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Nazionalismo e autonomia

Spagna: l’indipendentismo basco tra velleità e calcoli

4 Set 2017 - Alessandro Miglioli - Alessandro Miglioli

Nel 1935, pochi mesi prima di essere assassinato nel contesto della guerra civile spagnola, José Calvo Sotelo, importante esponente dell’estrema destra falangista, pronunciò un lungo discorso programmatico, che tratteggiava in maniera minuziosa tutti gli aspetti principali di quello che finì per essere chiamato franchismo.

Un brano di quel discorso venne in seguito ripreso svariate volte da Franco stesso, a tal punto che nel discorso politico corrente, è a quest’ultimo che viene spesso erroneamente attribuito: “Fra una Spagna rossa e una Spagna rotta preferisco la prima, poiché si tratterebbe di una breve fase, mentre una Spagna disunita perdurerebbe in quello stato per sempre”.

Il terrore degli spagnoli verso i loro nazionalismi
Nessuna frase potrebbe riassumere meglio di questa, simbolicamente pronunciata a Donostia (o San Sebastián, nel cuore del Paese Basco), il terrore provato da alcune frange della società civile spagnola verso i nazionalismi presenti sul territorio statale.

Questo state of mind è poi filtrato nella legislazione della democrazia spagnola post-dittatura, in particolare in un articolo della costituzione del ‘78, che prevede che qualsiasi referendum volto a modificare i confini dello Stato spagnolo debba coinvolgere l’intero elettorato nazionale.

È in questa cornice legislativa che si inserisce il referendum sull’indipendenza indetto dal governo della Catalogna lo scorso giugno, previsto per il primo ottobre. Un referendum che, nonostante le pressioni politiche, si farà, ma la cui accettazione da parte del governo di Madrid rischierebbe di diventare un pericolosissimo precedente per i sostenitori dell’unità dello Stato.

Un indipendentismo scivolato in secondo piano
Fra tutti gli indipendentismi che abitano la penisola iberica, e che potrebbero beneficiare di un risultato positivo a questo referendum, quello che per anni ha avuto maggior risonanza, nella cronaca politica come in quella nera, è finito per scivolare lentamente in secondo piano, riportando il popolo che rappresenta allo stato di una semplice bizzarria etnica, buona per gli antropologi ed i glottologi: l’ indipendentismo basco.

Definire il popolo basco bizzarro è quanto mai azzeccato, dato che a quanto pare il termine deriva dalla parola basca “bizarra”, che indica la barba, simbolo di virilità ed aggressività, e che ha in seguito lentamente mutato di significato in quello attuale.

Che cosa resta dell’indipendentismo basco?, che cosa rimane delle rivendicazioni – quasi romantiche nel loro idealismo, a rileggerle al giorno d’oggi – di “indipendentzia eta sozialismoa” della sinistra abertzale?, che senso viene dato in questo presente agli anni di attività dell’Eta?

Aspirazioni, simboli, voti e contraddizioni basche
Il desiderio di autodeterminazione presso i baschi, o euskaldunak, come loro stessi si definiscono, è quiescente, ma non è mai scomparso. Aggirandosi per le strade di Bilbao e di Pamplona i richiami all’indipendenza e ai simboli propri del Paese sono costanti. l’Ikurriña, la bandiera basca, sventola in ogni piazza e ad un numero di finestre che sarebbe inimmaginabile altrove in Europa.

Alle ultime elezioni regionali, i vari partiti indipendentisti hanno totalizzato quasi il 60% dei seggi. Fra i partiti a base nazionale quello col risultato migliore è stato Podemos, l’unico dichiaratamente a favore dell’indizione di referendum per l’autodeterminazione, portando la percentuale di potenzialmente favorevoli all’indipendenza al 75%.

Nonostante questo, quello che dovrebbe essere il principale partito indipendentista, il Partido Nacionalista Vasco o Pnv, ha recentemente siglato un accordo con il partito di maggioranza relativa al Parlamento nazionale, il Partido Popular, il più strenuamente opposto ai desideri di secessione baschi, catalani, andalusi e galiziani.

Un accordo con Madrid molto vantaggioso
I termini dell’accordo sono oggettivamente imponenti: secondo il quotidiano El Pais, lo Stato spagnolo investirà nei prossimi anni quattro miliardi di euro in infrastrutture e aiuti all’economia. Una cifra immensa per una regione così scarsamente popolata (si parla di quasi duemila euro per abitante) e che è già, dati sul pil pro capite alla mano, la più ricca di Spagna.

Le malelingue affermano che il Pnv, oltre che il sostegno al governo a maggioranza popolare, abbia accettato di diminuire la sua spinta verso un Paese Basco indipendente. I vertici del partito negano, ma è effettivamente accaduto che nei loro recenti discorsi politici il termine “indipendenza” venisse sostituito dal più cauto “autonomia”.

Se da un lato il sindaco di Pamplona, Joseba Asiron, ha recentemente affermato che il destino dei baschi sarà sempre legato a quello dei catalani, dall’altro Íñigo Urkullu, leader del già menzionato Pnv, è arrivato a citare un celebre tormentone di quest’estate, sostenendo che l’indipendenza basca sia da perseguire poco alla volta, “pasito a pasito”.

Molti fattori hanno avuto ed hanno un peso sulle reali possibilità di un’indipendenza basca. La fine delle persecuzioni subite durante la dittatura franchista, unita al proseguimento delle attività terroristiche di Eta, ha già a partire dagli Anni ‘80 portato ad un calo del supporto interno ed internazionale.

Le ragioni del declino della spinta all’indipendenza
La messa al bando del partito Batasuna da parte della Corte suprema spagnola nel 2003, per una fortemente contestata e mai del tutto provata connivenza con Eta, ha poi significato un altro importante colpo al fronte indipendentista.

Sono passati dieci anni dall’ultimo attentato di Eta, sette dalla dichiarazione dell’ultimo cessate il fuoco, divenuto poi permanente, ed uno da quando i vertici del gruppo terroristico hanno fatto rinvenire alle autorità spagnole quello che affermano essere il loro intero arsenale, varie tonnellate di armi da fuoco e munizioni.

La Spagna di oggi è uno stato democratico, in cui le libertà personali non sono certo messe in discussione, e nonostante la persistenza di una certa ossessione da parte delle forze centraliste per la sacralità dell’unità nazionale, la lingua e la cultura basche non sono più ostracizzate come un tempo, non corrono più alcun rischio di scomparsa. Nell’intreccio di opposte posizioni politiche, economiche, sociali ed etniche che è la Spagna, il futuro del popolo basco resta un mistero, grande quasi quanto quello della sua origine.