IAI
Le accuse di Amnesty

Migranti: l’Italia e i loro diritti umani violati in Libia

27 Dic 2017 - Marina Mancini - Marina Mancini

In un rapporto del 12 dicembre, Amnesty International ha accusato i Paesi dell’Unione europea, e in particolare l’Italia, di essere complici nelle gravi violazioni dei diritti umani commesse nei confronti dei migranti recuperati in mare dalla Guardia costiera libica (Gcl) e trasferiti nei centri di detenzione del Dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale libico (Dliil).

Migliaia di migranti (inclusi quelli meritevoli di protezione internazionale) sono reclusi in questi centri per periodi di tempo indefiniti, senza alcuna possibilità di ricorso contro la detenzione, in condizioni gravemente al di sotto degli standard umanitari minimi, come già denunciato nel dicembre 2016 dalla Missione Onu di supporto in Libia e dall’Ufficio dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani.

Le misure adottate dall’Italia
Ciononostante, fin dai giorni successivi alla sua nomina, il Governo Gentiloni si è impegnato nella definizione e attuazione, con il sostegno politico e finanziario dell’Ue, di una serie di misure volte a rafforzare la capacità di azione della Gcl e del Dliil, nell’intento di porre un freno al flusso di migranti provenienti dalla Libia. È stata innanzitutto deliberata una missione di assistenza alla Gcl, comportante (1) l’addestramento del suo personale a bordo di quattro motovedette temporaneamente cedute dal Governo Berlusconi a Gheddafi e in seguito ritrasferite in Italia per essere riparate, nonchè (2) la manutenzione ordinaria delle stesse. Le motovedette sono state riconsegnate al Governo di riconciliazione nazionale libico ad aprile e maggio scorsi.

Con il Memorandum Gentiloni-Serraj del 2 febbraio 2017, poi, sono state previste ampie forme di cooperazione finalizzate ad arginare i flussi migratori illegali. In particolare, l’Italia si è obbligata a fornire supporto tecnico e tecnologico alla Gcl e al Dliil e a cooperare all’adeguamento e finanziamento di quelli che sono definiti in maniera più che edulcorata «centri di accoglienza» per migranti illegali in Libia.

Nel quadro della cooperazione prevista dal Memorandum, alla fine di luglio scorso, su richiesta del Governo Serraj, è stata deliberata una missione aeronavale incaricata di: (1) proteggere e difendere i mezzi della Gcl impegnati nel contrasto dell’immigrazione illegale; (2) fornire consulenza alla Gcl e alla Marina libica; (3) collaborare alla creazione in Libia di un centro operativo per la sorveglianza marittima e il coordinamento delle attività marittime congiunte; e (4) contribuire a ripristinare l’efficienza delle infrastrutture e dei mezzi da impiegare nel contrasto all’immigrazione illegale.

Infine, negli stessi giorni, è stato adottato un codice di condotta per le Ong attive nel salvataggio dei migranti in mare che impegna quelle che lo sottoscrivono a non entrare nelle acque territoriali libiche, tranne in situazioni che richiedano un’assistenza immediata, e a non ostacolare l’attività di ricerca e salvataggio della Gcl, la quale sistematicamente trasferisce i migranti salvati o comunque intercettati in mare nei centri di detenzione gestiti dal Dliil.

I risultati conseguiti e le complicità italiane
L’insieme delle suddette misure ha comportato una consistente riduzione dei migranti sbarcati in Italia (33.288 tra luglio e novembre 2017, il 67% in meno dello stesso periodo del 2016, secondo Amnesty International), ma anche un significativo aumento di quelli recuperati in mare dalla Gcl e trasferiti nei centri di detenzione gestiti dal Dliil (19.900 migranti detenuti all’inizio di novembre, secondo il Dliil). Le condizioni di questi centri sono di conseguenza ulteriormente peggiorate. Sovraffollamento, scarsa ventilazione, malnutrizione, assenza di cure mediche e violenze sistematiche da parte delle guardie rendono la vita al loro interno un vero inferno.

In considerazione di quanto sopra, l’accusa di complicità dell’Italia nelle violazioni dei diritti umani fondamentali dei migranti commesse in Libia non è infondata. Secondo il diritto internazionale consuetudinario, uno Stato è complice, e perciò soggetto a responsabilità internazionale, quando presta aiuto o assistenza a un altro Stato nella commissione di un illecito internazionale se (1) è consapevole delle circostanze che rendono il comportamento di quest’ultimo illecito; e (2) esso stesso commetterebbe un illecito, qualora tenesse lo stesso comportamento (art. 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati).

Nel caso di specie, entrambe le condizioni appaiono soddisfatte. Il Governo italiano è certamente a conoscenza delle condizioni inumane in cui sono detenuti i migranti. Inoltre, la detenzione arbitraria e la sottoposizione a tortura e a trattamenti inumani o degradanti costituirebbero illeciti internazionali anche qualora fossero commessi direttamente dall’Italia.

Non vale ad escludere la responsabilità internazionale di quest’ultima un preteso stato di necessità, implicitamente richiamato dal ministro dell’Interno Marco Minniti, il quale ha evocato «un rischio per la tenuta democratica del Paese». Per quanto concerne la violazione del divieto di tortura, lo stato di necessità non è invocabile, data la natura cogente della norma (art. 26 del Progetto).

Riguardo alla violazione di altre norme internazionali, questa può essere giustificata dallo stato di necessità solo quando (1) sia l’unico mezzo per salvaguardare un interesse essenziale dello Stato da un pericolo grave e imminente; e (2) non pregiudichi gravemente un interesse essenziale dello Stato o degli Stati nei cui confronti l’obbligo sussiste o della comunità internazionale nel suo complesso (art. 25 del Progetto).

Necessaria un’inversione di rotta
Nel caso in esame, l’interesse dell’Italia alla sua sicurezza è senz’altro qualificabile come un interesse essenziale dello Stato; è tuttavia discutibile che, prima dell’adozione delle misure descritte, esso fosse minacciato da un pericolo grave e imminente. Inoltre, misure alternative al trasferimento dei migranti in Libia erano certamente esplorabili, in collaborazione con l’Ue e gli altri Stati membri, al fine di alleggerire la pressione migratoria sull’Italia, come ad esempio la piena attuazione e l’ampliamento del programma di ricollocazione dei richiedenti protezione internazionale deciso dall’Ue nel 2015. Infine, la detenzione arbitraria, la sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti e le altre gravi violazioni nei confronti di migliaia di migranti sono chiaramente in contrasto con l’interesse essenziale della comunità internazionale alla tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.

Il contenimento del flusso migratorio verso l’Italia non può avvenire a scapito della protezione dei diritti umani dei migranti. Questa deve ritornare al centro della politica migratoria italiana. Come richiesto dal Comitato contro la tortura, occorre stabilire un meccanismo che subordini qualsiasi forma di supporto e assistenza agli organi libici competenti in materia di immigrazione illegale al rispetto dei diritti umani fondamentali dei migranti, emendando di conseguenza il Memorandum Gentiloni-Serraj.