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Fragili equilibri

Bielorussia: Minsk non balla più solo con Mosca

6 Set 2017 - Cono Giardullo - Cono Giardullo

Sin dallo scoppio del conflitto in Ucraina nel 2014, la Bielorussia ha rimodulato le linee guida della sua politica estera. I dissidi tra il presidente russo Vladimir Putin e il capo del regime di Minsk, il presidente Aleksandr Lukashenko, che dal 1994 ha saldamente in mano le sorti del Paese, si fanno sempre più pressanti.

L’integrazione tra Russia e Bielorussia è avanzatissima. Sin dal 1999 l’Unione Statale, seppur scevra di effettività politica, rappresenta un’organizzazione che ha istituito la cittadinanza comune e fatto un primo passo verso una completa integrazione territoriale e monetaria, progetto per ora accantonato. Minsk e Mosca sono anche membri fondatori dell’Unione economica eurasiatica, l’idea putiniana per contrastare la strapotenza economica dell’Ue e mantenere il controllo sull’ex spazio sovietico.

Lukashenko ha ripagato il Cremlino tenendosi sempre a debita distanza dalla Nato e da ogni forma di cooperazione con partner europei. Fino al 2014, appunto, quando ha criticato l’annessione russa della Crimea, definendola un “cattivo precedente”.

Il Cremlino sostiene ancora fortemente l’economia bielorussa, da tre anni in piena crisi, ma le fughe in avanti del presidente Lukashenko per assicurarsi anche l’appoggio di Ue e Cina e diversificare la propria economia sono aumentate. Nel 2017, Minsk ha deciso di liberalizzare i soggiorni turistici brevi per europei ed americani. La Russia ha risposto reimponendo controlli alla frontiera tra le due ex repubbliche sovietiche, innalzando il prezzo del gas importato dai cugini bielorussi e nelle ultime settimane criticando il trasporto dei prodotti petroliferi attraverso i porti lettoni e lituani, anziché quelli russi, e imponendo il divieto di importazioni di latticini in Russia.

Diritti umani e sanzioni: eppur si muove
La Bielorussia è considerata un “regime autoritario consolidato” secondo l’ultima classifica di Freedom House, con un punteggio relativo al rispetto delle norme democratiche peggiore di quello russo. L’Ue ha sempre tenuto fermo l’impegno di proporre un’apertura sul fronte dei diritti umani. In luglio, Bielorussia e Ue hanno organizzato il quarto dialogo sui diritti umani, che si svolse la prima volta nel 2009 e che poi fu interrotto fino al 2015. Inoltre, dopo anni di sanzioni, nel 2016 Bruxelles ha deciso di revocare le misure restrittive nei confronti di 170 persone e tre società, pur mantenendo l’embargo sulle armi e le sanzioni nei confronti di quattro persone, grazie al rilascio di “tutti i prigionieri politici” nell’agosto 2015.

Nel corso dell’estate, anche il Canada ha revocato le sanzioni contro Minsk, ritirando il paese dalla cosiddetta Area Control List, cosicché l’esportazione di beni verso la Bielorussia non debba più essere autorizzata espressamente dalle autorità canadesi. Ottawa ha considerato che la facilitazione degli accordi di Minsk per risolvere lo stallo del conflitto ucraino e il rilascio dei prigionieri politici siano sufficienti a garantire questo privilegio. Per gli stessi motivi, gli Stati Uniti praticano dal 2015 un’esenzione dalle sanzioni per nove maggiori compagnie nazionali, mentre sono state recentemente rinnovate quelle contro il presidente Lukashenko e alcuni membri del suo apparato decisionale per le persistenti violazioni di diritti umani.

Il 23 giugno, il Consiglio dei Diritti umani della Nazioni Unite ha rinnovato per un altro anno il mandato dell’inviato speciale Miklós Haraszti, ufficio creato nel 2012 con il compito di monitorare la situazione dei diritti umani in Bielorussia. Fino ad ora, le autorità bielorusse avevano rifiutato ogni comunicazione con l’alto funzionario Onu. A sorpresa, però, a inizio luglio, Haraszti ha potuto partecipare informalmente a un seminario sui diritti umani organizzato a Minsk dall’Assemblea parlamentare Osce. Di ritorno dal Paese, Haraszti ha confermato le critiche già espresse nel nell’ultimo report presentato al Consiglio dei Diritti umani in giugno: la Bielorussia resta un regime basato su un “sistema di permessi”, che criminalizza ogni attività pubblica di un cittadino che non sia stata previamente autorizzata, ed è l’ultimo Paese europeo ad applicare la pena di morte (quattro esecuzioni nel 2016), senza contare la repressione delle proteste di massa nel dicembre 2010 e nel marzo 2017. Benché uno spiraglio si sia aperto con la pubblicazione del primo piano d’azione nazionale sui diritti umani, nessuno dei 100 punti in programma affronta il tema delle libertà civili e politiche.

Zapad 2017 : l’Occidente alla finestra
L’ultima esercitazione militare Zapad (Ovest, in russo) congiunta tra Russia e Bielorussia risale al 2013. Dal 14 al 20 settembre, si svolgerà una nuova puntata di quella che è stata annunciata dal generale Usa Breedlove come “la più ampia esercitazione militare russa dalla fine della Seconda Guerra mondiale”. Si tratta del primo addestramento del genere dopo l’annessione russa della Crimea. L’esercitazione è uno stress test condotto ogni quattro anni, che mira a testare la preparazione e l’interoperabilità del sistema militare russo e bielorusso dinanzi a un conflitto contro le forze Nato.

Zapad 2017 è organizzata in un momento di fortissime tensioni militari, soprattutto in Nord Europa. Qui la Nato ha dispiegato l’Enhanced Forward Presence (Efp), ossia quattro battaglioni multinazionali per rafforzare la difesa collettiva in Stati chiave: Estonia, Lituania, Polonia e Lettonia, con 140 militari italiani dispiegati sul territorio di Riga.

Sino al luglio 2017, né la Russia né la Bielorussia avevano notificato all’Osce l’esercitazione, in contravvenzione al Documento di Vienna del 2011: un accordo che mira a rafforzare la fiducia e la sicurezza nell’area Osce, accrescendo anche la trasparenza militare. Secondo alcuni osservatori militari, si profilerebbe il rischio che la Russia possa lasciare alcune delle sue truppe di stanza in Bielorussia, per premere su Lukashenko, nel caso decida di avvicinarsi ulteriormente all’Ue.

Si tratta di uno scenario al momento poco credibile, ma la Bielorussia ha comunque deciso di giocare la parte dell’equilibrista. Il 22 agosto, il ministro della difesa bielorusso Ravkov ha ufficialmente invitato alle manovre 80 osservatori stranieri, sottolineando che non solo la Nato, l’Onu, la Croce Rossa e l’Osce saranno benvenuti, ma anche osservatori dai Paesi vicini: Polonia, Ucraina, Lituania, Lettonia, Estonia, Norvegia e Svezia. L’esercitazione vedrà, secondo le fonti dei due Paesi, l’addestramento di 12.700 unità (almeno 7.200 soldati bielorussi e 3.500 russi) e 680 mezzi militari. Solo 300 uomini in meno del limite fissato dal Documento di Vienna, raggiunto il quale gli Stati partecipanti all’accordo possono osservare l’esercitazione – mentre l’impiego di 9.000 uomini rende obbligatoria la sola notifica -. Secondo funzionari e analisti occidentali, però, i soldati impiegati sarebbero circa 100.000.

Le peripezie di Lukashenko
È divenuto sempre più difficile per il presidente Lukashenko dirigere le sorti della politica bielorussa, barcamenandosi tra vicini europei e membri della Nato (Polonia, Lettonia e Lituania), la Russia e quell’Ucraina che fino al 2014 si trovava in una situazione simile a quella della Bielorussia, con tendenze europeizzanti, ma pur sempre legata militarmente ed economicamente al vecchio sistema sovietico.

Di certo Lukashenko rifiuta di seguire ciecamente i diktat di Putin. Per sopravvivere come Stato sovrano, la Bielorussia deve continuare a intessere buone relazioni con tutti i suoi vicini. Finalmente Minsk balla con tutti, e non solo con Mosca.