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Elezioni 2018

Colombia: sfida di Bogotà per modernizzare il Paese arcipelago

28 Gen 2018 - Carmine de Vito - Carmine de Vito

La definizione di “Paese arcipelago”  è quella più utilizzata per definire la complessità di un territorio così esteso ed eterogeneo come la Colombia e dà soprattutto l’immagine più efficace di una società che lungo le due impervie geografie ha sedimentato spazi e comunità fuori dall’affermazione dell’autorità statale.

Queste economie marginali hanno contraddistinto la Colombia degli anni ’80 e ’90 qualificandola come lo “Stato fallito” per antonomasia, governato dai poteri di fatto della frontiera: latifondisti e grandi allevatori, reti clientelari, guerriglia, narcotrafficanti e paramilitari.

Un Paese “inspiegabile”, dove ogni aspetto della quotidianità rispondeva ad una logica privata di sopraffazione e interesse. Negli anni ’90 si contavano venti omicidi al giorno, mille ogni due mesi; in questo contesto il narcotraffico, la guerriglia, il para-militarismo, gli interessi economici, fino alle mere faide di strada, si muovevano trasversalmente confondendosi.

La Colombia “arcipelago” non poteva avere né un’anima, né una capitale, essendo le sue frontiere e i suoi cartelli gli unici protagonisti nel mercato mondiale. Bogotá appariva come la triste immagine di una capitale ornamentale, succube del ventre molle del Paese e dei suoi umori criminali e plebiscitari.

Bogotà cambia e inizia a cambiare il Paese
Se oggi la Colombia è un Paese nuovo e, soprattutto diverso, molto è dipeso dalla nuova dimensione sociale e culturale della sua capitale. Il cambiamento ha coinvolto tutti gli aspetti della convivenza: dal recupero culturale della città ai trasporti, dall’educazione alla sicurezza urbana.

Nel 2007 l’Unesco l’ha proclamata ‘Capitale mondiale del libro’ e nel 2009 le è stato assegnato, dalla Biennale di Venezia, il Leone d’oro per l’Architettura, con la speciale menzione di  aver affrontato i problemi legati all’integrazione sociale, all’istruzione, all’edilizia abitativa e allo spazio pubblico, specialmente attraverso innovazioni nel settore dei trasporti.

Nel 2012 sempre l’Unesco la nomina ‘Capitale della Musica’ per la dedizione profusa nella creazioni di luoghi sani di sviluppo della personalità del cittadino, quindi di tutela della socialità. Fin dal 1995 la città ha sperimentato i “Festivales al parque”, una serie di spettacoli e concerti a tema organizzati nei parchi urbani.  La cultura della musica è stata determinante nell’affermazione del rispetto e del confronto; dal  2013  si è strutturato uno specifico programma di educazione musicale nelle scuole pubbliche che ha coinvolto più di 30.000 bambini e ragazzi.

Laboratorio politico e modernizzazione
Il 30 ottobre 2011 viene eletto sindaco Gustavo Petro, politico, economista e diplomatico raffinato, ex guerrigliero dell’ M-19 e poi senatore – capo dell’opposizione che pubblicamente aveva denunciato i crimini dei paramilitari e le collusioni con il governo del presidente Alvaro Uribe.

L’affermazione di Petro è sorprendente da tanti punti di vista: Bogotá sdogana il conflitto e la retorica della “guerra permanente” proponendosi come laboratorio di governo. Tra l’imbarazzo e il nervosismo dell’establishment colombiano, la città, con le sue contraddizioni, turbolenze, discussioni e la sua grande crescita civile, entra con irruenza nell’agone politico.

Le logiche del consenso in Colombia si modificano e la “coscienza infelice” della capitale è condizione determinante nella modernizzazione del Paese.

Quando il 9 dicembre 2013 Alejandro Ordoñez, un procuratore considerato un fanatico Torquemada, molto vicino all’ex presidente Urib,e decretò l’espulsione di Petro dalle cariche pubbliche per 15 anni, accusandolo di presunte irregolarità nella raccolta dei rifiuti, in altre condizioni tutto si sarebbe ricomposto senza tante palpitazioni nel ripristino delle vecchie logiche. Invece, la destituzione venne vissuta come un doppio colpo basso sia alla credibilità delle istituzioni sia al processo di pace in corso.

Lo stesso presidente Juan Manuel Santos non esitò a denunciare il provvedimento come un atto di “guerra sporca” alla credibilità della nuova fase di riconoscimento e riconciliazione nazionale. Quando il 24 aprile 2014 il Tribunale Superiore reintegra Petro nelle sue funzioni, giudicando la destituzione una palese violazione dei principi fissati dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, la credibilità politica di Santos cresce notevolmente e Bogotá risulta determinante nella sua rielezione, passando da un consenso di poco meno di 450.000 voti fino a oltre 1.300.000.

Il fattore Bogotà diviene centrale nell’analisi della dicotomia centro-frontiera in un Paese storicamente costruito su una “conventio ad escludendum” di ampi strati di popolazione marginalizzata, facilmente condizionabile con la leva della clientela o della forza.

Una capitale centrale in un Paese dalle doppie pulsioni
Il referendum per la pace che ha visto la vittoria del No per pochi voti ha, ancora una volta, mostrato le due facce e le due pulsioni che convivono nel Paese. La Colombia che vive con speranza il nuovo corso e le sue nuove opportunità e la Colombia in cui prevale l’odio e il rancore; la Colombia della riconciliazione come una grande opportunità di integrazione internazionale e la Colombia della perenne indignazione e dell’autoisolamento.

Il cambiamento esige etica ed esempio, fondamentale in una società storicamente patriarcale soggiogata dalla forza e dalla sopraffazione. Il Nobel per la Pace 2016 attribuito al presidente Juan Manuel Santos recita nella motivazione “per il duro lavoro svolto e gli sforzi risoluti nel portare la pace nel suo Paese” .

Santos, ex delfino di Uribe, ha il merito storico di aver fortemente voluto la “fin del conflicto” , con costanza e responsabilità, resistendo ai mille attacchi, alle delegittimazioni, alle denunce, tante e pretestuose, provenienti dal suo ex leader che conserva un importante consenso emozionale nel Paese.

Ma, senza dubbio, tutto questo non poteva realizzarsi senza il sostegno concreto, maturo, anche vibrante, di una società colombiana che ha nei suoi principali centri urbani i più attivi soggetti modernizzatori.

Le elezioni presidenziali del 2018 appaiono come l’ultimo e decisivo passo della transizione; la nuova Colombia ha archiviato il vecchio schema aristocratico dell’alternanza (simbolica) tra conservatori e liberali per un confronto politico vero, anche aspro, ma culturalmente rappresentativ,o delle dinamiche di contaminazione che dal centro giungono alle mille frontiere del Paese.

Oggi Bogotá è centrale nell’arcipelago Colombia.