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Il dito di Kim e gli aiuti

Usa-Egitto: Trump/Al-Sisi, se la luna di miele tramonta 

21 Set 2017 - Viola Siepelunga - Viola Siepelunga

Tradito da Donald Trump, anche se è stato il suo primo sostenitore in Medio Oriente. A fine agosto, Abdel Fattah Al-Sisi – uno dei pochi leader a scommettere sul magnate ancora prima del suo ingresso alla Casa Bianca – ha dovuto fare i conti con l’annuncio della cancellazione e del blocco di parte degli storici sussidi che Washington invia annualmente all’ Egitto. La decisione, che riguarda un totale di circa 300 milioni di dollari, si concentra su tutti e tre i pacchetti di aiuti previsti, due dei quali sono stati cancellati del tutto.

I dubbi di Trump sulla democrazia egiziana
Il Congresso ha deciso di non inviare al Cairo 65.7 milioni previsti, dal 2014, come sussidi militari, invocando la così detta legge Leahy, ovvero quella norma che proibisce di dare assistenza ad apparati di sicurezza stranieri che commettono violazioni dei diritti umani. A preoccupare il Congresso statunitense è l’uso improprio che il governo egiziano ha fatto di questi equipaggiamenti militari nel Sinai, una penisola in continuo stato di emergenza, a causa di un susseguirsi di operazioni dell’esercito che causano sempre più morti “accidentali” e di civili.

Cancellato anche l’invio di altri 30 milioni di dollari in aiuti economici. Il Congresso ha deciso di dirottarli su altre (non ancora specificate) priorità regionali, avendo seri dubbi sulla tenuta dei diritti umani lungo il Nilo. Il tutto è avvenuto dopo mesi di inosservati avvertimenti – fatti da Washington al Cairo – su un possibile taglio di questo pacchetto. Più volte infatti, il Congresso avevano minacciato questa azione, alla luce della restrittiva legge sulle organizzazioni non governative a lungo discussa in Egitto. Quando questa legge è stata approvata dal Parlamento e firmata dal presidente Al-Sisi, il Congresso statunitense ha deciso di passare dalle parole ai fatti.

L’amministrazione Trump ha infine deciso di acquisire maggior controllo su un ultimo pacchetto di aiuti diretti al Cairo, quello relativo agli storici 1,3 miliardi di dollari che ogni anno Washington invia lungo il Nilo. Il Congresso ha condizionato l’invio del 15% di questo pacchetto (195 milioni) di sussidi al giudizio del segretariato di Stato che prima di autorizzarne l’invio dovrà accertarsi che in Egitto si compiano significativi progressi democratici.

Le condizioni per ricevere questi sussidi sono però abbastanza vaghe e nei fatti non è chiaro che cosa debba fare l’ Egitto per accaparrarseli. Washington ha chiesto, ad esempio, al Cairo di dimostrare progressi nei confronti della società civile, magari rimettendo mano alla controversa legge sulle Organizzazioni non governative, la cui approvazione ha già bloccato altri pacchetti di aiuti. Inoltre, l’amministrazione Trump vuole che il Cairo usi i sussidi provenienti dagli Usa esclusivamente in chiave anti-terroristica e non per altri fini.

Corea connection
A infastidire la Casa Bianca  a tal punto da arrivare a questi tagli è però soprattutto un aspetto poco enfatizzato nelle dichiarazioni ufficiali, ma da tempo discusso negli incontri bilaterali a porte chiuse. Ovvero l’atteggiamento dell’ Egitto nei confronti della Corea del Nord, minaccia numero uno per il presidente Trump, e Paese con il quale il Cairo continua ad avere relazioni diplomatiche dal 1970. Ancora vivi nella memoria degli egiziani sono i viaggi dell’ex raìs Hosni Mubarak a Pyongyang, ben quattro tra il 1983 e il 1990.  L’ Egitto infatti non si è mai allineata alla posizione anti- nordcoreana degli Stati Uniti.

Trump ha chiesto all’ Egitto di smettere, immediatamente, di ospitare sul suo suolo  lavoratori nord coreani. L’avvertimento è arrivato dopo che, a dicembre, il dipartimento del Tesoro Usa ha imposto sanzioni contro un numero di compagnie nord-coreane che avevano portato lavoratori di Pyongyang all’estero con il fine di generare profitti per il regime. Già nel 2015, un panel di esperti delle Nazioni Unite, aveva accusato la compagnia nord-coreana Ocean Maritime Management di contrabbandare armi con entità basate in Egitto, in primis a Porto Said, all’imboccatura del canale di Suez, dove Pyongyang aveva personale.

Ecco perché, con l’aumento delle minacce da parte di Kim Jong Un, Trump ha iniziato a chiedere all’Egitto di essere più severo nei confronti della Corea del Nord, argomento che è stato tema anche della telefonata del 5 luglio tra Trump e Al-Sisi. La Casa Bianca ha anche chiesto all’ Egitto di smettere di sostenere economicamente  Pyongyang. Dichiarazione questa, che è apparsa soprattutto una frecciatina contro i Sawiris, una tra le famiglie più ricche dell’ Egitto. Proprietario della compagnia di telefonia Orascom, Naguib Sawiris ha firmato un accordo con la Koryolink, l’unica compagnia di cellulari 3G presente a Pyongyang.

Impatto ambiguo
Troppo per un Trump che non usa mezzi termini contro “il rocket man” ( come chiama il leader nord-coreano Kim Jong Un)  e che durante la 72a Assemblea generale delle Nazioni Unite si è detto pronto a distruggere questo ‘Stato canaglia’. Prima di firmare vitali assegni per il Cairo, il magnate vuole che uno dei principali beneficiari degli aiuti statunitensi si mostri leale e si allinei alla sua politica estera che ruota attorno al concetto dell’America first.

Tutti gli altri richiami al rispetto dei diritti umani sembrano retorica. E in quanto tale non convincono neanche quella fetta di popolazione egiziana che si oppone al presidente Al-Sisi accusandolo di essere il nuovo faraone.

La mossa di Trump appare come l’ennesimo segno della sudditanza egiziana a Washington e avrà pertanto un impatto ambiguo sulla relazione bilaterale. Le modalità con le quali questa decisione è stata presa ed annunciata – nel pieno della luna di miele tra i leader dei due Paesi – ha infine minato la credibilità di Trump al Cairo, dove cresce il numero di quanti si chiedono fino a che punto conta il sostegno garantito dal magnate ad Al-Sisi.