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Cambio di approccio

Usa/Iran: ritorno alla logica della contrapposizione

29 Gen 2018 - Roberto Iannuzzi - Roberto Iannuzzi

A poco più di un anno dall’insediamento del presidente Donald Trump alla Casa Bianca, appare evidente che l’approccio della sua Amministrazione alla questione iraniana diverge radicalmente da quello del suo predecessore Barack Obama. Laddove quest’ultimo aveva promesso all’Iran una maggiore integrazione economica e politica con la comunità internazionale, se avesse ottemperato agli obblighi dell’intesa nucleare, l’attuale Amministrazione ha apertamente scoraggiato tale integrazione mettendo in forse il futuro dell’accordo. E ciò sebbene l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) abbia ripetutamente confermato il pieno rispetto iraniano del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), com’è ufficialmente definita l’intesa.

Il recente viaggio del segretario di Stato Rex Tillerson in Europa ha segnato l’avvio di consultazioni con Gran Bretagna, Francia e Germania per ’emendare’ l’accordo nucleare, malgrado la ferma opposizione di Teheran.

La politica di ‘sabotaggio’ del Jcpoa sta emergendo progressivamente come un elemento chiave di una più ampia strategia di contenimento dell’Iran da parte dell’Amministrazione americana, non solo come un’ossessione esclusiva del presidente. L’altro pilastro di tale strategia è rappresentato dal contrasto (anche con mezzi militari) all’ascesa iraniana in Paesi come Siria, Iraq e Yemen.

Affossare il Jcpoa senza uscire dall’accordo
Trump è stato l’unico ad affermare apertamente di voler annullare l’intesa nucleare, ma altri esponenti del governo statunitense ugualmente ostili a Teheran non sono affatto contrari a una sua ridefinizione, pur volendo evitare un’azione unilaterale da parte americana (la quale rischierebbe di isolare gli Stati Uniti a livello internazionale).

Ne è nato un gioco delle parti in cui gli “adults in the room” (espressione cara alla stampa americana per indicare figure come Tillerson, il segretario alla Difesa James Mattis e il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster, che dovrebbero frenare gli istinti più irrazionali del presidente) esortano i partner europei a revisionare il Jcpoa per scongiurarne l’abrogazione da parte di Trump.

La conseguenza è un generale clima di incertezza che ha in gran parte annullato i benefici dell’accordo per l’Iran, scoraggiando gli investimenti europei nel Paese. Nel frattempo, l’apertura di una consultazione con Gran Bretagna, Francia e Germania risparmia a Trump l’onere di uscire unilateralmente dall’intesa macchiando la reputazione statunitense.

Il nodo del programma missilistico iraniano
Nel quadro dell’eventuale rinegoziato dell’accordo, e della più ampia strategia americana di contenimento dell’Iran, si inserisce l’insistenza della Casa Bianca a limitare il programma iraniano di missili balistici convenzionali – un ambito attualmente non coperto dall’accordo nucleare. La risoluzione 2231, con cui l’Onu ha ufficialmente adottato il Jcpoa nel 2015, semplicemente “esorta” l’Iran a non sviluppare missili capaci di alloggiare testate nucleari. Da tale esortazione, comunque non vincolante, sono teoricamente esclusi i missili balistici convenzionali.

Dal canto suo, l’Iran difficilmente rinuncerà al proprio programma missilistico convenzionale, considerandolo un elemento difensivo imprescindibile per due ragioni. In primo luogo, a differenza di molti suoi vicini, Teheran non dispone di una moderna aviazione militare a causa dell’embargo subito in questi anni. Un arsenale di missili a medio raggio viene considerato dagli strateghi iraniani come un elemento di deterrenza che può sopperire a tale carenza. Secondariamente, anche nel settore missilistico l’Iran sta semplicemente tentando di colmare un divario con Paesi come Arabia Saudita, Israele e Pakistan, che già possiedono questi armamenti (spesso, come nel caso saudita, grazie alla possibilità – preclusa all’Iran – di acquistarli sul mercato internazionale).

La vendita da parte americana di ingenti quantitativi di armi tecnologicamente avanzate alle monarchie del Golfo, la decisione della Casa Bianca di rafforzare l’alleanza con l’Arabia Saudita in chiave anti-iraniana, le dichiarazioni più o meno ostili nei confronti di Teheran da parte di esponenti dell’amministrazione come Tillerson, McMaster e l’ambasciatore all’Onu Nikki Haley, non fanno che rinfocolare le paure iraniane.

La nuova Strategia di sicurezza nazionale statunitense
Il governo iraniano si sta progressivamente convincendo che la parentesi di dialogo aperta dall’Amministrazione Obama, già di per sé fragile e incompleta, si stia rapidamente chiudendo e che Washington stia tornando a una logica dello scontro che richiama i tempi di George W. Bush.

La Strategia di sicurezza nazionale pubblicata lo scorso dicembre – un documento tradizionalmente emanato da ogni nuova Amministrazione, la cui stesura è stata supervisionata da McMaster – definisce l’Iran un “regime canaglia”, accomunandolo alla Corea del Nord e accusandolo di sponsorizzare il terrorismo a livello mondiale. Ancora una volta si tratta di una terminologia che richiama i toni del predecessore di Obama, il quale aveva inserito entrambi questi Paesi nel cosiddetto “asse del male”.

Alle definizioni retoriche si accompagnano poi scelte concrete come la recente decisione di mantenere la presenza militare americana in Siria, a sostegno di uno staterello curdo di fatto nel nord-est. L’obiettivo – ha recentemente dichiarato Tillerson – non solo è impedire la rinascita dello Stato Islamico, ma anche contrastare l’influenza iraniana nel Paese.

Il governo di Teheran ha inoltre preso nota delle manifestazioni statunitensi di aperto sostegno alle proteste scoppiate in Iran a cavallo di capodanno. Tali dichiarazioni, formulate da numerose figure dell’establishment di Washington oltre che da esponenti dell’Amministrazione, sono state talvolta accompagnate dal più o meno esplicito augurio che il malcontento popolare possa portare a un cambio di regime nel Paese.

Fino a quando prevarrà la moderazione a Teheran?
Di fronte a queste prese di posizione da parte americana, l’Iran ha finora mantenuto un atteggiamento di ‘autocontrollo’, riducendo i test missilistici, diradando i pericolosi incontri ravvicinati fra imbarcazioni militari iraniane e navi della marina americana nel Golfo, e limitando l’uso della forza nel contenere le proteste popolari scoppiate nel Paese.

Teheran cerca di assicurarsi l’appoggio dell’Europa a difesa dell’accordo nucleare, ma sembra determinata a non rinunciare ai propri interessi in paesi come Iraq, Siria e Libano.

Le numerose aree di conflitto in cui tali interessi si scontrano direttamente con quelli statunitensi, e un’eventuale ridefinizione dei termini del Jcpoa da parte occidentale, rischiano di far degenerare le attuali tensioni in un nuovo scontro aperto.