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Successi e proteste

Iran: se la politica estera diventa un fattore penalizzante

6 Gen 2018 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Le proteste iraniane sono anche la conseguenza, non calcolata, della politica regionale di Teheran: una strategia di successo, ma dal forte impatto, diretto e indiretto, sull’economia nazionale. Ciò che avviene in Iran è in parte indecifrabile. Però, più passano i giorni, più lo scontro fra le storiche fazioni interne al sistema della Repubblica islamica (il presidente riformatore Hassan Rohani vs Qassem Suleimani, il pasdaran capo degli Al-Quds) assume contorni netti, restituendo la tradizionale dualità dell’Iran post-1979.

Sui media occidentali prevalgono le semplificazioni cognitive (“giovani contro mullah”) e qualche lettura critica di stampo ‘neoliberale’. Una riflessione incentrata sull’analisi e l’impatto della politica estera iraniana, come quella qui proposta, può offrire un altro spunto interpretativo.

Rohani e la politica estera ‘rubata’
Dopo il 2003, la mutata struttura del sistema inter-statale mediorientale ha favorito l’ascesa dell’Iran. Ma Teheran è stata, al contempo, artefice del nuovo (dis)ordine regionale, polarizzato dalla competizione egemonica fra sauditi e iraniani. Di fatto, la politica estera della presidenza Rohani non corrisponde alle intenzioni programmatiche dello stesso Rohani: e questo non è dovuto, come spesso accade, a un pragmatico ‘cambio di rotta’. In un articolo-manifesto del 2014, redatto su Foreign Affairs dal ministro degli esteri Mohammed Zarif, la presidenza iraniana delineava le direttrici di politica estera, vere precondizioni alla ripresa economica: ricostruzione dell’economia, risoluzione della questione nucleare, fine dell’isolamento internazionale.

Il secondo e il terzo obiettivo sono stati raggiunti, mentre il rilancio economico nazionale (nonostante Rohani sia riuscito ad abbassare l’inflazione dal 40% al 10%) è stato schiacciato proprio dalla politica regionale di Teheran. Il “corridoio sciita” che adesso collega l’Iran alle coste del Mediterraneo orientale (Libano) via Iraq e Siria, disegnato dai pasdaran grazie a una strategia di interventismo informale, assai diversa dal nuovo interventismo diretto dei sauditi (vedi Yemen), è la vera ragione di ostilità da parte dell’Amministrazione Trump, che ha disseminato di ostacoli burocratici e bancari il percorso post-sanzioni degli iraniani.

L’interventismo di Suleimani
L’interventismo informale, poiché affidato ai gruppi paramilitari e non all’esercito regolare, è il metodo della politica estera degli Al-Quds di Suleimani, quindi dei pasdaran, non del presidente Rohani, che ha poteri strategici assai limitati. La suddivisione dei compiti fra la presidenza e l’ala paramilitare ha prodotto risultati nel primo mandato (2013-2017): il rassicurante presidente ha negoziato l’accordo nucleare e ha riaperto l’Iran agli investitori, mentre i Guardiani della Rivoluzione islamica tessevano sul campo ardite trame geopolitiche, fra Mesopotamia e Levante.

Ma qualcosa è cambiato. Paradossalmente, è stato proprio un contesto regionale troppo favorevole all’Iran (specie con la crisi e la caduta territoriale dell’autoproclamato Califfato) a generare un corto-circuito fra i due binari paralleli di politica interna: il riformatore-negoziale di Rohani e l’espansionista-militare di Suleimani. E a farne adesso le spese è l’ala più centrista, insieme alla ripresa economica.

Austerità interna, spese estere
La legge di bilancio 2018 presentata da Rohani il 10 dicembre scorso ha evidenziato questa dicotomia di governo, forse dando involontariamente il là alla diffusione del malcontento popolare. Il presidente ha dovuto aumentare i prezzi della benzina e dei principali generi alimentari, mentre gli stanziamenti per le fondazioni religiose (le bonyad, già esentate dalle tasse), autentici contenitori clientelari che detengono il 60% dell’economia nazionale, sono invece cresciuti. Si aggiungono poi i costi delle operazioni degli Al-Quds (in Siria e in Iraq), le sovvenzioni alla galassia transnazionale sciita (Hezbollah in Libano, Hamas, in parte gli huthi in Yemen) e quelle per l’Afghanistan in ricostruzione. Durante il mandato Rohani, le spese militari sono aumentate del 145%, sebbene Teheran abbia in percentuale del PIl un budget der la difesa (3%) molto inferiore a quello di Riad (9,8%).

Certo, quando il sedicente Stato islamico ha issato la bandiera nera su Mosul, gli iraniani hanno subito sostenuto l’impegno militare dei pasdaran contro gli jihadisti. Tuttavia, c’è differenza fra la protezione dei confini in chiave anti-Daesh e la proiezione oltre i confini, inclusa la ricostruzione della Siria e la creazione di nuove, costose, reti di patronage siriane e irachene.

Legittimità politica e repressione
La sensazione è che la percezione interna della politica estera disegnata dai Guardiani della Rivoluzione stia cambiando: questo può aprire faglie sociali impreviste, forse è già accaduto. Dal momento che l’attuale postura regionale iraniana appare meno ideologica del solito (a parte la consueta retorica anti-imperialista), ma è più prosaicamente dettata da una logica di potenza volta al sostegno dei gruppi transnazionali sciiti filo-Teheran, essa non produce sufficiente legittimità politica, quindi non può assicurare – a differenza di ieri – la stabilità del regime.

Rohani voleva limitare lo “stato di sicurezza”. Invece, le proteste di questi giorni peggioreranno la situazione delle periferie iraniane in cui vivono le minoranze discriminate, anche sunnite e di etnia curda e araba: i pasdaran si sono dispiegati proprio nelle province di Hamadan (curdi), Luristan (lur) e Isfahan. Dopo lo shock dell’attentato di Teheran, rivendicato da Daesh lo scorso giugno, l’Iran si riscopre vulnerabile, dall’interno.

Foto di copertina © Thierry Roge/Belga via ZUMA Press