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Verso le presidenziali

Russia: un dilemma per l’Europa e l’Occidente

12 Feb 2018 - Riccardo Perissich - Riccardo Perissich

C’è nella storia russa una caratteristica che dura ormai da qualche secolo: l’irresistibile pulsione di avere ambizioni e obiettivi spropositati rispetto alle proprie forze, con risultati sistematicamente negativi. È un atteggiamento che riscontriamo nella storia di molti Paesi, ma che per la Russia sembra essere una costante.

Nell’Ottocento perse il “grande gioco” con la Gran Bretagna ai confini con l’India solo per buttarsi nell’avventura suicidaria di una guerra con il Giappone. Invece di riflettere sulle ragioni della sconfitta, cercò compensazioni in un avventurismo balcanico che fu fra le cause principali della Prima guerra mondiale e che condusse alla sconfitta e alla rivoluzione del 1917. Uscita vittoriosa a prezzo di venti milioni di morti dalla guerra successiva, l’Unione sovietica s’illuse di poter superare l’Occidente, disperse le proprie forze nei teatri più disparati, dall’Asia all’Africa, sino all’America Latina e perse rovinosamente la Guerra Fredda.

L’avventurismo di Putin
Ora Vladimir Putin – che si prepara alla quarta riconferma al Cremlino – sta lanciando il suo Paese in una nuova avventura il cui scopo sembra essere ancora una volta di approfittare delle debolezze e delle apparenti divisioni dell’Europa e dell’Occidente per riconquistare un ruolo di grande potenza. I fatti sono sotto gli occhi di tutti: violazione flagrante del diritto internazionale in Ucraina, continue provocazioni ai confini della Nato, intervento spericolato in Siria e ora nel Mediterraneo, plateale interferenza nei meccanismi politici dei nostri Paesi.

Cosa spinge Putin, peraltro statista abile e accorto, verso un simile avventurismo? In primo luogo la sicurezza ereditata dalla storia che il Paese per la sua stessa mole geografica è di fatto non conquistabile da un esercito straniero: lo dovettero capire i mongoli, poi i polacchi, poi Napoleone e infine i tedeschi. E poi la sua indubbia potenza militare, accompagnata da un’indiscussa capacità diplomatica. Il fatto di poter contare sul nazionalismo di un popolo avvezzo ai più duri sacrifici. Infine, la recente disponibilità di grandi risorse energetiche.

Putin vive però in uno stato di ebbrezza che gli fa dimenticare fattori strutturali ben più importanti. La Russia ha dimostrato di non sapere uscire da un sistema politico autocratico che al contrario di quello cinese è incapace di modernizzare e sviluppare l’economia. Il Paese ha oggi un Pil di poco inferiore a quello italiano, con una crescita asfittica ritrovata di recente solo grazie alla ripresa del prezzo degli idrocarburi.

La sua forza militare, rilanciata dopo la cattiva prova data nella guerra in Georgia, è incontestabile. Tuttavia, la Russia spende per la difesa oltre il 3% del Pil e difficilmente potrebbe fare di più. Se la sola Germania raggiungesse l’obiettivo Nato del 2% di spese militari, avrebbe un bilancio di gran lunga superiore a quello russo. Helmut Schmidt, famoso per i suoi giudizi icastici, definiva l’Urss “Gabon con l’arma atomica”; la realtà non è molto cambiata.

L’errore di strategia degli europei
Poiché né la strategia di Putin, né i problemi strutturali del Paese sono destinati a cambiare nel prevedibile futuro, cosa devono fare l’Europa e l’Occidente? Per prima cosa, dobbiamo essere coscienti degli errori commessi. Il più importante è stato strategico. Ci convincemmo che i russi condividevano la nostra analisi sulla fine della Guerra Fredda e che – come Germania, Italia e Giappone dopo la Seconda guerra mondiale – avessero un solo desiderio: diventare europei e occidentali.

La reazione russa è invece stata un diffuso desiderio di rivincita e senso di umiliazione. L’errore di analisi ci ha condotto a essere troppo arroganti nella caotica transizione dell’era Eltsin, quando forse un’altra evoluzione sarebbe stata possibile. Ci sono poi stati altri errori più concreti come un allargamento della Nato troppo frettoloso e l’improvvida promessa d’inclusione anche di Georgia e Ucraina. Riconoscerlo non deve tuttavia farci credere che il film avrebbe potuto essere sostanzialmente diverso. Ciò che spinge Putin all’avventura è più profondo e non modificabile.

Bisogna quindi abbandonare l’illusione che sia possibile con la Russia un accordo globale. Ciò che vogliamo da lui Putin non può e non vuole darcelo perché un popolo inebriato di nazionalismo lo considererebbe una capitolazione. Né possiamo noi dargli ciò che chiede: il riconoscimento di una zona di influenza in Europa orientale e nel Mediterraneo.

Ciò in particolare rende nell’immediato impossibile una soluzione stabile per l’Ucraina, anche se è importante continuare a premere perché gli accordi di Minsk siano rispettati.

Spiragli di dialogo
La Russia resta però un interlocutore inevitabile in molti campi. Bisogna quindi continuare a discutere su ogni questione dove è possibile trovare un’intesa sia pure provvisoria e parziale. È il caso della Siria, del futuro dell’accordo nucleare con l’Iran e, più in generale, del Mediterraneo. Bisogna però essere consapevoli che ogni eventuale accordo avrà meno la caratteristica di uno scambio, ma piuttosto della presa d’atto di una puntuale convergenza di interessi.

Per il resto, bisogna continuare gli sforzi per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, mantenere la pressione e soprattutto le sanzioni. Negli anni passati, Barack Obama appaltò di fatto il problema ucraino all’Europa, e in particolare alla Germania. Dobbiamo sperare che la politica ondivaga dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, non complichi le cose. La capacità di tenuta dell’Europa su questo fronte è più grande di quanto fosse un paio di anni fa.

Nel frattempo, c’è stato l’inizio – sperando che duri – del riflusso delle forze euroscettiche che in tutti i Paesi europei esprimono una vistosa simpatia e spesso anche legami organici con la Russia. Dobbiamo soprattutto mantenere la consapevolezza che il prezzo che paghiamo nel breve periodo è incomparabilmente inferiore a quello che paga la Russia nel medio periodo. Senza accesso alla tecnologia europea e al nostro contributo al suo sviluppo, la Russia non ha nessuna speranza di modernizzarsi in modo endogeno.

La cosiddetta “carta cinese” che viene spesso agitata è in realtà vuota perché comporterebbe per la Russia un prezzo di lungo periodo di gran lunga superiore. Ci vorrà tempo, ma la conseguenza è inevitabile, come lo fu a suo tempo per l’Urss. Possiamo poi sempre sperare che l’anima europea del Paese, nei secoli sempre sconfitta, trovi un giorno modo di trionfare.

Foto di copertina © Russian Look via ZUMA Wire