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Italia malato d’Europa: quattro ragioni per cui è forse vero

2 Nov 2017 - Pierangelo Isernia - Pierangelo Isernia

È l’ Italia il malato d’Europa, come titolava un articolo del Guardian un anno fa? L’ Italia non è sola a trovarsi in una situazione difficile, esposta alle molteplici sfide che affliggono l’Unione. Ma per quattro ragioni il nostro Paese è effettivamente un unicum.

Primo: un Paese diviso sulle scelte di politica estera
Primo, è un paese profondamente diviso sulle scelte di politica estera. La iniziale frattura tra destra e sinistra sul ruolo dell’ Italia in Europa e in rapporto con gli Stati Uniti era progressivamente scomparsa. Non è più così, ed in particolare non è più cosi sui temi europei. La Figura 1 descrive un trend nel sostegno per l’Ue che è raro trovare altrove. L’opinione pubblica italiana è oggi tornata dove eravamo cinquant’anni fa, se non peggio, perché negli Anni Cinquanta una quota consistente del pubblico aveva almeno una benevola indifferenza verso il processo di integrazione.

Inoltre, la divisione taglia lo spettro politico con segni opposti rispetto a quelli degli Anni Cinquanta. È la destra ad essere meno europeista della sinistra. Secondo una indagine condotta nel settembre 2017 dal Laboratorio Analisi Politiche e Sociali (Laps) dell’Università di Siena per conto e in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali, e presentato in convegni a Roma e a Torino il 9 e 10 ottobre, il 47% degli elettori di Forza Italia ritiene che l’unificazione europea sia impossibile “perché siamo troppo diversi”, mentre tra quelli del Pd solo il 25% condivide questa affermazione. Tra gli elettori della Lega siamo al 63%, mentre tra quelli a sinistra del Pd al 22%.

Secondo, un’opinione pubblica inquieta e disorientata
Secondo, l’opinione pubblica italiana è pervasa da diffusi sentimenti di inquietudine e di disorientamento, che producono una sindrome descritta dagli psicologi come psychic numbing, una paralisi psichica. Gli italiani sono molto preoccupati, in primis dall’immigrazione. Il 66% degli intervistati dell’indagine Laps-Iai 2017 pone al primo posto, tra gli interessi nazionali, l’esigenza di garantire i confini nazionali “contro i flussi d’immigrazione.”

Questa preoccupazione si sposa con una diffusa sensazione di “accerchiamento” e una visione complottista della politica. Alla domanda su quanti, di 100 persone che vivono nel nostro Paese, fossero migranti, nel giugno 2013 (Transatlantic Trend Survey), il 35% degli intervistati rispondeva una percentuale superiore al 20% della popolazione, mentre le stime reali più attendibili, in quel periodo, erano inferiori alla metà di questa cifra.

Nel settembre 2017 (indagine Laps-IAI), il 59% degli intervistati è d’accordo con l’affermazione secondo la quale il governo italiano sta “occultando i dati reali sui migranti presenti in Italia”, una percentuale identica a quella di coloro che ritengono la crisi finanziaria il “risultato di una cospirazione di politici e banchieri”. La reazione a una tale condizione di stress è proprio di psychic numbing: staccare la spina e distogliere lo sguardo dai problemi reali.

Ed è quello che sta succedendo. Messi di fronte alla scelta se sia per l’ Italia più importante il legame con gli Stati Uniti o con l’Europa, nel settembre 2017 per la prima volta ben un terzo del campione sceglie “una politica autonoma da entrambi.” Parimenti, il 58% degli italiani ritiene che si debba dare la prevalenza ai problemi interni rispetto a quelli internazionali. Completa questa sindrome una sensazione di  irrilevanza ed impotenza, testimoniata, sempre nel 2017,  dal dato secondo cui l’82% degli italiani ritiene che il nostro Paese abbia poca o nessuna influenza sia nel Mondo che nell’Unione europea.

Terzo, un’élite di governo strabica rispetto alla realtà
Terzo, l’élite di governo è afflitta da un problema opposto: il divario tra le aspettative che ripone nelle capacità del Paese di ottenere i risultati desiderati e le risorse (e l’impegno) effettivamente messi in campo per realizzarli. Quando, per effetto di questo gap, si producono dei fallimenti, la classe politica reagisce in forme recriminatore e vittimistiche, perché non otteniamo “ciò che ci spetta,” invece che con un sano atteggiamento autocritico.

Un esempio ci viene dalle politiche italiane nel settore dei diritti umani. Solo il 28% di un campione di parlamentari, diplomatici e militari, intervistati nel 2016 (indagine Laps-Unisi), condivide l’affermazione secondo la quale “nel campo dei diritti umani l’Italia spesso non traduce i principi di cui si fa promotrice in politiche concrete.” E tuttavia, come risulta da una recente ricerca (Cofelice, 2017), l’ Italia fa esattamente questo quando, in sede di Universal Periodic Review del Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani, rivendica un grande attivismo e obiettivi ambiziosi, ma risulta del tutto carente nel mettere in pratica in patria quanto raccomandato agli altri.

Non è solo che “predichiamo bene ma razzoliamo male,” ispirati da una male interpretata tradizione machiavellica nazionale, ma è anche qualcosa di più sottile; una vera e propria tendenza ad ‘auto-ingannarsi’, ad errare nella percezione del reale, con conseguenti sorprese quando si deve fronteggiare la realtà. Nel 2016 (indagine Laps-Unisi), è stato chiesto a un campione di élite e del pubblico se “nella presente crisi finanziaria ed economica si debba accentuare il processo di integrazione delle politiche fiscali ed economiche dell’Eurozona,” oppure “si debba tornare indietro e restituire maggiore autonomia agli stati nazionali.”

L’84% delle élite politiche e civili del nostro Paese riteneva che si debba andare avanti sulla strada dell’integrazione, ma tra il pubblico questa percentuale era poco meno della metà: il 44%. Che non si sia fatto molto da allora per preparare il pubblico, anzi il contrario, è segnalato dal fatto che nel 2017 (indagine Laps-IAI) il 56% dell’opinione pubblica italiana ritiene che il debito pubblico non sia più una priorità; e anche tra coloro che ritengono invece che lo sia ben pochi sono pronti ad affrontare gli inevitabili sacrifici all’atto pratico.

Quarto, la strutturale incapacità di riforme efficaci
Quarto, vi è una strutturale incapacità di porre mano alle riforme necessarie per condurre una politica estera autonoma. Altrove ho scritto (Affari Internazionali, 16 Febbraio 2017) della tendenza del nostro Paese a persistere nel praticare una politica estera a due livelli, quello della politica simbolica, fatta di obiettivi ambiziosi e di grandi scontri ideologici, e quello della politica concreta, fatta invece di compromessi al ribasso e di offuscamento delle reali conseguenze delle scelte fatte.

Socializzati a questa politica, funzionale ad un contesto ostile sia all’esterno – per effetto della guerra fredda  – che all’interno – per la presenza del più grande partito comunista d’Europa -, i governanti italiani continuano a ritenere che la soluzione ai nostri problemi venga dall’esterno (il famoso “vincolo esterno”) e che le nostre debolezze siano piuttosto delle risorse, con cui rafforzare la nostra posizione negoziale in Europa e nel mondo.

L’ Italia e gli italiani sono perciò meno attrezzati di altri Paesi ad affrontare una situazione internazionale diversa, in cui gli spazi di autonomia nazionale sono maggiori, ma con essi anche gli oneri finanziari e le energie politiche da impiegare. Un mondo in cui le risorse reputazionali sono più importanti di quelle posizionali. Di conseguenza, continuiamo ad illuderci, come Manzoni denuncia nell’Adelchi, che «…il premio sperato, promesso a quei forti, sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, d’un volgo straniero por fine al dolor?» Possiamo aspettarci dall’esterno ed in particolare dall’Europa quei cambiamenti che non siamo in grado di produrre da soli? Probabilmente no; tantomeno oggi in un momento di profonda crisi delle istituzioni europee. Anche se, come per il barone di Münchhausen, tirarsi fuori da soli dalle sabbie mobili non è affatto semplice.

Figura 1 – Evoluzione Atteggiamento verso il Processo di Unificazione Europea (Favore netto: Favorevoli – Sfavorevoli)