IAI
La scelta delle sedi di Eba ed Ema

Ue/Italia: il sorteggio è un danno d’immagine e di sostanza

26 Nov 2017 - Marinella Neri Gualdesi - Marinella Neri Gualdesi

L’Unione europea non aveva affatto bisogno di un nuovo colpo alla sua credibilità nell’opinione dei cittadini europei, proprio quando la popolarità del progetto è in calo. Il farraginoso e poco trasparente sistema, sorteggio incluso, scelto per designare le nuove sedi delle Agenzie europee che lasceranno Londra in seguito alla Brexit rischia di danneggiare ulteriormente l’immagine dell’Ue.

Certamente le regole, inclusa la possibilità del sorteggio in caso di parità, erano note e accettate dalle delegazioni entrate nella sala dove la decisione sarebbe stata presa, visto che erano state approvate all’unanimità dal Consiglio europeo lo scorso giugno. Ma è proprio la modalità  con cui si è arrivati alla designazione di Amsterdam per l’Agenzia europea del farmaco (Ema) e Parigi per l’Autorità bancaria europea (Eba) a suscitare perplessità.

Pur essendo Agenzie con un profilo sostanzialmente tecnico e di controllo, sia l’Eba che l’Ema trattano e condizionano decisioni che hanno risvolti importanti per le politiche europee e per i cittadini . Inoltre, per il numero dei funzionari che vi lavorano e l’indotto che ruota intorno alle loro attività, la sede di lavoro porta con sé anche rilevanti aspetti economici.

Ci si aspetterebbe pertanto una scelta fatta sulla base di criteri oggettivi, piuttosto che con il sorteggio: miglior rapporto tra condizioni di lavoro, opportunità di fare sistema con il Paese ospitante, esistenza di strutture che mettano in rete industria e ricerca nel caso dell’Agenzia del farmaco.

L’esclusione di Milano e la ricerca del colpevole
L’eliminazione della candidatura di Milano è avvenuta a Bruxelles, ma non è necessario un Poirot per trovare il colpevole. Una prima responsabilità ricade sulla Commissione europea, che non ha effettuato una selezione tra le candidature presentate, scartando quelle che non avevano i requisiti concordati,  e ha quindi lasciato in corsa anche città con scarse chances di successo. Non solo complicando così la votazione, ma anche alimentando il sospetto che l’Esecutivo europeo avesse una propria candidatura da spingere, Bratislava, per ragioni di riequilibrio geopolitico nella ripartizione delle sedi. Obiettivo di per sé anche valido, ma da sostenere alla luce del sole. La Slovacchia delusa ha poi optato per un’astensione che ha contribuito allo stallo della parità e al ricorso alla sorte.

Il resto l’ha fatto il gioco delle alleanze. La procedura che si è voluta seguire, affidandosi al sorteggio alla fine di una tripla votazione, condotta con criteri discutibili, denota ancora una volta la volontà di confermare la supremazia degli Stati nazionali nell’Unione europea. Il vorticoso giro di telefonate tra capi di Stato e di governo dopo la prima votazione, i veti reciproci, i patti e le intese non dichiarati ma certamente fatti, rivelano la volontà di controllo delle capitali sui processi decisionali, ma allo stesso tempo denunciano anche la loro impotenza , se poi è il caso che decide per chi non sa decidere.

Il ruolo dell’Italia e la tentazione del ‘mal comune mezzo gaudio’
A peggiorare le cose si è aggiunta una spaccatura tra Paesi membri, tra un blocco del Nord e uno del Sud, che ha comunque visto i nordici fare un gioco di squadra più efficace dei mediterranei.

L’Italia, che ha sostenuto la candidatura di Milano per l’Agenzia europea del farmaco con l’impegno di tutti i soggetti coinvolti e ha dato prova della capacità di portare avanti un importante sforzo collettivo, potrebbe consolarsi con la sconfitta della candidatura di Francoforte per la sede dell’Eba. Ma sarebbe una visione miope. La Germania è entrata in una fase politica interna critica per le difficoltà che Angela Merkel incontra nel negoziato per formare un governo. Ma è probabile che nei giochi delle nomine rilancerà con un obiettivo più ambizioso. La Francia, che ha ottenuto l’Eba a Parigi, difficilmente potrà continuare a puntare a insediare il ministro delle Finanze Bruno Le Maire alla presidenza dell’Eurogruppo, quando scadrà il mandato dell’attuale presidente, l’olandese Jeroen Dijsselbloem. Cosa che potrebbe aprire la strada di una delle cariche più importanti dell’Ue a un candidato tedesco.

Due considerazioni da trarre dal doppio sorteggio
Dal fatto che due importanti scelte siano state decise da un’estrazione a sorte si possono trarre due considerazioni, entrambe non particolarmente esaltanti per il futuro dell’Unione europea. La prima concerne il rischio che nel clima di sfiducia nelle istituzioni e nei meccanismi delle democrazie liberali, che sta alimentando la crescita delle forze sovraniste ed euroscettiche all’interno dell’Europa, questa prova poco felice da parte dell’Ue di come condurre in porto scelte rilevanti finisca per potenziare ulteriormente l’attrattiva per i modelli autoritari, per i leader che diffondono un’immagine di efficacia e rapidità nelle decisioni grazie al loro potere senza “checks and balances”.

L’ondata di disincanto e di rifiuto per le politiche decise dalle élites europee che spinge la protesta populista non può che prendere forza da una prova così opaca della governance dell’Ue.

La seconda considerazione porta purtroppo a ritenere che l’Europa non stia dando prova della capacità di operare al livello dei maggiori protagonisti della politica internazionale. Un’Europa capace di uscire dalla crisi degli ultimi anni in modo più unito, più efficace nel fornire soluzioni ai problemi che l’affliggono, più legittimata democraticamente, non è ancora all’orizzonte.