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Petrolio e gas

Kurdistan: energia, una vittoria che prescinde dal referendum

28 Set 2017 - Raffaele Perfetto - Raffaele Perfetto

Le prossime settimane ci diranno quali saranno gli effetti del referendum sull’indipendenza che – non riconosciuto dal governo centrale di Baghdad – si è tenuto nel Kurdistan iracheno, dopo la vittoria del sì con il 92,7% e un’affluenza del 72,6%. Snodo nevralgico della questione indipendentista è stata la città di Kirkuk, liberata dalla presa del sedicente Stato islamico (Isis) dai Peshmerga curdi. Nel 2014, il controllo della città, centro primario per la produzione petrolifera in Iraq (15% delle riserve e 40% della produzione sotto Saddam Hussein), fu ceduto dal governo centrale alle milizie curde.

Gli ultimi anni, che hanno condotto al referendum indipendentista del 25 settembre, hanno presentato interessanti evoluzioni anche sul fronte della presenza dell’industria petrolifera nella regione.

L’avvento delle Oil Major
Nel 2012, come riportato allora dall’Economist, la Exxon fu la prima grande compagnia petrolifera ad investire nella regione semiautonoma del Kurdistan acquistando sei blocchi esplorativi e suscitando il malcontento del governo centrale iracheno. Seguirono quell’anno Total, Chevron, Gazprom: le Oil Major iniziarono così a firmare contratti con il governo regionale curdo. Un riconoscimento sul campo non da poco.

The Economist (2012)

L’accordo tra il governo regionale curdo (Krg) e l’amministrazione centrale irachena prevedeva che la vendita del petrolio curdo avrebbe riportato nelle tasche della Krg il 17% degli introiti.

Fino al 2014, il budget del Krg era garantito da questi trasferimenti monetari da Baghdad, passando dai circa 9,2 miliardi di dollari del 2010 ai circa 15 miliardi del 2013. Questi trasferimenti rappresentavano circa l’80% del necessario per la regione semiautonoma; la rimanente quota dei proventi veniva raccolto con export autonomi – via camion -, tasse, tariffe doganali e locali. Il crollo del prezzo del barile del 2014 e il conflitto siriano hanno però mandato in crisi questo meccanismo.

Indebitamento e conti pubblici
Il Krg ha provato a far fronte al nuovo scenario con l’indebitamento verso le banche locali e turche e a il supporto da parte delle compagnie di trading internazionale. Nel 2015 ha provato “arditamente” anche a lanciare un bond internazionale dal valore di mezzo miliardo di dollari: la collocazione non è andata a buon fine proprio per la precaria condizione di sovranità che non ha convinto gli investitori.

Un’analisi del centro studi energetici inglese Oies riportava nel 2015 un indebitamento complessivo del Krg di 17 miliardi di dollari, 2,5 dei quali nei confronti delle Oil, Service e Trading Companies.

L’entità curda ha fatto molto per tenere i conti a posto: infatti, a partire da dicembre 2013, attraverso una nuova pipeline (connesso alla Turchia) ha iniziato ad esportare in autonomia da Baghdad. Se prima il commercio di petrolio via camion dal Krg era relativamente quasi tollerato, la pipeline rendeva tutto diverso. Le reazioni del governo centrale iracheno sono state forti, ma le esportazioni sono continuate.

Financial Times (2015)

Secondo un dato riportato dal Financial Times nel 2015, circa due terzi del petrolio del Kurdistan finivano in Israele, con Italia, Francia e Grecia come mercati finali. Il commercio sarebbe avvenuto principalmente attraverso accordi – prepagati – condotti dalle compagnie di trading petrolifero, tra cui Vitol e Trafigura (informazione non confermata da queste). Il petrolio prodotto dal nord dell’Iraq arrivava al terminale di Ceyhan in Turchia e da qui si muoveva nel Mediterraneo, raggiungendo il mercato europeo.

Perché tenere sott’occhio anche il gas
Sempre dall’analisi dell’Oies, si evince come nel dicembre 2014 i debiti verso le sole “piccole” compagnie petrolifere indipendenti (quelle entrate in Kurdistan fra 2004 e 2011, prima ancora delle Oil Majors come Exxon) ammontavano a circa 1,6 miliardi di dollari. Si tratta, tuttavia, di una stima al ribasso, perché non tutte queste “piccole” compagnie sono pubbliche e tenute quindi alla pubblicità dei bilanci.

Tra queste, però, ha fatto molto parlare di sé la Genel Energy, che ha tra i fondatori il finanziere inglese Nat Rotschild e l’ex ceo di British Petroleum e chairman di Glencore Tony Hayward.

Il Financial Times dedica molti approfondimenti a questa società: essendo pubblica permette infatti di intercettare il clima nell’area.

A metà anno, il board di Genel ha visto uscire i due fondatori citati, dopo aver subito forti perdite. Tuttavia, in un ultimo incontro, Hayward si è mostrato fiducioso per le sorti della compagnia, soprattutto riguardo le prospettive legate al gas. Un’affermazione che va combinata con il superamento del 15% nell’azionariato Genel da parte della holding azera Bilgin Enerij, apparentemente nell’orbita di influenza turca. Non si possono escludere l’interesse turco in vista di possibili esportazioni di gas e le ambizioni della Turchia a divenire un gas hub.

A prescindere dagli ulteriori sviluppi dell’esito del referendum, sono degne di nota due ultime notizie: la prima riguarda il colosso petrolifero russo Rosneft, la seconda la Oil Major Royal Dutch Shell.

Rosneft è pronta a finanziare un gasdotto regionale curdo che transita per la Turchia per poter accedere poi al mercato europeo. Le discussioni riguardo al progetto sarebbero in uno stato abbastanza avanzato, si parlava (pre-referendum) addirittura di date: primo gas domestico nel 2019 e inizio esportazioni nel 2020.

L’agenzia Reuters riportava invece la decisione di Shell di uscire dal business petrolifero del sud dell’Iraq. Dopo anni, la Shell deciderebbe di riposizionarsi seguendo la sua strategia di aumentare il portfolio gas. Una strategia iniziata nel 2014 con l’acquisto dalla Repsol della divisione Lng e poi nel 2015 dell’intera compagnia Bg. Quest’ultima operazione, costata circa 60 miliardi di dollari, è stata seguita poi da un piano di dismissioni da 30 miliardi lanciato da Shell: la cessione dei campi ad olio del sud dell’Iraq si inserirebbero in quest’ottica.

Non si può escludere che la Shell o qualche altra Oil Major facciano ingresso con qualche quota di partecipazione o acquisizione nei progetti a gas del nord del Paese, uscendo dai campi ad olio del sud. Staremo a vedere dopo il referendum.