilizzazione (quasi uno state building) in Albania, alle missioni di addestramento e all’incisività dell’azione messa in pratica per contrastare la recente crisi migratoria[11].

Come già evidenziato, la continuità democristiana ha affievolito gli effetti negativi dell’ instabilità: dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, infatti, lo spirito europeista e atlantista non è mai venuto meno. Con l’avvento della Seconda Repubblica, la grande cesura è che il bi-, e successivamente tri-polarismo, hanno segnato la politica estera molto di più che i sessant’anni precedenti[12]. E in queste elezioni si è palesemente manifestata la forte disaffezione percepita verso l’Unione europea.

Nonostante l’ instabilità politica interna, l’Italia mantiene una propria coerente linea di politica estera, ma fatica ad essere tra i big player, anche laddove dovrebbe – ad esempio, come riconosce il presidente dello IAI Nelli Feroci, inserendosi in Europa nell’asse franco-tedesco –[13]. Gli anni della Seconda Repubblica si sono tradotti in una maggiore timidezza dell’azione autonoma italiana[14]. Il risultato è l’impegno risibile in contesti geopoliticamente o storicamente rilevanti per il Paese (ad esempio Jugoslavia e Somalia), contrapposto ad un intervento massiccio in contesti assolutamente meno rilevanti (Afghanistan e Iraq su tutti).

Disordine informativo ed elettorale
La conseguenza più evidente dell’assenza di una reale continuità politica è quella della scarsa incisività e, spesso, un’immagine da ultima ruota del carro. Ciò, che non fa chiaramente giustizia all’Italia, discende dall’apparente maggiore volontà di seguire un sentiero tracciato dal più forte piuttosto che investire sui propri interessi, impegnando riflessione e lungimiranza nelle politiche che vengono messe in atto. Quando cambiano continuamente le maggioranze di governo, cambiano le figure di riferimento, cambiano gli obiettivi e di conseguenza anche le politiche prodotte. La mai cessante campagna elettorale favorisce l’affermarsi della disinformazione come chiave di lettura di questioni che, invece, richiedono una profonda preparazione. Quando l’informazione non giunge in modo pervasivo alla popolazione, il fallimento è manifesto. Se l’assenza di internet – e la minore propagazione delle fake news – e la presenza continuativa della Democrazia Cristiana al governo durante la Prima Repubblica hanno limitato tali effetti, ciò non si può dire della seconda.

In ultimo, non bisogna essere catastrofisti. Così come nessun governo della storia repubblicana ha mai stravolto la politica estera del Paese, altrettanto è difficile pensare che accada con il prossimo. In questo senso instabilità e necessità di compromesso paiono, per assurdo, essere positivi.

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-05-03/instabilita-politica-triste-record-143421.shtml?uuid=AB29QpZD

[2] http://tesi.eprints.luiss.it/16894/1/077972.pdf

[3] https://is.muni.cz/el/1423/podzim2005/MVZ156/um/956165/956166/HAGAN.pdf

[4] https://irsocietyjcu.com/2016/02/14/italys-foreign-policy-by-giuseppe-spatafora/

[5] http://www.affarinternazionali.it/2017/11/italia-malato-europa-ragioni/

[6] http://www.iai.it/sites/default/files/iai1106.pdf

[7] http://www.affarinternazionali.it/2017/07/difesa-squadra-europea-giocatori-forti/

[8] http://foreignpolicy.com/2016/11/30/italys-populist-revolt-that-isnt/

[9] http://www.ispionline.it/it/articoli/articolo/europa/focus-degli-interessi-di-politica-estera-italiana-10810

[10] http://www.jadaliyya.com/Details/31162/Italian-Palestinian-Relations-What-Went-Wrong

[11] https://www.politico.eu/article/europes-military-maestros-italy-troops-mediterranean-migrants-libya-refugees/

[12] http://www.affarinternazionali.it/2009/02/continuita-e-cambiamento-dalla-dc-a-berlusconi/

[13] http://www.affarinternazionali.it/2018/01/italia-campagna-moratoria-promesse/

[14] http://www.corriere.it/editoriali/17_ottobre_17/italia-paese-afflitto-una-crisi-timidezza-fcef23dc-b376-11e7-9cef-7c546dada489.shtml