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La conferenza di Bonn

Clima: Cop23, passi avanti, ma l’obiettivo è stato mancato

22 Nov 2017 - Federico Mascolo - Federico Mascolo

Ci sono state delle novità incoraggianti nelle due settimane della conferenza Onu sul clima, la Cop23, organizzata dalle Figi ma svoltasi a Bonn dal 6 al 17 novembre. La presidenza figiana ha posto l’attenzione su temi cari ai Paesi in via di sviluppo, compresi gli effetti del cambiamento climatico sull’agricoltura (con la Fao protagonista) e sugli oceani (col lancio della Ocean Pathway Strategy). Inoltre, la società civile e le autorità regionali e locali hanno avuto, per la prima volta, un ruolo importante nell’ambito di una conferenza Onu sul clima: spicca il Bonn-Fiji Commitment, volto all’attuazione dell’Accordo di Parigi nelle giurisdizioni sub-nazionali. Alla vigilia, tuttavia, l’obiettivo della riunione era di fare concreti passi avanti soprattutto sulla decarbonizzazione e sulla mobilitazione dei finanziamenti climatici. Sotto entrambi gli aspetti, l’obiettivo non può dirsi raggiunto.

Decarbonizzazione, minimi progressi
Sulla decarbonizzazione sono stati fatti piccoli passi avanti. Nel documento finale, rilasciato nella mattina di sabato dal premier delle Figi e presidente della Cop23 Frank Bainimarama dopo una lunga notte di trattative, pur non essendoci novità significative, sono contenuti due elementi degni di nota.

Innanzitutto, è resa esplicita la necessità essere più ambiziosi nei progetti di riduzione delle emissioni di CO2. Come sottolineato dallo stesso segretario generale dell’Onu António Guterres, gli impegni di decarbonizzazione presi dai firmatari dell’accordo di Parigi soddisferebbero solamente un terzo dei requisiti necessari a mantenere la temperatura globale sotto un aumento di 2°C rispetto al periodo preindustriale. Nel documento finale sono definite le procedure per rivedere questi impegni: saranno la base dei negoziati della conferenza Onu sul clima del prossimo anno – la Cop24 a Katowice, in Polonia -.

L’altro elemento di interesse è l’esplicita esortazione ad agire anche prima del 2020, anno in cui l’Accordo di Parigi entrerà de facto in vigore. L’appello è rivolto in particolare ai numerosi Paesi che non hanno ancora firmato l’accordo di Doha (2012), emendamento al Protocollo di Kyoto che ne estende la validità fino al 2020. Insomma, sulla decarbonizzazione continua un dialogo costruttivo, ma senza nessuna novità decisiva.

Climate finance, il nodo di Gordio
Oltre alla decarbonizzazione, il tema centrale della conferenza è stato quello della climate finance, ovvero come finanziare la lotta al cambiamento climatico. In particolare, l’accordo di Parigi prevede che, a partire dal 2020, i Paesi industrializzati garantiscano ai Paesi del Sud del Mondo una cifra complessiva annuale di 100 miliardi di dollari per mitigare gli effetti del cambiamento climatico ed adattarvisi.

A Bonn, l’unica novità sul tema è stata la raggiunta consapevolezza, da parte dei leader mondiali, che questi fondi dovranno essere utilizzati anche e soprattutto per l’adattamento ai fenomeni climatici, oltre che per la loro mitigazione. Ciò rappresenta una svolta positiva per i Paesi in via di sviluppo, che, ad esclusione di Cina ed India, emettono quantità relativamente trascurabili di CO2 nell’atmosfera, ma sono i più colpiti dall’acuirsi dei fenomeni climatici estremi. Resta da vedere se a questa tendenza politica seguirà anche un re-indirizzamento dei fondi, che, secondo un rapporto dell’Ocse nel 2016, erano dedicati per oltre due terzi alla mitigazione.

La richiesta – particolarmente vocale da parte degli Stati africani e delle isole del Pacifico –  di passi in avanti concreti per sbloccare questi aiuti finanziari non ha però avuto seguito. Sulla decarbonizzazione, seppur solo su carta, le ambizioni sembrano rinnovate, mentre la climate finance è stata a malapena menzionata nel documento conclusivo. Un’importante svolta potrebbe arrivare il 12 dicembre dal One Planet Summit, organizzato a Parigi dal presidente francese Emmanuel Macron, che vedrà nuovamente riuniti numerosi leader mondiali con il solo obiettivo di mobilitare finanziamenti statali, locali e privati per raggiungere la quota prevista dagli accordi.

Ue, leader a metà
Non è solo l’importanza del One Climate Summit a ribadire il ruolo della Francia, e più in generale dell’Europa, come leader nella lotta al cambiamento climatico. Con gli Usa che mantengono un basso profilo nonostante America’s Pledge – iniziativa che raccoglie Stati, autorità locali e membri della società civile americana intenzionati a mantenere l’impegno preso a Parigi nel 2015 dall’Amministrazione Obama –, è stata la delegazione cinese ad indicare l’Unione europea come punto di riferimento per la propria riforma del carbon market, il sistema di compravendita delle quote di CO2 emettibili, che sarà operativa a livello nazionale entro la fine del 2017.

Si tratta di una piccola ma significativa vittoria diplomatica per l’Unione, che resta tuttavia impigliata in alcune fastidiose contraddizioni interne. La resistenza dei Paesi dell’Est Europa a molti dossier ambientali rimane un problema; basti pensare che l’Ue deve ancora ratificare l’emendamento di Doha, su cui c’è il veto della Polonia. La stessa riforma del carbon market europeo post-2020, approvata recentemente, non sarà probabilmente sufficiente a raggiungere gli obiettivi europei 2030 sulla decarbonizzazione.

Anche i due capi di governo europei presenti alla Cop23, il francese Macron e la cancelliera tedesca Merkel, non possono supportare coi fatti le ambizioni europee di leadership. La Merkel è a capo di un Paese che, nonostante i consistenti investimenti sulle rinnovabili, continua a essere dipendente dal carbone, e che non riuscirà a centrare i suoi obiettivi ambientali per il 2020. Macron ha portato alla Cop23 proposte concrete (soprattutto per lo sviluppo delle rinnovabili a livello europeo), ma in termini economici ha promesso solo che la Francia si farà carico del contributo che gli Usa smetteranno di versare all’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul Cambiamento climatico, il cui budget totale si aggira tra gli 8 e i 9 milioni di euro.

Per rivendicare a pieno titolo il proprio ruolo di leader, l’Europa dovrà essere protagonista al One Climate Summit, snodo fondamentale per capire se gli accordi presi due anni fa a Parigi saranno rispettati a livello globale. Il 2020 è vicino; gli obiettivi, calato il sipario sulla Cop23, appaiono un po’ più lontani.