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Medio Oriente

Iran: il cerchio Usa si stringe intorno a Teheran

3 Set 2017 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

Non saranno le tensioni indipendentiste dei curdo-iracheni a porre problemi all’Iran. Su questo versante, Teheran ha solidi alleati, in primis la Turchia, alle prese con l’endemica ribellione della sua componente curda, e lo stesso Iraq, dove lo strappo dei territori curdi rischierebbe di tradursi anche nella perdita definitiva dei preziosi pozzi di Kirkuk. La ‘questione curda’ è semmai nelle mani di Washington, che sulla fanteria dei peshmerga iracheni e dei curdo-siriani del Rojava punta da tempo per abbattere l’obiettivo primario, il sedicente Stato islamico, l’Isis. Washington si limita per ora a definire il rapporto con i curdi “temporary, transactional, tactical”.

Un progetto Usa rimasto in mezzo al guado
Nel recente passato, gli Stati Uniti avevano assegnato all’ Iran un ruolo-chiave nel disegno di riequilibrio delle influenze in Medio Oriente, delineando un ridimensionamento delle aspirazioni del Golfo e della Turchia. Un disegno ardito e innovatore. Ad esso era ispirata la generosa intesa nucleare dell’estate 2015 che sdoganava l’ Iran, prevedendo il progressivo smantellamento delle sanzioni Onu.

Il progetto è rimasto in mezzo al guado. L’influenza iraniana nella regione è andata infatti fortemente consolidandosi in Siria, Iraq ed oltre e, con essa, prevedibilmente, la reazione ostativa dell’Arabia Saudita, in un’inedita convergenza con Israele, che mai ha digerito l’idea di un Iran incombente alle proprie frontiere, per di più con residue potenzialità nucleari  ‘dual use’ da spendere entro una decina d’anni. Sullo sfondo, il persistente dogma iraniano che Israele sia uno ‘Stato usurpatore’.

Nel capovolgimento della strategia, Qatar ‘vittima collaterale’
Con manifesto sollievo di Arabia e di Israele, il 21 maggio Donald Trump ha capovolto la strategia, elargendo alla prima nuovi massicci aiuti militari e assegnando all’Iran il ruolo di sponsor del terrorismo, di fatto equiparandolo all’Isis. La decisione viene da lontano, considerato che smantellare l’intesa nucleare condotta in porto da Barack Obama era uno dei motivi conduttori della campagna elettorale del magnate presidente.

Poco importa se nel capovolgimento strategico il Qatar è rimasto imbrigliato nella condanna dei suoi vicini per i rapporti coltivati con l’Iran. Un dettaglio. Per Trump si pone ora il problema di come contrastare Teheran, “the most destabilizing influence in the Middle East”, e pervenire a una stabilizzazione ripristinando lo statu quo ante.

Priorità, contrastare e accerchiare l’Iran
L’Iraq di Al Abadi è stato sollecitato a prendere contatto con l’Arabia per impostare relazioni più costruttive. L’Egitto a riprendere l’iniziativa a favore di Hamas onde sottrarlo all’influenza iraniana. Il Libano a tenere a bada Hezbollah, il contingente Unifil a eseguire il mandato di disarmarne i combattenti e a monitorare i traffici di armi dall’ Iran.

Quanto alle sanzioni, Trump non è riuscito in luglio a superare le obiezioni di Tillerson e Mattis a ‘de-certificare’, smentendo la pronuncia dell’Aiea, l’ottemperanza dell’ Iran alle prescrizioni dell’intesa e a non prorogare quindi la sospensione delle sanzioni multilaterali, ma sta puntando sulla prova d’appello in ottobre. L’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley è stata inviata a Vienna a sensibilizzare l’Aiea.

Nel frattempo, nuove sanzioni unilaterali sono state previste con riferimento al programma missilistico iraniano, che comporterebbe un potenziale di carico nucleare. Né mancano insistenti pressioni di talune lobbies per bloccare l’accesso di Teheran all’uso del dollaro negli scambi commerciali, sanzionare tutti i settori economici coinvolti nello sviluppo del programma missilistico, penalizzare le società straniere che interagiscono con il Paese. Inevitabilmente, anche quelle europee.

Pressioni e tentazioni azzardate di ‘regime change’
Né pressioni ancor più drastiche tra le fila dei più tenaci sostenitori di Trump, come Rudy Giuliani, e tra le organizzazioni più radicali, come la Foundation for the Defence of Democracy, per distruggere con ‘pre-emptive strikes’ la capacità missilistica iraniana prima che diventi operativa. O addirittura andare alla radice del problema e concentrarsi su ‘forze alternative’ all’establishment ai fini di un ‘regime change’.

Ignorando i precedenti devastanti di simili iniziative in Iraq, Libia e altrove. E che l’ Iran ha oltre tremila anni di storia sedimentata in una società consapevole del proprio ruolo e orgogliosa del proprio unico passato. Come disse Kissinger, “in Medio Oriente l’Iran vanta la più coerente esperienza nazionale e la più antica e sofisticata tradizione strategica”. Senza contare che gli iraniani hanno da poco, in maggio, rieletto a larga maggioranza il miglior presidente possibile per il prossimo quadriennio, il moderato Hassan Rohani, incline a interloquire con l’Occidente e a riforme interne.

Dalle pagine del Guardian, il negoziatore dell’intesa nucleare, Ali Salehi, ha replicato agli Stati Uniti con pacata fermezza invitandoli semplicemente a riconoscere la realtà dei fatti, la “statura politica, economica, culturale dei protagonisti regionali”, e al contempo definendo irrealistico immaginare che Teheran rimanga indifferente alle “provocazioni”.

Rischi di reazione alle provocazioni e di conflitto
Va da sé che un nuovo confronto militare, con mezzi convenzionali o non convenzionali, non servirebbe a stabilizzare la regione, ma rischierebbe di produrre conseguenze nefaste, a partire dalla riduzione dei margini di manovra di Rohani, incoraggiando le componenti oltranziste a danno dei pragmatici e della gioventù liberale ed a rischio di coltivare una nuova generazione di antagonisti dell’Occidente. Altre tragedie umane, altre distruzioni sopra le macerie esistenti.

Evitare un nuovo conflitto in Medio Oriente dovrebbe essere per tutti, e segnatamente per l’Europa, un’assoluta priorità. L’intesa nucleare è molto precisa sugli adempimenti che ci si attende dall’Iran, ivi incluso quello di astenersi da attività che possano promuovere la sua capacità nucleare militare. Vi rientrano i test missilistici così come l’impianto di missili di precisione che sarebbe già stato programmato in Siria e in Libano. Su tutto questo l’Iran dovrebbe essere richiamato e vigilato.