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Jolly o scartina?

Usa: Trump gioca la carta della riforma fiscale

1 Ott 2017 - Stefano Graziosi - Stefano Graziosi

Donald Trump ha presentato il proprio progetto di riforma fiscale mercoledì 27 settembre. E’ dalla campagna elettorale che il magnate promette una radicale defiscalizzazione in puro stile reaganiano. Una promessa che, per mesi, ha reso euforica Wall Street e che ha costantemente rappresentato un vero e proprio cavallo di battaglia per il presidente. Eppure, Trump ha atteso molto prima di fornire dettagli sulla sua proposta fiscale. Tanto che i malevoli lo hanno più volte accusato di avere in realtà le idee poco chiare in materia. La scorsa settimana, durante un comizio ad Indianapolis (in Indiana), il presidente ha deciso di rilanciare, rendendo noti i punti in cui la riforma dovrebbe articolarsi. 

La proposta del magnate presidente: meno aliquote e molto altro
Per quanto riguarda la tassazione sul reddito personale, Trump propone una semplificazione del numero di aliquote (da sette a tre): in particolare, sono previsti scaglioni fissati al 12%, 25% e 35%. A questi dovrebbe aggiungersene poi un quarto, dedicato ai contribuenti maggiormente facoltosi. La misura potrebbe suscitare qualche malumore a sinistra, perché cancellerebbe l’attuale aliquota al 10%, determinando così – secondo i critici – uno svantaggio per i cittadini più poveri. Sul fronte degli sgravi fiscali, il progetto di Trump propone di aumentare le deduzioni standard a 12.000 dollari (per i singoli) e a 24.000 dollari (per le coppie sposate). Agevolazioni sono inoltre previste per chi ha bambini: una misura, secondo le voci che si raccolgono a Washington, particolarmente voluta da Ivanka. Segno di come il peso politico della ‘prima figlia’ sia ancora considerevole in seno all’Amministrazione. 

Inoltre, Trump prevede di abolire la tassa di successione e l’Alternative Minimum Tax (istituita da Richard Nixon nel 1969, allo scopo di evitare che contribuenti dal reddito elevato potessero applicare determinate deduzioni e portare in questo modo la loro base imponibile sotto una soglia minima). Anche in questo caso, si prevedono barricate da parte dei democratici (e di qualche repubblicano centrista), visto che entrambi i balzelli sono storicamente finalizzati a colpire le fasce di reddito più alte.

L’altro grande punto della proposta riguarda poi la tassa sulle imprese: originariamente Trump voleva ridurne l’aliquota dall’attuale 35% al 15%. Questa idea aveva suscitato parecchi malesseri nell’establishment repubblicano, che alla fine ha convinto il presidente a fermarsi al 20%. Tanto basterebbe, secondo Trump, per dare una sterzata positiva all’economia statunitense, aiutando le piccole e medie imprese, oltre che ad alleggerire il peso gravante sulla classe media. 

La riforma al vaglio del Congresso: pro e contro
Adesso bisognerà vedere se questo complesso piano fiscale abbia realmente possibilità di essere approvato dal Congresso. Le incognite, infatti, non sono poche. Innanzitutto c’è un problema di coperture. Finanziare una simile defiscalizzazione non è uno scherzo. E, non a caso, nelle intenzioni originarie, Trump avrebbe voluto trovare i soldi tagliando la spesa pubblica legata all’Obamacare la riforma sanitaria di Barack Obama.

Il punto è che tutti i tentativi di picconare la sanità obamiana sono, ad oggi, miseramente falliti. Anche perché, al Senato, il presidente si è trovato contro un’agguerrita fronda repubblicana – guidata dal vecchio arcinemico John McCain –, che gli ha ripetutamente messo i bastoni tra le ruote. A questo si aggiunga poi che svariati membri del Partito repubblicano (i cosiddetti conservatori fiscali) non digeriscono un simile progetto di defiscalizzazione, perché aggraverebbe a dismisura il già cospicuo debito pubblico statunitense (i mancati introiti complessivi derivanti dai tagli ammonterebbero a circa 5.000 miliardi di dollari in dieci anni).

Non dobbiamo poi dimenticare che, soprattutto al Senato, la maggioranza repubblicana è particolarmente risicata (52 seggi a 48). Un elemento che mostra, una volta di più, come i progetti fiscali del presidente siano esposti a rischi notevoli.  

Trump non si fida dei repubblicani a apre ai democratici
Il punto è che Trump sa perfettamente di non potersi fidare di quello che dovrebbe teoricamente essere il suo partito (dove ancora molti lo considerano nulla più che un eretico, soprattutto in materia di rapporti con la Russia). Ragion per cui il magnate potrebbe vedersi costretto ad aprire all’opposizione democratica (come, d’altronde, già avvenuto di recente sul tetto del debito e sulla questione dei Dreamers).

Una possibilità tutt’altro che remota ma che – qualora dovesse verificarsi – non potrebbe che comportare un deciso annacquamento dell’attuale proposta fiscale. E Trump dovrà allora scegliere se seguire la strada del massimalismo o quella del compromesso. La famosa riforma fiscale, promossa da Ronald Reagan nel 1986, riuscì ad ottenere l’appoggio di svariati deputati democratici.

Ma oggi i tempi sono cambiati: non soltanto il Partito dell’Asino non può più ignorare la sinistra ‘sanderista’ (che preme per un deciso aumento delle tasse); ma anche in area repubblicana stanno riaffiorando gli atavici veleni tra l’establishment e i politici anti-sistema. Basti pensare all’Alabama, dove ha appena vinto le primarie repubblicane per l’elezione al Senato un candidato eterodosso e balzano come Roy Moore (contro cui s’era schierato addirittura lo stesso Trump).

A tutto questo si aggiungano poi gli scossoni che l’Amministrazione sta subendo in queste ore a causa delle dimissioni del ministro della Salute, Tom Price, rimasto coinvolto in uno scandalo per aver speso ingenti quantità di danaro pubblico in jet privati. Insomma, tornano le nubi. Proprio ora che, in seno all’Esecutivo, il generale John Kelly sembrava essere riuscito a portare un minimo di ordine e sensatezza dopo mesi di siluramenti e faide intestine. In questo caos, la riforma fiscale potrebbe rivelarsi un’occasione di rilancio. Oppure la strada verso il baratro definitivo.