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Storia e fiction

Dunkirk: troppi bianchi in quel film, l’eroismo fu multietnico

10 Feb 2018 - Alessandro Miglioli - Alessandro Miglioli

La novantesima annuale cerimonia di premiazione degli Academy Awards, o notte degli Oscar, come viene definita colloquialmente dal pubblico italiano, si avvicina. E il celebrato regista inglese Christopher Nolan, grazie alla sua ultima fatica Dunkirk, rischia di non avere abbastanza mani per portare a casa tutte le statuette vinte.

Il film, acclamato da critica e pubblico, ha ricevuto ben otto nomination, fra cui le principali categorie ‘miglior film’ e ‘miglior regista’, e ha potuto contare su di una pioggia di elogi sia per la bellezza delle immagini che per l’aderenza alla realtà storica, nella rappresentazione dell’evacuazione degli eserciti britannico e francese dalle spiagge della cittadina francese di Dunkerque, vicina al confine con il Belgio.

Se sulla prima delle due tipologie di elogi chi scrive non è assolutamente in grado di fornire un parere informato, ruolo che si lascia ben volentieri ai critici cinematografici e agli esperti del settore, sulla seconda non si può che esprimere un certo disappunto. Per rendere chiaro da dove nascono i dubbi, occorre una breve digressione.

Propaganda alleata e razzismo silenzioso
Nel settembre 1944, nelle sale cinematografiche della parte di Francia già liberata dagli alleati nelle fasi finali della Seconda guerra mondiale, uscì un breve documentario di propaganda politica, realizzato dalla Resistenza francese, La libération de Paris. Il film mostrava scene di combattimento che avevano portato alla liberazione dei luoghi simbolo della ville lumière, nella speranza di convincere quanti più francesi possibile ad arruolarsi nelle forze di resistenza o nell’esercito regolare del governo in esilio.

L’esercito francese al tempo, data l’occupazione nazista della Francia metropolitana, era composto quasi esclusivamente da truppe coloniali. Quasi due terzi degli arruolati era costituito da truppe dell’Africa occidentale, con il restante terzo composto da soldati provenienti dalla Siria, dall’Algeria, dalle colonie caraibiche, dalla Polinesia, e dall’Indocina francese oltre che naturalmente da qualche francese propriamente detto.

Nonostante questa composizione profondamente multietnica, il film-documentario mostra, per la sua intera durata, esclusivamente soldati di etnia francese. A tale scopo la Resistenza arrivò ad attuare soluzioni grottesche, quali l’inscenare una seconda, finta liberazione della città, per girare scene senza le componenti di colore, o costringere i soldati siriani (abbastanza chiari da poter essere confusi per europei) a parlare fra di loro in francese.

Chi scrive è certo che un caso di così sfacciato razzismo non possa che fare inorridire il lettore che vive e ragiona nel 2018. Ma se questo è il caso, perché allora non inorridire di fronte a Dunkirk?

Il film vs. i dati
In tutto il film, nonostante le migliaia di comparse utilizzate, gli unici non-europei che possono essere visti sono due soldati francesi, per pochi secondi, all’inizio del film. Eppure, già durante la battaglia di Francia (culminata appunto con l’evacuazione di Dunkirk) le truppe coloniali erano largamente utilizzate dall’esercito francese. Per un rapido confronto, secondo una stima della Bbc di qualche anno fa, il 10% dei morti durante gli scontri del maggio-giugno ‘40, provenivano dall’Africa occidentale (ancora una volta, senza contare il resto dell’impero coloniale francese).

Un altro dato è la composizione degli equipaggi della marina mercantile britannica, le cui navi furono fondamentali per portare a termine l’evacuazione. Secondo una ricostruzione di Sunny Singh per il Guardian, più un quarto dei marinai impiegati proveniva dai soli possedimenti di Myanmar e Malaysia.

Di fronte a questi rilievi, la difesa proposta dai sostenitori del film è stata, nelle purtroppo rare occasioni in cui la pellicola è stata accusata di whitewashing, che il corpo di spedizione britannico nel 1940 non aveva divisioni coloniali. Questo argomento sfortunatamente non regge, perché l’assenza di divisioni reclutate dai governi locali delle colonie non significa l’assenza di soldati provenienti dalle colonie, che erano spesso organizzati in compagnie e battaglioni etnicamente omogenei, a causa di un razzismo innegabile ma discreto, molto British.

Un’occasione mancata di rendere onore postumo
Dunkirk avrebbe potuto mostrare come l’immenso sforzo logistico dell’evacuazione fu anche uno sforzo segregazionista, con i soldati delle colonie britanniche sistematicamente evacuati per ultimi. Dunkirk avrebbe potuto mostrare accanto all’innegabile eroismo e sacrificio dei soldati del Regno Unito gli altrettanto valorosi sforzi del contingente indiano nella seconda guerra mondiale, a tutt’oggi il più grande esercito interamente volontario mai assemblato nella storia.

La decisione presa invece (perché di decisione deliberata si tratta: nessuna produzione di queste dimensioni potrebbe non aver avuto un consigliere storico) è stata quella di rispondere alle attese del grande pubblico, che a causa di decenni di opere  di propaganda come La libération de Paris ha finito per immaginare la Seconda Guerra Mondiale come un affare fra bianchi.

Nigel Farage ha a più riprese lodato il film nell’ultimo anno, forse perché la narrazione che ne esce, di un popolo solo, coeso ed uniforme, che si ritira dalle pericolose coste europee per asserragliarsi in difesa sulla sua isola al di là del mare, gli pareva una buona metafora della sua fantasiosa idea di cosa dovrebbe essere la Brexit. Fortunatamente (o sfortunatamente) le cose non stanno, e non sono mai state, così.

Negli Anni Cinquanta e Sessanta, i governi coloniali dell’Impero britannico che andava sbriciolandosi, si lanciarono in maniera autonoma, quasi subconsciamente, in quella che verrà in seguito definita collettivamente come “operazione legacy”, la distruzione e l’occultamento di migliaia di registri che provavano tutte le malefatte e le azioni razziste compiute ai danni delle popolazioni locali di un impero che copriva il 25% delle terre emerse del pianeta.

Dunkirk è dunque un’ennesima buona occasione persa per raccontare la realtà dei fatti, il perfetto esempio dello state of mind di un popolo che cerca ipocritamente di nascondere il proprio egoismo e che mente a se stesso raccontandosi che può, e che ha sempre potuto, sopravvivere da solo.