IAI
Narcotraffico e riconciliazione

Colombia: un Paese nuovo che cerca il Boss e se stesso

9 Set 2017 - Carmine de Vito - Carmine de Vito

Domenico Antonio Mancusi Hoyos vive e si nasconde in Italia: ne sono certi gli investigatori della Colombia, soprattutto dopo l’arresto  di ‘El Ruso’, catturato ad aprile a Civitavecchia dal Gico della Guardia di Finanza con un’operazione coordinata dal Servizio di Cooperazione internazionale di Polizia della Direzione centrale della Polizia criminale e della Dcsa (Direzione centrale per i Servizi Antidroga).

Tanti sono gli elementi, gli indizi e le coincidenze che accompagnano la latitanza e la vita criminale de ‘El Ruso’, nomignolo colombiano di Niemeier Rizvanovic Miro, cittadino tedesco ed elemento di spicco dei Clan Usaga e ‘del Golfo’, e  Domenico Antonio Mancusi Hoyos. Sicuramente, l’Italia come base logistica, gli affari e la protezione della ’ndrangheta, che controlla l’80% del traffico di cocaina internazionale.

Un killer spietato, ma devoto a Padre Pio
Mancusi Hoyos è  un boss di primissimo livello, leader del blocco Catacumbo delle Autodefensas Unidas de Columbia (Auc), killer spietato con più di 132 omicidi sulle spalle e personaggio istrionico tra lusso, riciclaggio, narcotraffico e belle donne; il tutto mitemente edulcorato con la devozione a Padre Pio.

Cugino di Salvatore Mancuso ‘El Mono’ – ‘Mancusi’ è solo un errore dell’anagrafe -, ha ereditato il potere e il ruolo fiduciario con le ‘ndrine, ricevendo protezione e  copertura logistica, e ha soprattutto rimodulato il patto d’affari che dal narcotraffico ha pervaso tutti i sentieri del riciclaggio: dall’edilizia al commercio, fino al circuito del turismo e dei grandi alberghi.

Arrestato nel 2014 dalla Guardia di Finanza a Imperia, era stato rimesso in libertà perché non poteva essere estradato per la doppia cittadinanza: colombiana e italiana. Ora le autorità colombiane hanno riaperto tutti i canali investigativi, forte dei recenti accordi bilaterali firmati con l’Italia e del rinnovato riconoscimento internazionale.

Fonti investigative colombiane hanno riferito al Corriere della Sera – Andrea Galli, 13 agosto 2017, ndr – che dopo l’estradizione de ‘El Ruso’ c’è l’assoluta volontà di assicurare a Mancusi Hoyos la medesima sorte, cancellando definitivamente la nomea di “narco-stato” che accompagna la Colombia e consolidando le istituzioni colombiane nella cooperazione internazionale.

Cartelli e ‘ndrangheta, Colombia e Italia relazioni parallele
La storia dei rapporti tra i cartelli del narcotraffico colombiani e la ’ndrangheta è lunga e corre parallela alle relazioni tra i due Paesi. Storicamente i reciproci rapporti non hanno mai assunto, nell’interscambio politico-diplomatico, dimensioni di primario interesse, ma posseggono nella loro complessità ampi spazi di contiguità e affinità.

La Colombia, pur non avendo un’ importante presenza di popolazione di origine italiana – è quasi trascurabile , presenta caratteristiche antropologiche e di sedimentazione culturale tipiche delle enclavi meridionali italiche. L’attenzione mediatica di questi giorni, provocata dai fermenti di riconciliazione nazionale ed alimentata dalla visita di Papa Francesco, è eccezionale.

La Colombia e Italia condividono interessi e affinità della peggiore fatta: la prima ha il primato mondiale nella produzione della cocaina; l’altra è un Paese in cui insistono grandi associazioni criminali, coeve e strutturate nel tessuto politico ed economico-finanziario.

L’associazione può parere logica, ma non affatto scontata. Il narcotraffico richiede un ‘quid pluris’ di affinità, affidamento e afflato primitivo nella cessione della roba e nella tutela dei patti. Il rapporto di fiducia e di garanzia nella filiera del narcotraffico ha, nell’arcipelago dei cartelli colombiani, qualcosa di arcaico: ha il sapore di una antico patto patronale, dove i sensali sono i medesimi contraenti investiti dell’onore della credibilità.

Quasi trent’anni di affari sporchi, ma solidi
È verso la fine degli Anni Novanta che le ‘ndrine calabresi, intuendo la portata del fenomeno, organizzarono una rete di rappresentanti locali in Colombia. Un vecchio adagio racconta che : “I calabresi sono più affidabili, non parlano e pagano in tempo”. Parole semplici ed efficaci; la base di fiducia tra elementi prossimi e omogenei. Tra “vaccari colombiani” e “pastori calabresi” il feeling è stato immediato.

I calabresi, più di tutti, avevano capito come il commercio di cocaina fosse un ottimo affare, dove i ricavi sono totalmente slegati dalla produzione e le cui dimensioni sfiorano le 600 tonnellate di coca l’anno, trattate con la capacità delle ‘ndrine di gestire la quasi totalità del traffico mondiale con investitori e riciclatori in diversi Paesi.

La stabilità dei contatti ha costruito nel tempo  un ponte mobile con diffusione continentale – e non solo -, con la capacità delle ’ndrine calabresi di garantire investimenti costanti e corposi.

Un ‘Copernico’ italiano del traffico di cocaina
Nel giugno 2013 Roberto Bebè Pannunzi, conosciuto come il Pablo Escobar d’Italia, veniva  arrestato in un centro commerciale in Colombia. Le indagini degli inquirenti sui suoi movimenti personali e finanziari hanno confermato che riusciva a importare due tonnellate di cocaina ogni mese. E’ stato il simbolo dell’affinità elettiva tra le entità malavitose colombiane e calabresi, il ‘Copernico’ del traffico di cocaina, l’uomo che ha rivoluzionato il modo e le strategie del business.

La sua forte personalità riconosciuta da tutti e la fiducia che riscuoteva gli avevano permesso di inventare la cosiddetta ‘colletta’, ovvero la pratica di raccogliere soldi dalle varie famiglie, spesso rivali, per poi comprare immensi stock di cocaina in Colombia, gestendo flotte di navi per il passaggio in Europa. La sua presenza era una garanzia di efficienza: riduceva gli attriti e le diffidenze, massimizzando il risultato.

Così lavorava Bebè: pochi interessi, las mujeres, il danaro e la sua faccia. Tipico colombiano tra i colombiani. Di lui si racconta: “Ci si sedeva a tavola solo se c’era da parlare di almeno una tonnellata di cocaina. In Colombia sono sei o al massimo sette le persone con cui si può parlare di certe quantità; e occupano posti di rilievo in società”.

Un Paese dove la scala dei valori sta cambiando
Oggi la Colombia sta cambiando anche se quel sentimento provinciale di collusione e povertà padronale vive nelle valli e regola le rotte del narcotraffico e i suoi interlocutori.

Il ruolo delle istituzioni e dello Stato nella supremazia della sovranità e delle condizioni del bene è aspetto qualificante: determina i postulati dello stare insieme, riposiziona la scala di valori di una società. La nuova Colombia è soprattutto questo: affermazione di valori condivisi, cooperazione e riconoscimento internazionale.

L’estradizione de ‘El Ruso’, la ricerca determinata di Mancusi Hoyos, danno sostanza e forma ai progetti di cooperazione con l’Ue e con l’Italia, ripudiando definitivamente l’immagine di un Paese dalla sovranità decorativa, regno di paternalismo, prepotenza e corruzione. La nuova Colombia cercando Mancusi Hoyos cerca se stessa e il sorriso di un nuovo orizzonte.