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Cooperazione e incomprensioni

Africa/Ue: Vertice Abidjan, la prima volta sub-sahariana

27 Nov 2017 - Bernardo Venturi - Bernardo Venturi

Si svolgerà il 29-30 novembre ad Abidjan (Costa d’Avorio) il quinto Vertice tra i capi di Stato e di governo dell’Africa e dell’Ue, il primo nell’Africa sub-Sahariana. Il Vertice si basa sulla Strategia congiunta tra Africa e Ue e sarà il primo nel format Unione africana – Unione europea (Ua-Ue). L’arrivo del Marocco nell’Ua – s’era autoescluso dall’Organizzazione dell’Unione Africana nel 1984 per l’ammissione del Sahara Occidentale – ha portato tutti i 55 Stati africani dentro l’Unione. Rapportarsi con l’Ua ora vuol dire farlo con l’intero continente: per l’Unione europea, questo è certamente il format preferito.

Eppure in un paio di momenti è sembrato che il Vertice di Abidjan potesse saltare. Due mesi fa per i costi che il governo ivoriano doveva sostenere, mentre dall’Ua non riceveva risposte e dall’Ue li rimandavano alle loro responsabilità di Paese ospitante. In più, i problemi logistici per ospitare le numerose delegazioni. E a ottobre la patata bollente del Sahara Occidentale, che non è visto di buon occhio da tutti i leader politici in Costa d’Avorio. Il Vertice ha così rischiato di trasferirsi clamorosamente a Addis Abeba, sede dell’Ua; ma alla fine si è riusciti a far rientrare l’emergenza.

I giovani al centro
Il Vertice sarà incentrato sul tema dei giovani. Voluto in primis dai partner africani con la testa alla crescita demografica e alla disoccupazione giovanile del loro continente, il focus non è mal visto dagli europei in quanto può essere un tema trasversale con il quale portare facilmente al tavolo la questione migratoria. L’Ue ha infatti accelerato nelle relazioni con l’Africa sulle migrazioni, in particolare a partire dal summit della Valletta di due anni or sono, e non perde occasione per rimarcare come il nesso tra migranti, sicurezza e sviluppo sia al centro dell’operato europeo.

Lo strumento scelto alla Valletta, il Trust Fund per l’Africa, va sicuramente in questa direzione, ma mostra tutti i suoi limiti. A distanza di due anni, il Parlamento europeo, diverse organizzazioni non governative, giornalisti e ricercatori stanno mettendo in luce i limiti maggiori di questo approccio: parte dei fondi per lo sviluppo vanno per misure securitarie come il controllo dei confini; le priorità non sono decise dai partner africani per eradicare la povertà, ma dagli europei per fermare i migranti; e gli obiettivi sono di corto periodo senza l’ampio respiro che un proficuo rapporto tra migrazione e sviluppo richiederebbe.

Interessi europei, problemi africani
L’International Crisis Group ha argomentato in un suo recente report a favore di un forte approccio pragmatico focalizzato sugli interessi specifici dei partner. In realtà, le relazioni tra i due continenti sembrano già piegarsi in quella direzione. Certo, si possono lasciare da parte riferimenti storici al colonialismo o pregiudizi culturali, ma questo potrebbe non bastare. Bruxelles impronta sempre più il proprio operato sul realismo e sui propri interessi e, così facendo, i partner africani continueranno a presentarsi ai tavoli con approcci difensivi e pronti a negoziare sui fondi. A questo di aggiunge la giovane età dell’Ua, nata nel 2002, che ancora conosce limiti strutturali interni.

Inoltre, il documento di lavoro preparatorio al Vertice redatto dall’Ue presenta dei vizi di forma, mostrando i bisogni europei e le sfide che l’Africa deve affrontare. Il meccanismo donatore-destinatario è ancora dominante per i finanziamenti: l’Ue pone condizionalità di buon governo e si aspetta canali privilegiati per gli investimenti privati. L’approccio europeo in questo rischia di diventare cinico relegando la cooperazione allo sviluppo a mero strumento di appoggio e di leva per politiche di sicurezza e a investimenti privati. Tutto ciò riflette anche il confronto brussellese tra il Servizio europeo di Azione esterna, alla ricerca di una politica estera piena ed effettiva, e la Direzione generale allo Sviluppo, che vuole difendere il proprio spazio e le specificità dello sviluppo.

Il futuro della Partnership
Lasciandosi guidare troppo dal proprio “principled pragmatism”, Bruxelles rischia però di perdere partner e consenso per strada. Già vari Paesi africani, come la Tanzania e il Ruanda, sono meno sensibili al tema degli aiuti e non sentono il partenariato europeo come indispensabile. Questo anche perché lo scenario globale è mutato e in Africa vari attori internazionali giocano un ruolo importante (dalla Cina all’India, dalla Turchia ai Paesi del Golfo). Ma l’Ue rischia di non accorgersene o di interpretarlo soltanto in termini competitivi di mercato.

Al Vertice di Abidjan i partner dovrebbero arrivare il più possibile in ascolto e pronti al dialogo per rilanciare la partnership e cominciare a delineare una rinnovata strategia comune. Sarà importante concentrarsi su temi specifici, in modo pragmatico e con ampie vedute. Per esempio, su pace e sicurezza l’Ua e l’Ue hanno fatto tanto e possono continuare a lavorare insieme lasciando piena ownership all’Africa e delineando sempre più un modello al quale anche altri attori globali possono fare riferimento.

La cooperazione allo sviluppo, inoltre, dovrà tornare ad avere piena autonomia e piani di lungo periodo, per quanto inserita in un quadro di coerenza con altri ambiti. I giovani, infine, dovranno essere coinvolti direttamente, dando loro l’opportunità di partecipare e di fare sentire la loro voce attraverso forum regolari. Gli si dovranno infine offrire più opportunità, come mobilità professionali, scambi e partnership su startup, circolazione stagionale dei lavoratori e più ampi scambi bidirezionali per studenti e ricercatori.