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Difficile equilibrio

Sicurezza e diritti: se lo stato di emergenza è all’ordine del giorno

13 Gen 2018 - Silvia Giannini - Silvia Giannini

Pubblichiamo l’articolo vincitore della ‘Local Essay Competition’ di ELSA Firenze su diritti umani e sicurezza internazionale, nel quadro della cooperazione stabilita tra l’Associazione e la nostra rivista.

In un contesto internazionale e interno indubbiamente complesso, forte è la coesione degli Stati nell’adottare misure di contenimento dei flussi migratori, quasi uguale e contraria alla distanza dalle misure di attuazione del principio di solidarietà. Un attacco al concetto di “tolleranza” che non può essere sottovalutato: la radice comune è il rifiuto delle grandi trasformazioni degli ultimi anni che spingono verso una nostalgia per un passato che sembrava più chiaro e in cui appariva più semplice prendere posizione, mentre il conservatorismo rischia di scadere in reazione, cioè in desiderio di ritorno a quel passato. Prova di ciò è il fallimento dell’emblematico programma di ricollocazione dell’Unione europea, adottato nel settembre 2015 per distribuire la responsabilità di accogliere un gran numero di richiedenti asilo, e che prevedeva il trasferimento di 120 mila persone in tutta l’Ue entro due anni.

Quando l’Ungheria lo ha respinto, la sua quota è stata riassegnata a Italia e Grecia. In sostanza, con la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue ormai parte a pieno titolo delle fonti del diritto europeo e le Corti di Strasburgo e Lussemburgo a elaborare sempre più sofisticati frammenti di diritti, i governi europei non riescono ad assumere una posizione comune sui richiedenti asilo, spesso respinti alla frontiera o lasciati sulle spalle dei Paesi di primo approdo.

Particolarismi nazionali e allarme sicurezza
Sembra, così, che com’era accaduto nel corso della prima globalizzazione, anche adesso la crescente attenzione ai diritti umani conviva con la sua continua violazione; ma, soprattutto, che convivano una spinta ad adeguare la cultura dei diritti all’integrazione internazionale in corso e, come spinta opposta, il ricorrente desiderio a decidere da soli da parte di potenze grandi e piccole.

Chi si sente affascinato dai corsi e ricorsi della storia non può restare indifferente di fronte alla recrudescenza dei particolarismi ed egoismi nazionali, proprio mentre sono all’ordine del giorno la necessità di un nuovo diritto internazionale e la riforma degli organismi che ne dovrebbero essere il fondamento, ricordando come, a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’approvazione delle prime convenzioni di Ginevra conviveva con il rafforzarsi del nazionalismo, che avrebbe vissuto il suo tragico trionfo nella prima guerra mondiale. Dietro a queste posizioni c’è, banalmente, la paura di un’identità debole di fronte a trasformazioni che non si è in grado di controllare e di governare.

Il tema della sicurezza a partire dall’11 settembre 2001 ha assunto una dimensione prioritaria a livello internazionale ed ha trovato una forte accentuazione nella sua ricaduta a livello nazionale. Come combattere il maggiore pericolo per la sicurezza europea, e cioè il terrorismo? Vari studi hanno offerto un quadro dello sviluppo del fondamentalismo islamico, ma non sono stati capaci di cancellare un’idea riduttiva del fenomeno che, insieme allo spaesamento causato dalla globalizzazione, ha fatto crescere il timore di un’islamizzazione dell’Europa e della perdita della sua ‘identità cristiana’. Posizione che ha accompagnato la richiesta di negare i diritti degli ‘altri’ con la pretesa di difendere la nostra sicurezza e i nostri interessi.

Leggi anti-terrorismo e compressione delle libertà
All’indomani di una scia di orrendi attacchi, da Parigi a Berlino, sono state adottate modifiche costituzionali o nuove leggi che renderanno più facile, in alcuni Paesi, dichiarare formalmente lo stato di emergenza o garantire poteri speciali ai servizi di sicurezza e d’intelligence, spesso con scarsa o nulla supervisione giudiziaria. La nuova legislazione entrata in vigore in Ungheria attribuisce al governo, nel caso di dichiarato stato di emergenza, il potere di vietare le manifestazioni, ridurre la libertà di movimento, congelare conti bancari.

In Austria, Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito e Ungheria è consentita una sorveglianza indiscriminata e di massa da parte dei servizi di sicurezza e d’intelligence. La legge anti-terrorismo adottata dalla Polonia nel 2016 autorizza la sorveglianza segreta e senza supervisione giudiziaria per tre mesi di cittadini stranieri.

In definitiva, risposte affrettate o sbagliate all’interrogativo sembrano avere come conseguenza un generalizzato peggioramento della difesa dei diritti umani in Europa, mentre i comportamenti inumani e degradanti di cui sono vittime un numero incredibilmente alto di migranti nei nostri centri d’accoglienza, sembrano ormai una prassi tollerata, una sorta di inevitabile prezzo da pagare al mantenimento delle quote d’immigrazione e alla paura diffusa della criminalità.

Imperativo solidarietà
Solo nel marzo scorso, l’Ue ha approvato la direttiva 541/2017 sulla lotta contro il terrorismo. L’aspetto certamente più problematico è rappresentato dall’assenza di una valutazione d’impatto preventiva sui diritti fondamentali, nella sostanza, poi, si assiste a una vera e propria proliferazione di «reati connessi ad attività terroristiche» che comporta sia un notevole arretramento della soglia di punibilità di determinati comportamenti sia una significativa espansione dei comportamenti vietati. Sebbene sia da salutare positivamente la scelta di tornare sul tema, il contributo delle nuove norme allo sviluppo di una strategia rispettosa dei principi della comunità di diritto è meno certo, così come anche quello legato alla loro efficacia.

In quest’ottica, la stessa cultura dei diritti umani deve riuscire a compiere un salto di qualità: se si vuole ricostruire una visione dell’Europa proiettata nel futuro bisogna avere il coraggio di rilanciare una cultura che tuteli la sicurezza, ma il cui modello deve fondarsi sulla solidarietà, non affidando solo ai governi la garanzia formale dei diritti di ognuno, e favorendo l’ausiliarità della società civile.

Non può essere che la politica a segnare l’agenda delle priorità, ma deve farlo dismettendo il più possibile ogni approccio ideologico e ogni interesse elettoralistico. A questo obiettivo deve necessariamente concorrere la società civile nel suo insieme, senza dividersi al suo interno tra chi si contrappone frontalmente alla politica e chi l’avalla acriticamente nelle scelte che riguardano la sicurezza e i diritti.

Foto di copertina © Peter Marshall/ImagesLive via ZUMA Wire