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Incarico a Puigdemont

Catalogna: incognita governo, impasse difficile da risolvere

23 Gen 2018 - Andrea Carteny - Andrea Carteny

Il 17 gennaio è finalmente arrivato: si è costituita la Mesa del Parlamento catalano e i giorni cominciano a scorrere verso fine mese, quando scadrà il termine per la designazione del presidente della Generalitat. Proprio nelle ore in cui l’autoesiliatosi Carles Puigdemont, lasciato il Belgio, arrivava a Copenaghen per una serie d’incontri (e la Corte suprema spagnola respingeva la richiesta di arresto), il neoeletto presidente dell’assemblea catalana Roger Torrent, annunciava il nome dell’ex leader catalano come l’unico emerso dal giro di consultazioni per la guida della Comunità autonoma.

La fine anno e il principio del 2018 sono stati marcati, anche nel dibattito pubblico spagnolo, da una certa stanchezza nei confronti della questione catalana. Le urne, a cui il governo è ricorso dopo aver sospeso l’autonomia della regione ricorrendo – con l’appoggio dell’opposizione socialista – all’ormai noto articolo 155, hanno infatti replicato – ma con una maggiore partecipazione e mobilitazione dell’elettorato – sostanzialmente gli stessi risultati per schieramento del Parlament precedentemente eletto, sospeso e sciolto per la dichiarazione dell’indipendenza catalana.

L’immobilismo prodotto dalle urne
Sebbene il partito più votato sia risultato Ciutadans (C’s), con oltre 1 milione 100 mila voti (25% dei consensi, pari a 36 seggi), i due partiti indipendentisti Junts per Catalunya (JxC, ex Convergència, di Carles Puigdemont), con circa 950 mila voti (quasi il 26% e 34 seggi) e Esquerra Republicana de Catalunya (Erc, di Oriol Junqueras), con 935 mila voti (21% e 32 seggi), ricostituiscono il blocco parlamentare precedente alle consultazioni del 21 dicembre, capace con i seggi della formazione di estrema sinistra Candidatura d’Unitat Popular (Cup, 4,5% e 4 seggi) di avere di nuovo una maggioranza numerica: 70 seggi sui 135 totali del Parlement.

Con soli 600 mila voti (quasi il 14% e 17 seggi) per i socialisti catalani, infatti, la sinistra costituzionalista non è in grado di sostenere un governo unionista dal momento che i voti raccolti da C’s sono sottratti alle altre formazioni unioniste, soprattutto al Partito popolare di Mariano Rajoy, praticamente svuotato dal successo della formazione centrista e rimasto con soli 4 seggi (185 mila voti, pari al 4%). L’ago della bilancia, sebbene schiacciato dalla divaricazione tra indipendentisti e unionisti, sono i Comunes di Podemos (con circa 325 mila voti, pari al 7,5%, e 8 seggi), che in Catalogna hanno come punto di riferimento il sindaco di Barcellona Ada Colau.

Formalmente arruolati all’interno del fronte unionista, sono al fianco degli indipendentisti, oltre che per il diritto al referendum, anche contro la sospensione dell’autonomia e il ricorso al carcere per i leader del movimento secessionista.

Geometrie variabili sul controllo diretto
Sostanzialmente, dunque, i voti si sono ridistribuiti sì, ma all’interno dei blocchi: rispettivamente quello costituzionalista unionista, e quello indipendentista secessionista.

Se per lo schieramento indipendentista – nonostante gli esponenti mantenuti in arresto preventivo e gli autoesiliatisi a Bruxelles – sembra comunque un buon risultato mantenere lo stesso numero di seggi e dunque la possibilità di una seppur ristretta maggioranza parlamentare, per l’arco dei partiti unionisti il mancato raggiungimento di un numero di seggi sufficiente a proporre una maggioranza alternativa rivela tutta la fragilità della soluzione del ricorso alla forza da parte di Madrid: l’applicazione dell’articolo 155 presupponeva infatti, nelle intenzioni del governo, che la maggioranza reale nella società catalana potesse riflettersi in un’alternativa costituzionalista e dunque in una differente maggioranza politica e parlamentare.

La sospensione dell’autonomia della regione ha invece aperto uno scenario difficile da gestire: votato con il sostegno socialista, l’attivazione del controllo diretto è però invisa agli altri nazionalisti regionali spagnoli, come i baschi del Pnv, che hanno condizionato il proprio via libera al voto sul budget statale nel Parlamento nazionale proprio al ripristino delle prerogative di autogoverno della Catalogna. Si sono create dunque maggioranze variabili pro e anti articolo 155: e anche a livello locale Podemos è passata dalla difesa del referendum alla mobilitazione contro il controllo diretto.

Incertezze attorno all’investitura di Puigdemont
Ecco quindi che al primo appuntamento per la costituzione del tavolo di presidenza parlamentare si è arrivati con una curiosità più di maniera che reale: nonostante le promesse di Inés Arraimadas, la carismatica leader catalana di C’s, di candidarsi alla presidenza del Parlement in quanto a capo del partito più votato, gli indipendentisti hanno eletto – come prevedibile – Torrent, giovane esponente di Erc emerso dopo la rinuncia della precedente presidenta, Carme Forcadell.

Ora lo schema degli accordi con JxC prevede la designazione di Carles Puigdemont a presidente della Generalitat: ma ecco che si riaprono scenari imprevedibili.

Torrent porterebbe infatti la presidenza del Parlamento a considerare valido il voto per delega non solo di coloro i quali si trovano ancora in arresto preventivo – come autorizzato dal giudice Pablo Llarena per gli esponenti indipendentisti Oriol Junqueras, Joaquim Forn e Jordí Sànchez –, ma anche degli auto-esiliatisi all’estero, esponendosi al rischio di una forzatura che sarebbe probabilmente impugnata davanti al Tribunale supremo. Il fallimento dell’elezione del candidato Puigdemont riaprirebbe tutti gli scenari possibili: la ricerca frettolosa di un nome alternativo e il pericoloso scorrimento del tempo verso nuove elezioni, che – Ciutadans a parte – nessuno in questo momento auspicherebbe.

Foto di copertina © Jordi Boixareu via ZUMA Wire