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La nuova legge

Terrorismo: emergenza, promesse (mancate?) del presidente Macron

2 Nov 2017 - Giovanna De Minico - Giovanna De Minico

Il progetto francese «renforçant la sécurité intérieure et la lutte contre le terrorisme»  è ormai legge con l’approvazione definitiva del Senato il 18 ottobre. Esaminiamola nelle premesse ideologiche e nel contenuto. Quanto alle prime, che costituiscono l’occasio legis dell’atto in oggetto, essa dà seguito alla promessa del presidente Emmanuel Macron di non differire ulteriormente la vigenza dello stato d’ emergenza, dichiarato nel 2015 e giunto alla sua 26a proroga[1]: cioè la legge vuole essere un ritorno alla normalità istituzionale, perché ragioni di opportunità politica e valutazioni giuridiche consigliavano una lettura della realtà nei termini del venire meno dello stato d’emergenza. Ne consegue che la legge in esame non si presenta più come una disciplina eccezionale e a tempo determinato, ma nelle vesti di una regolazione ordinaria e a vigenza illimitata.

Chiediamoci se la promessa del presidente di revocare l’état d’urgence, cioè lo stato d’ emergenza, in Francia sia stata mantenuta anche nella sostanza. Risponderemo a questa domanda dopo aver esaminato la legge francese nel suo contenuto.

I contenuti d’una legge del terrorismo del tempo ordinario
Essa intende individuare un’equilibrata misura di coesistenza tra sicurezza e libertà, ma, a differenza dei modelli che l’hanno preceduta, non ha come presupposto lo stato d’ emergenza, non più prorogato, bensì la constatazione di una singolare situazione di fatto: il terrorismo del tempo ordinario. Con questa espressione intendo dire che giustamente i francesi hanno smesso di differire di tre mesi in tre mesi la situazione eccezionale perché essa ha perso i tratti dell’eccezionalità e della temporaneità per acquisire quelli dell’ordinarietà e della longevità. La legge coglie bene una situazione di fatto effettiva: il terrorismo non è più quell’episodio racchiudibile in una parentesi temporale irripetibile, ma un concatenarsi di eventi che si dilatano e si distendono nello spazio e nel  tempo.

Il terrorismo di ultima generazione rivela un nuovo volto, mutando da evento isolato e straordinario a fenomeno endemico, pur se imprevedibile nel quando, dove e come la nuova eruzione di violenza accadrà. Esso dunque non è più un fatto compreso in un arco temporale definito, superato il quale la vita di un ordinamento ritorna alla sua normalità, ma tende a protrarsi sine die, accompagnando tutti nell’agire quotidiano. È dunque un terrorismo del tempo ordinario.

Un fenomeno che, per caratteristiche e dimensioni, richiama lo stato di guerra
È altresì un terrorismo i cui autori sfuggono a una categorizzazione tradizionale, secondo i canoni tipici del ribellismo sociale o della sovversione politica, fomentata da organizzazioni interne o straniere. La libertà di riunione o di associazione del vicino di casa può essere la radice occulta di un atto di violenza che ci coinvolge. La libertà di culto può diventare il terreno di coltura della radicalizzazione violenta di un giovane fino a ieri integrato in un comune tessuto sociale. Lo stesso può dirsi per la libertà di manifestazione di pensiero o di stampa, mentre la libertà di domicilio cambia da presidio essenziale della privacy a occasione di occultamento di strumenti di morte. In tal modo, concetti giuridici che hanno concorso decisivamente a costruire la civiltà moderna e lo stato di diritto si tramutano in strumenti di quotidiane diffidenze disgregatrici del tessuto sociale e di distruttive paure.

Anche le nuove tecnologie concorrono per molteplici versi: mentre da un lato amplificano a dismisura la conoscenza e la percezione della gravità degli atti di violenza, facendo crescere nei cittadini la consapevolezza della necessità di difendersi; dall’altro, possono fornire strumenti per il proselitismo, la formazione di gruppi eversivi, la progettazione di strumenti di morte e dell’occasione per usarli, o infine essere veicoli della propaganda volta ad aumentare la paura in chi teme di essere colpito. Le radici della nostra moderna convivenza civile sono anche le radici di una quotidiana paura.

“Per questo siamo davanti a un fenomeno che per le sue caratteristiche e dimensioni fa pensare a un vero e proprio stato di guerra”[2].

Interrogativi sulla legittimità costituzionale dell’operazione legislativa
Quindi, con un’apprezzabile senso pragmatico, il legislatore francese ha smesso di fingere e ha trattato il terrorismo per ciò che è: un’ emergenza quotidiana che come tale non potrà più essere dichiarata con un atto straordinario del Consiglio dei Ministri. Non è in discussione la sua esistenza, bensì la legittimità costituzionale di questa azzardata operazione legislativa.

Quindi, la legge francese ha normalizzato lo stato d ’emergenza e ha convertito la sua regolazione eccezionale e derogatoria in generale  e ordinaria.

Le libertà, infatti, già mortificate e costrette ad arretrare dalle leggi precedenti, non ritornano a distendersi verso l’alto, ma come una molla continuano a vivere soffocate sotto il peso del terrore. Anzi io direi che la tensione conoscerà momenti peggiori, sia perché la durata della compressione è divenuta sine die, sia perché i limiti sono più severi. Ora si potrà ordinare anche la chiusura dei luoghi di culto; e al tempo stesso  resistono le vecchie e odiose misure dell’assegnazione a residenza, con  il nuovo nome di “misura individuale di controllo amministrativo”, anche se nella sostanza poco cambia, se non in peggio. La stessa operazione di lifting subisce anche la perquisizione domiciliare del presunto terrorista che  sarà sottoponibile a “una visita a domicilio”, che non è quella del dottore, ma sempre del prefetto che esamina luoghi, ispeziona dimore e sequestra computer con tutto ciò che contengono, in base, non a prove, ma a presunti indizi legati da un rapporto troppo vago e lontano ai temuti atti di terrore.

Una torsione per la sicurezza a danno delle libertà
Dalla lettura della legge viene fuori una torsione a danno delle libertà accentuata dall’aggravante che, con il venire meno dell’état d’urgence, sparisce anche la necessaria garanzia del controllo giurisdizionale sull’atto costitutivo dello stato d’eccezione. Questa osservazione ci introduce alla questione forse più controversa della nuova legge: il controllo del giudice. Qui la legge dimentica una norma basilare della Costituzione della V Repubblica francese, l’art. 66, che, stando alla lettura costituzionalistica più garantista, affida l’intero fascio delle libertà fondamentali al sindacato anticipato o successivo del giudice ordinario. Invece il legislatore di oggi ha preferito un’interpretazione più restrittiva dell’art. 66, rimettendo la sola libertà personale alle cure del giudice imparziale ordinario. Tutte le altre libertà spettano al giudice amministrativo, il quale per status e provenienza offre attenuate garanzie di neutralità rispetto all’Esecutivo, il che lo rende l’autorità meno adatta a decidere sulle libertà.

Ritengo corretto aver equiparato la proroga ripetuta dello stato d’ emergenza alla sua normalizzazione, ma reputo illegittimo costituzionalmente il non aver alleggerito le misure limitative delle libertà, pur venuta meno la tradizionale giustificazione di una loro durata definita nel tempo, come il non aver rafforzato le garanzie giudiziarie.

La Francia della rivoluzione francese si sta avviando a essere uno stato di polizia a tempo indefinito che diretto a scavalcare lo Stato di diritto di giacobina memoria. Alla luce di quanto detto si può ancora considerare rispettata la promessa del presidente Macron di ritornare alla normalità istituzionale?

 

[1]  Mi sia consentito rinviare per un’analisi della normativa francese e per un inquadramento delle questioni più generali dello stato di necessità e della compatibilità costituzionale e comunitaria al mio libro: Costituzione. Emergenza e Terrorismo, Jovene, 2016.

[2] L’espressione di  E Cheli è parte della sua più ampia riflessione svolta nel recensire il mio libro, citato nella nota precedente, apparsa in  Dir. Pubbl, 2, 2017