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Incognite e incertezze

Corea: una tregua olimpica nella penisola senza pace

22 Gen 2018 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

È interessante notare come l’originario spirito olimpico, quello che prevedeva una tregua militare nell’antica Grecia  durante i Giochi olimpici, si sia manifestato nella lontana Penisola coreana in vista degli imminenti Giochi invernali di Pyeongchang. Non solo le due Coree hanno concordato la sospensione delle esercitazioni militari nella penisola. E’ anche previsto che le due squadre olimpiche sfilino congiuntamente sotto un’unica bandiera: quella di una Corea riunificata. In alcuni casi gli atleti competeranno in un’unica squadra coreana. Non è la prima volta che ciò accade: ambedue le squadre fecero altrettanto in occasione dei Giochi olimpici di Sidney nel 2000.

Ma qui si ferma l’analogia tra i due eventi, poiché nel 2000 la  sfilata congiunta avvenne nel contesto di una politica di disgelo lanciata dall’allora presidente sud-coreano Kim Dae Jung e non già nel clima avvelenato che si registra oggi. L’ Amministrazione americana di allora  sosteneva  pienamente la ‘Sunhine policy’ di Seul, al punto che la segretaria di Stato Madeleine Albright giunse a recarsi  in visita a Pyongyang e ad incontrarsi con l’allora leader Kim Jong il. Si parlò persino di una possibile visita dello stesso presidente Clinton. Oggi Washington è assai più  tiepida.

L’evoluzione dei rapporti tra Usa e Corea del Nord
Con l’arrivo di George Bush junior alla Casa Bianca nel 2002 la situazione non fece  altro che deteriorarsi. La nuova amministrazione si adoperò subito per smontare quanto realizzato dai predecessori: essa incluse  la Corea del Nord nella lista americana  degli “Stati canaglia” e fece naufragare gli accordi faticosamente costruiti per una soluzione negoziata della crisi – sono numerose le analogie con l’attuale posizione americana nei confronti dell’accordo nucleare sull’Iran -. A sua volta il Nord riprese il proprio programma nucleare,  denunciò il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, si sottrasse alle ispezioni dell’ Aiea e nel giro di pochi anni, nel 2006, effettuò una prima esplosione atomica, seguita da cinque altri test sviluppando nel contempo un ambizioso programma missilistico.

Si distrussero così le basi per una trattativa sulla Penisola mentre  Bush si  concentrò sulle operazioni militari in Iraq e Afghanistan  piuttosto che sulla Corea. Occorre riconoscere che la questione coreana non figurò neppure  ai primi posti della agenda del residente Barack Obama. Visto che la battaglia contro la nuclearizzazione della Dprk era stata già stata persa, l’  amministrazione Obama preferì  focalizzare la propria attenzione sul negoziato volto ad impedire che l’Iran seguisse il percorso nordcoreano.

 Il rischio di una guerra mai così elevato
Le vicende che si susseguirono dopo l’avvento dell’Amministrazione  Trump sono ben note : mai dopo la guerra di Corea , il rischio di un conflitto è divenuto  così elevato come con l’ aggravante questa volta della presenza di armi nucleari nordcoreane (gli americani ritirarono le proprie atomiche dalla Corea  del Sud nel 1991). Tutto ciò  avvenne nonostante il fatto che alla presidenza del Sud sia  stato recentemente eletto il presidente Moon Jae-in che conduce un  programma decisamente ispirato alla ricerca di una soluzione negoziale alla crisi coreana

Vani erano stati sinora i suoi tentativi di riavviare il  dialogo e di  stemperare il confronto tra il presidente americano ed il leader nord coreano, tentativi che gli hanno valso l’attributo di ‘appeaser’ da parte del Presidente Trump (Moon  è stato membro delle forze speciali sud coreane coinvolto in rischiose operazioni). Non gli rimaneva quindi che giocare la carta di una ripresa diretta del dialogo intercoreano. Non sono ben conosciuti i retroscena di come si sia giunti all’inatteso annuncio della tregua olimpica. E’ possibile che il Sud abbia colto al volo l’ accenno recente di Kim Jong-un all’avvenuto raggiungimento degli obiettivi che la Dprk si era prefissata nel campo missilistico.

Le difficoltà di mantenere la tregua
L’annuncio della tregua costituisce comunque solo un primo fragile  segnale  di distensione. Mantenere una tregua  nell’attuale situazione incandescente non sarà facile: gli incidenti nella zona più militarizzata del mondo sono sempre possibili. I tre Paesi che hanno forze militari nella Penisola – Stati Uniti e le due Coree – dovranno dunque mantenere i nervi saldi.

Nulla di più legittimo che siano le parti coreane, ingiustamente divise dopo la Seconda Guerra Mondiale, a rilanciare il dialogo. Nulla di più doveroso per la comunità internazionale che assecondare questa legittima aspirazione a convivere in pace. Anche l’Europa deve fare la sua parte avendo a mente l’ antico rapporto con il Regno di Corea, l’amicizia profonda con il Sud e  il dialogo, ancorchè  critico, mantenuto con il Nord.

L’Italia svolse, durante la ‘Sunshine policy’, del 2000 un ruolo significativo. Ai tempi di  Lamberto Dini come ministro degli Esteri, essa fu il primo Paese membro dell’Unione europea a stabilire, d’intesa con sud-coreani, americani e nord-coreani, rapporti diplomatici con Pyongyang. Molti in Europa seguirono tale esempio e in Corea  tutti lo ricordano. L’ imminente visita a Roma della signora Kang Kyung-wha, ministro degli Esteri sud-coreano, che ha una vasta esperienza diplomatica internazionale, potrebbe costituire l’occasione per rilanciare l’impegno e per sostenere una svolta virtuosa.