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Successione democratica

Liberia: Weah vince elezioni, ma vera partita comincia ora

31 Dic 2017 - Andrea Aversano Stabile, Federico Mascolo - Andrea Aversano Stabile, Federico Mascolo

I cittadini della Liberia, chiamati alle urne il 26 dicembre, hanno democraticamente eletto George Weah loro nuovo presidente. In occasione del ballottaggio tra i due candidati che avevano ricevuto il maggior numero di voti al primo turno, l’ex calciatore di Milan e Paris Saint Germain ha battuto la concorrenza di Joseph Boakai grazie ai consensi ricevuti da oltre i tre quinti dei votanti – oltre il 61% -, confermando le previsioni della vigilia che lo davano favorito.

Le lunghe operazioni di voto
Sono stati necessari due mesi perché le elezioni consentissero alla Liberia di sperimentare il primo avvicendamento presidenziale avvenuto senza il ricorso alla violenza o alle arbitrarie modifiche del testo costituzionale. Il presidente uscente Ellen Johnson Sirleaf, prima donna alla guida di uno stato africano nonché premio Nobel per la Pace per gli sforzi condotti durante il conflitto intestino, aveva infatti annunciato in maniera tempestiva che, alla scadenza del suo secondo mandato consecutivo, avrebbe definitivamente chiuso con la politica.

La virtuosa transizione democratica liberiana – un fatto positivo per tutta l’Africa –  è cominciata con le elezioni del 10 ottobre che hanno visto fronteggiarsi ben venti differenti candidati per la corsa alla presidenza. Tra questi spiccavano i nomi del leader della Coalizione per il cambiamento democratico (Cdc) George Weah, idolo dei giovani, anche grazie alla precedente carriera calcistica, culminata nella conquista del Pallone d’Oro nel 1995, e di Joseph Boakai, 73 anni, vice-presidente in carica e leader del Partito dell’Unità. Nella prima tornata elettorale, Weah ha ottenuto il 38.4% dei consensi contro il 28% di Boakai. S’è così reso necessario un secondo turno, inizialmente previsto per il 7 novembre, dal momento che il candidato più votato non era riuscito a superare la soglia del 50% dei voti espressi.

La data del ballottaggio presidenziale ha poi subito un ritardo a causa del ricorso presentato da Charles Brumskine, ex membro del partito del vecchio presidente Charles Taylor, candidato classificatosi al terzo posto al primo turno, per via di presunti brogli verificatisi durante le operazioni di voto. Avendo accolto la mozione del leader del Partito Liberty, la Corte Suprema liberiana, dopo un’accurata analisi, ha respinto l’appello con la motivazione che le irregolarità effettivamente riscontrate non potevano definirsi di una gravità tale da esigere un annullamento del primo turno elettorale. I risultati delle elezioni del 10 ottobre sono stati dunque confermati e il ballottaggio è stato posticipato al giorno dopo Natale, con gli organi di Stato che invitavavano i cittadini liberiani a festeggiare la ricorrenza in maniera pacata alla luce dell’importante appuntamento del giorno seguente.

In questo contesto, George Weah è riuscito a rispettare il pronostico della vigilia che lo vedeva favorito battendo, come fece con il tedesco Klinsmann nel 1995, il diretto avversario.

Una difficile eredità socio-economica
Se la transizione democratica può dirsi sostanzialmente avvenuta con successo, la situazione socio-economica del paese rimane estremamente complessa. Uscita devastata dal periodo di guerre civili (1989-2003) che ha causato oltre 250mila vittime, la Liberia sotto la presidenza Sirleaf ha ritrovato pace e relativa stabilità, ma la sua economia rimane fragile e le condizioni di vita di una consistente fetta di popolazione precarie, quando non critiche.

Nonostante il tangibile miglioramento generale dell’ultimo decennio, la maggioranza della popolazione (intorno al 54%) vive ancora in condizioni di povertà, concentrata negli slums alla periferia di Monrovia e soprattutto nelle aree rurali, dove il tasso di povertà supera i due terzi. Rimangono preoccupanti anche i dati riguardanti l’educazione – l’accesso alle scuole è inferiore al 50% – ed il sistema sanitario, la cui precarietà e totale dipendenza dagli aiuti internazionali sono state messe in evidenza dall’epidemia di ebola del 2014.

Proprio l’epidemia di ebola, insieme al calo dei prezzi a livello globale dei due principali prodotti da export della Liberia, la gomma ed il ferro, sono all’origine del brusco rallentamento dell’economia del Paese a partire dal 2014. A questi fattori si aggiungono problemi strutturali, quali la mancanza di infrastrutture e un settore imprenditoriale ancora tutto da sviluppare. Insomma, il neo-eletto presidente eredita una situazione difficile, con alcuni punti da cui ripartire, ma una lunga serie di sfide da affrontare.

Quali priorità per la presidenza Weah?
I problemi politici ed economici che Weah dovrà provare a risolvere sono evidenti, al punto che i programmi dei due candidati alla presidenza erano piuttosto simili tra loro – non a caso, la campagna elettorale si è giocata principalmente sull’immagine, rispettivamente di cambiamento e di continuità, dei due candidati. Ha prevalso la voglia di cambiamento dei giovani. Adesso, Weah dovrà rispondere coi fatti a chi accusa lui di inesperienza ed il suo programma di approssimazione.

Alla Liberia serve innanzitutto rendere più inclusiva e diversificata l’economia (ad oggi ancora prevalentemente estrattiva): obiettivi irraggiungibili senza un sostanziale sviluppo delle infrastrutture, soprattutto energetiche, del Paese. Ad oggi il 95% della popolazione non ha accesso all’energia elettrica, un fatto dall’impatto devastante sull’imprenditoria ed ancor di più sulla vita quotidiana dei liberiani – basti pensare che la quasi totalità di scuole ed ospedali è sprovvista di elettricità. Adesso che la nuova centrale idroelettrica del Mount Coffee garantirà un sensibile aumento della capacità produttiva del Paese, lo sviluppo della rete elettrica deve essere una priorità.

Sarà senza dubbio una priorità la lotta alla corruzione ed al clientelismo, intrapresa sotto la presidenza Sirleaf con risultati quantomeno alterni. L’immagine di self-made man estraneo al corrotto sistema politico (nonostante questa sia la sua terza campagna presidenziale) è stata senza dubbio uno dei fattori che hanno portato Weah alla vittoria: il neo-eletto presidente dovrà ora dimostrare di saper provocare quella ventata di cambiamento che ha promesso.

Si tratta di riformare l’apparato burocratico del Paese e garantire una maggior trasparenza istituzionale. Ma il passo decisivo sarà affrontare la questione dei criminali di guerra, molti dei quali rimangono in posizioni di potere. La nomina a vicepresidente di Jewel Howard, ex-moglie del signore della guerra Charles Taylor, non può mettere in discussione l’importanza di una mossa tanto coraggiosa quanto fondamentale per cancellare le scorie della guerra civile. Per l’uomo che dalla periferia di Monrovia è arrivato a vincere il pallone d’oro si tratta di un compito tanto difficile, quanto fondamentale per gettare le basi per un futuro più roseo.