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Una visione politica

Iran: il generale Soleimani e le due minacce

7 Set 2017 - Emanuele Bobbio - Emanuele Bobbio

Il generale iraniano Qasem Soleimani, capo delle Forze Speciali Quds, ha sempre cercato di evitare gli eventi e i discorsi pubblici, incarnando appieno lo Stato iraniano profondo, con sotto traccia l’influenza della Repubblica islamica. Il 20 agosto nel Giorno della Moschea, con sorpresa di molti, il generale ha rotto il suo tradizionale silenzio mediatico e parlando in pubblico ha lanciato messaggi chiari sia sul fronte interno che sul fronte esterno.

Soleimani, che negli ultimi sei anni ha guidato le forze iraniane impegnate sui fronti esteri, ha delineato nel suo discorso le due grandi minacce che il mondo islamico sta affrontando in questo periodo. La prima minaccia è di carattere interno e ha la forma di sedizione religiosa, mentre la seconda prefigura un’invasione contro l’Islam portata avanti da diversi attori su diversi piani.

La direttrice in politica interna
Partendo dall’Iran, il leader delle forze Quds ha sostenuto che la sedizione religiosa risiede nelle divisioni che si sono venute a creare nel mondo islamico, tra integralisti e riformisti. A differenza di molti importanti punti di vista conservatori nel Paese, il generale però non attribuisce la colpa al popolo, e in particolare ai giovani corrotti dall’occidente infedele, ma ai leader religiosi che hanno perso la capacità di attirare le menti e capire le innovazioni della società.

Queste affermazioni hanno lanciato un messaggio chiaro nel mondo politico iraniano sancendo una rottura con il passato. Le guardie rivoluzionarie sembra che abbiano appreso la lezione impartita dal neo-presidente Rohani alle ultime elezioni. I conservatori più acuti hanno compreso che se si vuole mantenere il proprio ruolo è necessario competere elettoralmente con i riformisti.

Nella visione di Soleimani la fetta di popolazione che è necessario cercare di strappare agli avversari politici sono i giovani iraniani, ormai privi della base ideologica dei padri. L’assenza di questa componente, formatasi nel sangue della rivoluzione e negli anni di repressione dello scià Reza Pahlavi, ha reso più debole la presa dei conservatori e i giovani ormai chiedono posti di lavoro e maggiori libertà.

La direttrice in politica estera
Con la stessa chiarezza il generale si è espresso in materia di politica estera. Soleimani da una parte ha riconosciuto il ruolo iraniano in Siria come una strategia per preservare gli interessi di Teheran, dall’altro ha ricordato come l’Iran nella lotta al sedicente Stato islamico, l’Isis, stia difendendo l’Islam stesso come sta facendo al contempo in Palestina, dove supporta la difesa da Israele. Ha inoltre rispedito al mittente le critiche sulla natura settaria degli interventi iraniani, a esclusivo beneficio degli sciiti, ricordando ad esempio che i palestinesi, ugualmente foraggiati da Teheran, sono in maggioranza sunniti.

Il leader delle forze Quds ha lanciato chiaramente un messaggio sulle future direttrici di influenza iraniana. L’Iraq e la Siria sono stati indicati come obiettivi prioritari della Repubblica islamica che li difenderà a qualsiasi costo – questo in risposta all’attivismo saudita verso l’Iraq -. L’accenno ai Territori palestinesi ha però mostrato una nuova idea iraniana. La Repubblica islamica sta cercando, anche attraverso il libanese Hezbollah, di essere più protagonista nella West Bank e soprattutto a Gaza. L’obiettivo è quello di garantirsi un nuovo ruolo internazionale, da usare anche in un futuro rapporto problematico con l’America di Trump.

Un atteggiamento diverso
Un’analisi più approfondita va fatta sulla retorica del discorso che è molto differente dalla consueta comunicazione delle forze armate iraniane. Il messaggio è stato privo della solita aggressività, che ha sempre contraddistinto l’esercito, e mancava di qualsiasi riferimento al nemico saudita e al blocco del Qatar, cui l’Iran sta assistendo dall’altra sponda del Golfo Persico. Questo atteggiamento mite è frutto della volontà dell’Iran di non essere descritto come un elemento destabilizzante, così da poter difendere le proprie posizioni con maggiore legittimità.

La cautela e l’attenzione sono anche date da quello che sta succedendo in Asia tra Corea del Nord e Trump. L’Iran non vuole dare al nuovo presidente Usa alcun pretesto per poter scatenare la propria impulsività e attaccare l’accordo sul nucleare, che ultimamente ha permesso all’Iran di concludere importanti contratti come quello con la francese Total.

Restano molti dubbi e perplessità su questo discorso. Il più importante riguarda proprio il motivo per cui Soleimani ha deciso di rompere il proprio silenzio. Alcuni spiegano questo cambiamento con la volontà del generale di impegnarsi direttamente nella politica iraniana in vista delle future elezioni. Bisognerà capire le reazioni, interne ed esterne, a questo discorso per valutare quale peso avrà nel quadrante mediorientale.