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Etnia dimenticata

Myanmar: sui Rohingya Aung San Suu Kyi non ha altra scelta

24 Set 2017 - Stefano Pelaggi - Stefano Pelaggi

Il recente discorso di Aung San Suu Kyi ha generato critiche e malumori nell’opinione pubblica occidentale: molti aspettavano una posizione più chiara sulle accuse di pulizia etnica nei confronti dei Rohingya. La leader birmana e premio Nobel per la pace ha ridimensionato la gravità della situazione nella regione del Rakhine, evidenziando sia le responsabilità dell’etnia di religione islamica sia il pericolo di radicalizzazione all’interno della stessa comunità Rohingya.

L’opinione pubblica occidentale ha repentinamente modificato la narrazione di Aung San Suu Kyi, da eroina catalizzatrice della speranza è stata equiparata agli stessi generali che ha combattuto per decenni mentre un’analisi più equilibrata dovrebbe tenere conto di numerosi fattori.

Nella morsa delle divisioni etniche
La struttura etnica, politica e culturale del Myanmar è complessa, ci sono 135 distinti gruppi etnici che vengono per semplicità raggruppati in otto fazioni principali. Questi gruppi sono tutti localizzati in un determinato territorio, parlano una propria lingua ed in molti casi sono in conflitto da secoli con l’etnia Bamar che detiene da sempre il potere politico nel territorio dell’attuale Myanmar. Alcuni di questi gruppi portano avanti una guerriglia da decenni – Karen, Shan e Kachin tra gli altri -, mentre gruppi come i Kokang e gli Wa hanno un controllo totale del territorio e dispongo di carri armati e contraerea.

La situazione dei Rohingya presenta un ulteriore grado di complessità: per più di cinquant’anni, il regime militare ha promosso e diffuso la narrazione della totale estraneità storica, politica e culturale dell’etnia di religione islamica rispetto al mosaico che compone l’identità birmana. Un’interpretazione che non può essere cancellata da appena diciotto mesi di governo guidato da Aung San Suu Kyi: la percezione dei birmani sulla questione Rohingya rimane fortemente incentrata sull’impostazione che la giunta militare ha promosso da decenni.

Le dimostrazioni di piazza, il genuino supporto della folla e il sostegno degli intellettuali birmani sono l’ennesima dimostrazione della convinzione della popolazione dell’assoluta estraneità dei Rohingya al mosaico etnico del Myanmar.

Nazionalismo buddista e aggressioni ai musulmani
Sin dall’avvio del processo di apertura democratica nel 2012, i gruppi nazionalistici buddisti hanno conquistato uno spazio sempre maggiore all’interno del dibattito pubblico, la possibilità di inediti spazi di confronto ha creato dei movimenti radicali, incentrati sulla difesa dell’identità religiosa come necessità primaria. La Patriotic Association of Myanmar, detta Ma Ba Tha, e il suo predecessore diretto, il Movimento 969, hanno individuato nei fedeli musulmani il principale pericolo per l’integrità religiosa e per la preservazione della cultura nazionale birmana.

I simpatizzanti del Ma Ba Tha hanno compiuto numerose aggressioni, alcune mortali, contro membri della comunità islamica. Si tratta di un movimento marginale e minoritario, sia in termini numerici sia come impatto sull’opinione pubblica. Tuttavia, nella delicata fase di transizione in Myanmar, il pieno supporto delle autorità religiose è uno strumento indispensabile e la religione islamica è vista dall’intero clero buddista birmano come una reale ed effettiva minaccia. La necessità di tenere insieme un Paese composto da numerosi gruppi etnici, che da sempre sono in conflitto con il potere centrale, la forte avversione del clero nei confronti dei musulmani e il quadro interpretativo, costruito da decenni di indottrinamento, dei Rohingya come corpo estraneo alla cultura birmana costituiscono le principali spinte per la comprensione dell’atteggiamento di Suu Kyi.

Il pugno duro dei militari
Un tentativo per la risoluzione del conflitto era stato fatto dalla premio Nobel ad agosto, quando aveva espresso la piena approvazione rispetto alle dichiarazioni delle Nazioni Unite che chiedevano l’inizio di un processo di integrazione dei Rohingya. Una mossa che ha scatenato l’ira sia del clero sia dei militari, il generale Min Aung Hlaing si è affrettato a dichiarare che i Bengali – evitando di nominare i Rohingya e specificando la loro provenienza originaria – non sono una delle etnie riconosciute in Myanmar e che semplicemente non appartengono a questa nazione. Nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione delle Nazioni Unite, la Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) ha compiuto degli attacchi in tre città del Rakhine, scatenando l’offensiva dei militari e mettendo fine ad ogni flebile tentativo di risoluzione del conflitto.

I militari detengono ancora un notevole potere nell’esecutivo, oltre ad importanti ministeri e alla quota di seggi dedicati: sono in grado di esercitare forti pressioni in tutti i settori della vita pubblica, inclusi i media e la stessa comunicazione governativa. Pensare di poter agire in maniera diversa in Rakhine, purtroppo, non è un’opzione percorribile, anche se Aung San Suu Kyi esercita un incredibile carisma sulla popolazione e sarebbe in grado di influenzare un cambio di passo nell’approccio verso i Rohingya. Ma una dinamica di questo tipo potrebbe generare tensioni inaspettate e richiederebbe un impegno straordinario, e nessuno ha dimenticato che il processo di transizione democratico nel Paese è stato arrestato per ben due volte negli ultimi decenni.

Tutto l’elettorato di Aung San Suu Kyi ha una precisa opinione del conflitto in corso, creata da decenni di propaganda incentrata sul ruolo dei Rohingya durante il periodo coloniale britannico, sulla pericolosità del proselitismo islamico e sulla necessità di preservare l’integrità della religione buddista. Il pericolo di un ritorno dei militari è concreto e nessuna delle parti coinvolte vuole rischiare un’impasse di questo tipo. D’altronde, Suu Kyi non aveva finora mai esplicitamente parlato dei Rohingya in nessuno dei suoi discorsi pubblici, aveva accuratamente evitato di candidare nelle sue liste qualsiasi cittadino di religione islamica, anche provenienti da altri gruppi etnici.

La stessa comunità internazionale aveva optato per il non intervento qualche anno fa, quando la crisi era circoscritta a livelli di bassa intensità, per evitare ripercussioni sull’imminente processo di transizione democratica. Un intervento decisivo delle Nazioni Unite all’interno della crisi in Rakhine è, secondo i principali analisti, impensabile, viste la degenerazione del conflitto e la delicata situazione politica sia in Myanmar sia in Bangladesh.

Priorità alla transizione democratica
Aung San Suu Kyi ha sempre saputo di dover affrontare una emergenza umanitaria nel Rakhine, che d’altronde era in corso almeno dal 2013, ma la necessità di portare a termine il processo di transizione democratica è la sua priorità. Analogamente a quanto successo in Indonesia, la transizione dal regime militare ad un sistema democratico, sempre in una ottica asiatica, richiederà almeno un decennio.

La leader birmana ha mostrato di non voler mettere a repentaglio il futuro del Paese per un conflitto che reputa marginale, di secondaria importanza e lontano dagli interessi nazionali. Una scelta che la pone al di fuori della beatificazione che l’Occidente ha creato intorno alla sua figura. Probabilmente l’idealizzazione di Suu Kyi è stata eccessiva, ma le narrative semplificate sono solitamente più adatte a film o romanzi piuttosto che alla comprensione di complesse situazioni politiche come quella birmana.