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Teoria, prassi e spesa militare

Usa: Nds (National Defense Strategy), valenze e prospettive

20 Feb 2018 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

A Federico II di Prussia (1712-1786) è attribuita la frase di stampo realista secondo cui “i negoziati senza le armi sono come spartiti senza strumenti musicali”.  Che cosa direbbe oggi l’antico sovrano prussiano delle ultime novità in scena a Washington in fatto di strategia e difesa?

Ad appena un mese dalla pubblicazione dalla National Security Strategy (Nss) emanata dal presidente Trump (dicembre 2017), il 19 gennaio è stata pubblicamente presentata una sintesi della nuova National Defense Strategy (Nds). Quest’ultimo documento si pone come strategic guidance document per l’intero Dipartimento della Difesa Usa ed è alla base dei fabbisogni finanziari di settore individuati per il periodo 2019-2023. Il 2 febbraio è stata presentata alla stampa la nuova Nuclear Posture Review, a otto anni dalla precedente.

Il segretario alla Difesa James Mattis – militare-intellettuale ed ex capo del Comando ‘dottrinario’ Nato (Act) di Norfolk –  invoca nelle conclusioni della Nds un obiettivo fondamentale: la realizzazione di una joint force che sia “fit for our time”, ovvero adeguata a tempi oggettivamente difficili e a condizioni geopolitiche e geostrategiche altamente instabili e reattive. Laddove il disegno di ordine internazionale figlio della Seconda Guerra Mondiale si va sempre più scostando dalla realtà effettuale odierna.

Minacce mutevoli ed eterogenee
Le minacce da affrontare sono viste nel documento come diversificate, mentre il concetto di cooperazione militare internazionale con gli alleati rimane un elemento propulsore di azione. Focus geografici (Priority Theaters), in ordine crescente di priorità, sono: 1) l’area Asia-Pacific (opponente cinese); 2) l’Europa (opponente russo); 3) l’area Medio Oriente – Nord Africa (opponenti non statuali rappresentati dalle organizzazioni terroristiche, con rischi interni agli Usa, dato che “homeland is no longer a sanctuary”). Corea del Nord e Iran gli altri menzionati speciali, tratteggiati sotto l’etichetta ancestralmente reaganiana di “rogue States”.

In particolare, la menzione di Cina e Russia risulta in linea con il dettato della National Security Strategy emanata dalla Casa Bianca e ribadisce un nuovo criterio di primazia alle minacce statuali, laddove si afferma che l ’“inter-State strategic competition, not terrorism, is now the primary concern in US national security”. In questa ottica, per fare un esempio, parte del progetto cinese Belt and Road Initiative (Bri) assume le sembianze di una politica economica ‘predatoria’ nella regione indo-pacifica. Leggendo la rapida descrizione dell’attore-competitor rappresentato oggi da Pechino, appaiono dunque lontani anni luce i tempi dell’incredibile operazione Matterhorn (nome in codice della campagna aerea strategica americana lanciata nel 1944 contro il Giappone con velivoli B-29 basati proprio in Cina).

Il concetto di “perdita relativa” del vantaggio tecnologico
Una frase chiave pronunciata dal segretario alla Difesa Mattis durante la presentazione della Nds avvenuta alla Johns Hopkins Univerisity è stata la seguente: “Our competitive edge has eroded in every domain of warfare—air, land, sea, space, and cyberspace. And it is continually eroding“.

Mentre le forze americane erano infatti impegnate nella lotta contro il terrorismo e le insorgenze, i principali competitor si sono evoluti, riducendo il proprio gap. Si pensi al recente ingresso in servizio del primo velivolo cinese di quinta generazione con dichiarate capacità Stealth, il J-20. O anche al primo esperimento cinese di trasmissione satellitare con crittografia quantistica dal satellite Mozi (dal nome di un filosofo cinese del 480 a.C.) lanciato nello spazio nel 2016.

Attorno al 2020 è inoltre atteso il completamento a livello globale del sistema di posizionamento satellitare sviluppato dalla Repubblica popolare cinese (BeiDou2, prima noto come Compass), inizialmente nato per avere una copertura regionale (BeiDou 1). Tutto questo ha forse giocato nella nuova enfasi sul concetto di technological innovation. Investendo maggiormente anche in settori emergenti o inediti, quali artificial intelligence and robotics, cosi come nei più ‘tradizionali’ settori tipo unmanned aerial vehicles (UAV) & unmanned underwater vehicles (UUV).

Usa, Russia e Cina tra dottrine, rischi e strategie per il futuro
Nuova impulso è dato poi alla professional military education, combinando un approccio storico-umanistico a quello tecnologico, individuando al contempo specifiche aree di investimento quali nucleare, spazio, cyber e missile defense.

La presentazione della Nds 2018 è ovviamente anche un’operazione di public diplomacy verso la Repubblica popolare cinese e la Federazione russa, che negli ultimi anni hanno sviluppato le proprie elaborazioni – come la dottrina Gerasimov del 2013 (che poneva la centralità sul concetto di guerra ibrida) e la nuova strategia militare cinese del 2015.

Un elemento comune ai tre documenti appare il focus sulle nuove tecnologie da sviluppare a favore degli strumenti militari schierati in aree di crisi/interesse e a vantaggio dei decisori politici delle rispettive capitali. Quale effetto collaterale, tale rincorsa multipla potrebbe elevare i rischi globali connessi con la proliferazione tecnologica.

Ciò secondo il paradosso di una disruptive technology che renderebbe potenzialmente meno sicuro il mondo, in una crescita “triangolare” delle spese in armamenti – peraltro recentemente analizzata nel testo a più mani intitolato Disarmo (Città Nuova, 2018).

Un altro concetto chiave nei tre documenti è l’elevamento professionale continuo dello strumento militare, una via perseguita ad esempio da Pechino in modo incrementale e strutturato. Al 2015 gli effettivi in armi nell’esercito cinese erano circa 2,3 milioni, in via di progressiva e mirata professionalizzazione, laddove nel 1987 le Forze Armate cinesi sono arrivate a inquadrare oltre 4 milioni di uomini aventi un addestramento e delle capacità molto meno evolute.

Un sospetto legittimo e conclusivo è che il “centro di gravità” più profondo della Nds non risieda nelle poche righe pubbliche presentate, ma nella programmazione della spesa militare, cioè nella parte non resa nota in cui si delineano le scelte di pianificazione delle Forze. Il Libro dei Sogni del Pentagono verrà o meno implementato (o trasformato) solo dal bilancio che verrà effettivamente approvato dal Congresso Usa.

Giacchè, come recentemente ricordato dall’Air Chief Marshal Stuart Peach – capo di Stato Maggiore britannico – all’ Annual Chief of the Defence Staff Lecture 2017 “strategies are handrails, but have to be modified by real-world experience (and constraints, nda)”.