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Sciolto il Psnc

Cambogia: opposizione colpita da uno tsunami autoritario

23 Nov 2017 - Matteo Angioli - Matteo Angioli

Tanto tuonò che piovve. Il diluvio di provvedimenti incostituzionali ed autoritari che ha colpito la Cambogia per mano del primo ministro Hun Sen, l’ex membro dei khmer rossi al potere da 32 anni, ha prodotto il risultato lungamente e manifestamente perseguito, ovvero l’eliminazione del principale partito d’opposizione.

L’obiettivo è stato raggiunto attraverso il torbido intervento della Corte Suprema che ha decretato, il 16 novembre scorso, lo scioglimento formale del Partito di salvezza nazionale cambogiano (Psnc). I loro 55 seggi sui 123 all’Assemblea nazionale sono ridistribuiti tra partiti minori che nelle elezioni del 2013 avevano raccolto appena il 6% del voto popolare. E poiché Hun Sen non ha lasciato niente al caso, come se non bastasse, per 118 membri dell’opposizione, a cominciare da Sam Rainsy e Kem Sokha – tutt’ora illegalmente in esilio il primo per “diffamazione” e incarcerato il secondo per “tradimento” – è scattato il divieto di fare politica per cinque anni.

La Corte Suprema è composta da nove membri, tutti politicamente vicini al premier, a cominciare dal presidente che, per legge, avrebbe dovuto dimettersi al compimento dei 60 anni. Oggi ne ha 76.

Neutralizzare il dissenso
Lo tsunami autoritario ha lasciato senza rappresentanza oltre tre milioni di cambogiani su una popolazione di 16 milioni. A tal proposito occorre sottolineare che alle elezioni del 2013 il Partito popolare cambogiano (Ppc) di Hun Sen aveva ottenuto 3.235.969 voti, mentre il Psnc di Sam Rainsy 2.946.176. Numeri che spiegano la viltà dell’azione repressiva dell’inamovibile ex khmer rosso tesa a neutralizzare la marea democratica da cui stava per esser travolto.

Subito dopo la sentenza della Corte, il portavoce del Psnc Yim Sovann ha detto: “Non possono rimuovere il Psnc dal cuore dei cittadini. È la fine della democrazia in Cambogia. Non abbiamo fatto nulla di male. Abbiamo lottato per la democrazia. Hanno ucciso la volontà di oltre tre milioni cambogiani.”

Il simbolo del partito è un grande sole crescente che irradia luce e infonde speranza in un orizzonte azzurro. Sono però comparse ben presto plumbee nubi, con l’adozione, in un Parlamento sotto il ferreo controllo di Hun Sen, di leggi ad personam contro il presidente del Psnc, Sam Rainsy, costretto a dimettersi e a tornare in esilio a Parigi nel febbraio scorso.

Nei mesi seguenti si sono susseguiti l’arresto illegale del suo successore Kem Sokha – nonostante l’immunità parlamentare – la chiusura del quotidiano anglofono Cambodia Daily, di Radio Free Asia e di altri organi di stampa, la firma dell’accordo tra Cambogia e Cina siglato al 14° Cina-Asean Expo nella provincia cinese di Guangxi, per creare un think tank comune con lo scopo di studiare e prevenire le rivoluzioni colorate.

Minoranza in fuga e pressioni internazionali
L’escalation antidemocratica ha causato la fuga dal Paese di quasi tutti gli (ormai ex) deputati dell’opposizione che non demordono e continuano la lotta dall’esterno, viaggiando in lungo e in largo per il pianeta per sensibilizzare quella parte di mondo libero che vuole lo stato di diritto democratico. Il regime di Phnom Penh ha anche scoraggiato i cittadini a registrarsi per le elezioni previste nel giugno 2018; solo un terzo degli aventi diritto ha infatti ritenuto utile iscriversi per partecipare ad un processo elettorale che non avrà alcuna legittimità. Per inciso, il sistema di registrazione in questione è stato approntato e finanziato dall’Unione europea, con oltre 10 milioni di euro.

La regressione ha inoltre messo a rischio i già esili diritti dei lavoratori, soprattutto quelli del settore tessile.

Negli ultimi giorni, la stessa Ue, la Casa Bianca, l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, l’Unione interparlamentare e il presidente dell’Assemblea parlamentare dell’Asean hanno condannato l’accaduto e invitato Hun Sen a tornare sui suoi passi, con la riabilitazione del Psnc e la liberazione di Kem Sokha. Ma, forte del sostegno politico-economico cinese, il premier può permettersi non solo di ignorare le richieste della comunità internazionale, ma addirittura di rilanciare invitando provocatoriamente Usa e Ue a interrompere il flusso di aiuti indirizzato alla Cambogia.

E qui veniamo al ruolo dei grandi donatori. Se da un lato Washington e Bruxelles hanno contribuito a creare gli spazi in cui ha potuto muoversi e crescere l’opposizione di Sam Rainsy e Kem Sokha, dall’altro si sono limitati ad esprimere “preoccupazione” rispetto ai richiami provenienti proprio dai dissidenti.

Non si spiega altrimenti il ragionamento per cui il servizio esterno dell’Ue, che sostiene il lavoro dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica estera Federica Mogherini, abbia deciso di aumentare significativamente il budget per “migliorare la governance, lo stato di diritto e finanziare il tribunale sui khmer rossi” da un totale di 152 milioni di euro per il 2007-2013 a una cifra complessiva di 410 milioni di euro per il 2014-2020. È una domanda che non possiamo non porci, dato che l’Unione europea è il più grande donatore in termini di aiuti allo sviluppo alla Cambogia.

Stato di diritto a rischio nel sud-est asiatico
Un ultimo dato: alle elezioni comunali del giugno scorso il Ppc ha eletto 1163 sindaci (3.540.056 voti) e il Psnc – che in precedenza ne aveva soltanto 40 – 489 (3.056.824 voti). Interessante registrare che dei 555 eletti nazionali e locali dell’opposizione, solo 43, pari all’8%, hanno ceduto alle intimidazioni o alle promesse di Hun Sen e sono passati alla sua formazione. È la dimostrazione della solidità e della determinazione di cui l’ex vicepresidente del Psnc Mu Sochua aveva parlato alla convention radicale tenutasi a Roma a ottobre, in occasione della quale Sam Rainsy aveva affermato la lotta per lo stato di diritto non si deve limitare solo alla Cambogia ma interessa tutti i paesi del sud-est asiatico, finanche la Cina.

Intanto, in tutto il Paese, i simboli e le bandiere del Psnc sono ormai vietati e vengono rimossi dalla polizia, spesso con atti di vandalismo. Il sole non sorgerà, per ora, in Cambogia, ma oltre 100 cambogiani, tra cui i 66 ex parlamentari, sono iscritti al Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito e dunque, dal 16 novembre 2017, le sue sedi in Italia, in Belgio e negli Stati Uniti sono ufficialmente le sedi del Partito di salvezza nazionale cambogiano.

Foto di copertina © Xinhua via ZUMA Wire