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Norvegia: elezioni, vince la destra ma nodo energia resta

12 Set 2017 - Lorenzo Colantoni - Lorenzo Colantoni

Le elezioni in Norvegia consegnano la vittoria e il secondo mandato alla coalizione di destra, guidata dalla leader del partito conservatore Erna Solberg. Nessuna novità, in apparenza. Le altalenanti previsioni degli ultimi mesi avevano invece lasciato intendere la possibilità di uno stravolgimento della composizione del Parlamento, aprendo anche il dibattito sul complesso futuro dell’industria petrolifera norvegese. Un dibattito che, nonostante la sconfitta dei Verdi, potrebbe essere ancora al centro della politica norvegese nei prossimi anni.

I risultati: bene la destra, non male i Labour
La coalizione di destra guidata dal partito della Solberg, l’Høyre (conservatori), chiude con un totale di 89 seggi sui 169 del Parlamento norvegese, inclusi quelli dei suoi alleati, il Fremskrittspartiet (populisti e anti-immigrazione), i Venstre (liberali) e il KrF (democristiani). Il risultato è un chiaro successo per la Solberg, soprattutto se confrontato con i sondaggi delle ultime settimane, che davano alla coalizione di destra il 47,8% dei suffragi, rispetto al 52,7% ottenuto nelle urne.

Sempre a dispetto delle previsioni, il recupero della destra non va interamente a sfavore della sinistra: i Labour si confermano il primo partito di Norvegia, con 49 seggi (cinque in meno rispetto al 2013), per un totale di 80 all’opposizione guidata dal leader labour Jonas Gahr Støre. Perdono, invece, rispetto a quanto previsto, i piccoli partiti: i Verdi, che secondo numerosi sondaggi dovevano ampiamente passare il 5-6%, si attestano sotto la barriera del 4%, limitandosi quindi a confermare il seggio già ottenuto alle precedenti elezioni.

Le previsioni stesse erano però cambiate significativamente nel corso dei mesi; i sondaggi del dicembre 2016 davano uno straordinario sostegno ai labour, addirittura intorno al 37-38%. Un sostegno che è poi lentamente scemato, fino a scomparire definitivamente nell’estate 2017, quando alcuni sondaggi davano addirittura il partito allo stesso livello dei conservatori, circa al 26%, e quindi prossimo a perdere lo storico primato tra l’elettorato norvegese.

I temi: soprattutto economia ed energia
Questi risultati altalenanti sono stati dovuti principalmente al peso dell’economia in queste elezioni, che hanno visto tasse, immigrazione ma soprattutto crescita economica al centro del dibattito. Le sofferenze della Norvegia in seguito al crollo del prezzo del petrolio (che ha fatto perdere al Paese 47 mila posti di lavoro tra il 2014 e il 2016) hanno probabilmente portato al forte sostegno ai labour nella prima fase della campagna elettorale.

Un supporto diminuito man mano che l’economia norvegese si riprendeva, e così pure il settore degli idrocarburi; quando, nel secondo trimestre del 2017, il Pil del Paese è cresciuto intorno all’1,1% e la decrescita dell’industria del gas e del petrolio è finita, lasciando anzi posto a un aumento del 3,7%, i conservatori al governo erano pronti ad assumerne il merito ed a passare all’incasso nelle elezioni ormai imminenti.

L’economia non è però stata l’unico tema delle elezioni norvegesi; tra tutti, e probabilmente collegato, spicca quello del futuro dell’industria degli idrocarburi. Rispetto infatti ad uno storico sostegno dell’opinione pubblica norvegese al settore, qualcosa sembra che stia cambiando; un recente sondaggio indica come la maggior parte dei norvegesi sarebbero disposti a ridurre l’estrazione di gas e petrolio per diminuire le emissioni del Paese.

Non solo; numerosi partiti, oltre ai Verdi, tradizionalmente opposti all’industria estrattiva, hanno inserito nella loro agenda una forte riduzione delle prossime concessioni per le trivellazioni – è il caso dei liberali -. Se il successo dell’Accordo di Parigi ha forse parzialmente influito su questo atteggiamento, in realtà la causa di fondo è probabilmente legata all’andamento dell’economia stessa.

Considerato l’impatto del crollo del prezzo del petrolio, tra i norvegesi cresce la paura di stare investendo in un settore in perdita e in beni non recuperabili – i cosiddetti stranded assetts -. Un rischio non indifferente, considerando che l’industria degli idrocarburi rappresenta circa il 20% del Pil norvegese e che haperò  perso il 50% della produzione negli ultimi 15 anni e che probabilmente ne perderà un ulteriore 11% di qui al 2019.

Ecco quindi il perché della discussione sugli idrocarburi durante le elezioni e le grandi aspettative – non corrisposte – riposte sui Verdi, che avrebbero potuto agire come ago della bilancia tra le forze politiche in Parlamento nel caso di un assetto meno stabile rispetto a quello raggiunto. Se l’obiettivo dichiarato era quello di negoziare un ‘phase out’ dell’industria energetica in Novergia, il partito ecologista avrebbe probabilmente lavorato con i Rossi e l’Sv (estrema sinistra e sinistra socialista) per bloccare nuove trivellazioni in zone ad alto rischio, come il Mare di Barents. Una situazione già verificatasi, ad esempio, nell’arcipelago delle Lofoten, paradiso naturale che ospita la più grande barriera corallina del Nord Europa, su cui vige ancora un divieto di trivellazione nonostante gli 1,3 miliardi di barili contenuti tra le isole – un tesoretto da 65 miliardi di dollari.

Un futuro delicato e meno stabile di quanto appaia
Nonostante la sconfitta dei Verdi, la discussione sul futuro dell’industria degli idrocarburi norvegese non si concluderà con la conta dei voti, che lascia anzi molte questioni ancora aperte. Il tema della diversificazione dell’economia è infatti apparso come caro a una buona parte dell’elettorato e incomincia ad essere trasversale a molti componenti sia della coalizione di destra (i liberali in particolare) che di sinistra (la sinistra socialista).

Il negoziato sui round di concessioni, cui i liberali si erano già in passato opposti, potrebbe così diventare centrale in un Parlamento che sembra stabile, ma in realtà non lo è: se l’alleanza con il partito populista aveva già suscitato le critiche di molti nel 2013, in queste elezioni le critiche sono aumentate, anche da parte di membri della coalizione, i democristiani del KrF in primo luogo, contrari alle posizioni anti-immigrazione. “Non possiamo fornire nessuna garanzia per i prossimi quattro anni” è stato il commento a caldo nel post-elezioni di Knut Arild Hareide, leader del KrF. Con un equilibrio instabile, i temi centrali delle elezioni potrebbero quindi ripresentarsi cruciali nei prossimi anni.

Esistono poi diversi argomenti chiave che non sono stati affrontati, in particolare quello della gestione del fondo sovrano norvegese, uno dei più grandi al mondo. Si tratta di quasi un trilione di dollari, il cui uso negli ultimi anni ha largamente contribuito all’attuale ripresa dell’economia della Norvegia – un settimo del budget norvegese negli ultimi due anni proviene proprio dal fondo. La gestione è però criticata da molti in quanto unicamente dipendente dalla Banca nazionale, poco flessibile e fuori dal controllo del Parlamento, da cui però dovrebbe essere costantemente monitorata. Temi non presenti nel dibattito elettorale, ma che potrebbero esplodere nei mesi a venire.

È una strana quiete, quella del post elezioni in Norvegia, che però potrebbe sfociare in un futuro più tormentato del previsto per il primo produttore di petrolio dell’Europa occidentale, partner fondamentale di una Ue ancora fortemente dipendente dalle importazioni di gas e petrolio. Un crocevia di questioni interne e trend globali, in cui la Norvegia dovrà dimostrare grande flessibilità per rimanere il “Paese più felice del mondo”.