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Occasioni perdute

Trump in Asia: l’incoerenza americana è un’opportunità cinese

15 Nov 2017 - Gaia Rizzi - Gaia Rizzi

Giunti al termine dei 12 giorni che hanno visto Donald Trump impegnato nel suo viaggio in Asia – dove ha visitato Giappone, Corea del Sud, Cina, Vietnam e Filippine –, ciò che emerge è l’assenza di una strategia americana che si dimostri chiara e coerente negli obiettivi da perseguire nella regione dell’ Asia-Pacifico. L’iniziale tentativo di implementare la nuova visione ‘Indo-Pacifica’ promossa dall’Amministrazione statunitense è stato, ancora una volta, indebolito dalla retorica dell’America First che ha caratterizzato i discorsi di Trump durante gli ultimi impegni diplomatici.

Minaccia nucleare: conferma delle alleanze con Giappone e Corea del Sud
Trump è partito alla volta dell’Estremo Oriente per rassicurare i propri alleati e riaffermare l’impegno americano nella regione, compiendo il viaggio più lungo intrapreso da un presidente americano negli ultimi 25 anni.

Partito il 4 novembre, Trump ha scelto il Giappone come prima tappa, andando a consolidare ulteriormente i rapporti ufficiali e di amicizia personale che ha più volte dimostrato di avere con il primo ministro Shinzo Abe. Se da un lato Trump non ha ceduto alle richieste di Abe di riaprire i negoziati sul Tpp, i due leader sono apparsi perfettamente in sintonia riguardo alla minaccia nordcoreana, come dimostrato dai nuovi accordi per la vendita di armi in difesa del Giappone e dall’incontro del presidente americano con le famiglie dei giapponesi rapiti dal regime di Pyongyang (interpretata come azione simbolica per esercitare ulteriore pressione sul leader nordcoreano Kim Jong-un).

Con Washington e Tokyo alleati e aperti a ogni opzione sulla Corea del Nord, a Seul il presidente Moon Jae-in ha invece ribadito la sua forte opposizione all’opzione militare, in quanto rischierebbe di causare danni devastanti in Corea del Sud. Tuttavia, durante questa seconda tappa, Trump si è positivamente distinto dalle sue precedenti posizioni dimostrandosi disponibile a visitare la zona demilitarizzata (visita infine impedita dalla troppa nebbia) e, durante il suo discorso di fronte al Parlamento sudcoreano, a invitare Kim Jong-un a intraprendere la via diplomatica per mettere fine alle insostenibili tensioni raggiunte negli ultimi mesi.

Trump a Pechino: emerge l’incoerenza americana
Se le prime due visite ufficiali hanno presentato un presidente americano capace di adattarsi al copione per fare gli interessi del proprio Paese, è con l’arrivo in Cina e l’incontro con il presidente Xi Jinping che Trump ha cominciato a mettere in luce la profonda incoerenza della strategia americana in Asia. Se nei primi due incontri la visione ‘Indo-Pacifica’ – ovvero il tentativo americano di contenere la Cina tramite il rafforzamento dei legami con le democrazie regionali come Australia, Giappone e India (“quad”)  – sembrava possibile, l’eccessiva e inaspettata deferenza di Trump nei confronti di Xi ha rimesso in discussione la posizione americana.

La tappa cinese ha riservato ai Trump un’accoglienza “plus”, facendo di The Donald il primo leader a cenare nella Città Proibita a Pechino dal 1949. Gli accordi economici sono stati tuttavia il vero “miracolo”: Stati Uniti e Cina hanno infatti infranto ogni record con oltre 250 miliardi di dollari in accordi commerciali tra i due Paesi. Tra i più significativi, quello tra l’americana General Electrics e il cinese Silk Road Fund evidenzia l’interesse americano nel prendere parte agli investimenti nel quadro del progetto Belt and Road Initiative (Bri) promosso da Xi Jinping.

Inoltre, l’annuncio cinese di voler favorire una progressiva apertura del settore finanziario alle compagnie straniere, accompagnato dalla creazione di un fondo da 5 miliardi di dollari tra la China Investment Corporation, primo fondo sovrano cinese, e Goldman Sachs sembra aver fatto breccia nell’ego di Trump.

Infatti, nonostante alcuni di questi accordi siano stati conclusi prima del vertice e molti altri non siano vincolanti, Trump è comunque arrivato a contraddire l’atteggiamento ostile assunto fino a quel momento  contro la Cina, elogiandola per i successi economici e biasimando le precedenti amministrazioni americane per non essere state in grado di tenere testa alla crescente economia cinese. Come se non bastasse, Trump ha affermato che Stati Uniti e Cina, essendo le due maggiori potenze economiche mondiali, insieme possono risolvere le più urgenti crisi internazionali, rimettendo così in gioco l’opzione del G2 e minando la credibilità della visione ‘Indo-Pacifica’ ancora prima della sua implementazione.

America First premia la Cina di Xi Jinping
La ormai evidente predilezione di Trump per gli accordi bilaterali è emersa ulteriormente ad Hanoi, Vietnam. Durante il Vertice della Cooperazione economica dell’Asia-Pacifico (Apec), il discorso del presidente americano si è focalizzato sui deficit economici patiti dagli Stati Uniti negli scambi commerciali con i Paesi asiatici, individuando poi nella nota retorica dell’America First la strategia per determinare le future relazioni economiche americane nella regione. Il discorso populista di Trump non ha tuttavia convinto i leader presenti, 11 dei quali si sono immediatamente attivati per ripristinare le trattative legate alla creazione di un’area di libero scambio regionale.

La debolezza della posizione di Trump appare ancora più evidente quando confrontata con le reazioni positive ricevute da Xi Jinping, il quale ha individuato in una maggiore apertura la chiave per il progresso economico regionale. La mancanza di un progetto valido proposto dagli Stati Uniti sta inevitabilmente spingendo i Paesi asiatici nell’orbita di una Cina che ha il merito di proporre progetti a lungo-termine come la Belt and Road Initiative, la Free Trade Area of Asia-Pacific, e una partnership tra Cina e Asean che promettono significativi benefici economici per i paesi coinvolti. Inoltre, la decisione di Trump di saltare l’East Asia Summit a Manila, Filippine, non ha fatto altro che evidenziare un’altra occasione persa per affrontare questioni rilevanti come la crisi in Myanmar, le questioni marittime nel Mar Cinese Meridionale e l’inosservanza di diritti umani nella regione, cedendo così una parte fondamentale del soft power americano a una Cina che si dimostra sempre più presente e coinvolta nelle istituzioni regionali multilaterali.

Donald Trump appare così bloccato in un dilemma tra il realismo geopolitico che necessita di alleanze multilaterali per affrontare la minaccia nordcoreana e l’individualismo economico promosso tramite il concetto di America First. La questione adesso è vedere se l’amministrazione americana si renderà conto dell’incompatibilità dei due approcci prima di fare della Cina l’unico partner economico affidabile della regione asiatica.