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Esuli e migranti

Usa/Canada: la frontiera calda tra Trump e Trudeau

21 Ago 2017 - Adriano Metz - Adriano Metz

In Canada, c’era chi l’aveva previsto con largo anticipo e s’era portato avanti: Cap Breton, un’isola della Nuova Scozia, aveva offerto asilo politico agli americani che fossero stati “disgustati” dall’eventuale vittoria di Donald Trump, muovendosi addirittura otto mesi prima dell’Election Day.

Cap Breton s’era così fatta una bella pubblicità. Sul sito della sua ‘pro loco’, l’isola, che è un luogo di turismo, citava, fra i suoi pregi, il fatto che le donne sono libere di pianificare la loro maternità, che i musulmani possono muoversi senza restrizioni e che gli unici muri sono quelli delle case (per altro, estremamente a buon mercato). E se qualcuno dovesse pensare che, siccome è Canada, ci farà un freddo becco, eccolo rassicurato: “Le estati sono gradevoli e gli inverni sono come sulla Costa Est degli Stati Uniti”.

Il muro e la porta aperta
L’immigrazione è una delle cartine di tornasole della diversità tra gli Usa di Trump, che è l’uomo del muro, e il Canada di Justin Trudeau, che è l’uomo della porta aperta. Il 28 gennaio, quando Trump tentava per la prima volta d’introdurre il ‘muslim ban’, Trudeau scriveva su Twitter : “A coloro che scappano dalla persecuzione, dal terrore e dalla guerra, sappiate che il Canada vi accoglierà, indipendentemente dalla vostra fede. La diversità è la nostra forza”.

La proposta di riforma dell’immigrazione dell’Amministrazione Trump e il giro di vite contro chi non ha i documenti in ordine fanno molto discutere e destano critiche nel Congresso di Washington, a maggioranza repubblicana. La scelta di puntare sull’immigrazione di qualità, favorendo l’ingresso nell’Unione di persone istruite e con una buona conoscenza dell’inglese, è contestata dal New York Times, secondo cui “il vero rischio che corriamo con i migranti poco istruiti è che non arrivino più”.

Pochi giorni or sono, il premier canadese, 46 anni, figlio d’arte – il padre Pierre fu a lungo premier tra gli Anni 60 e gli 80 – s’è guadagnato la copertina di Rolling Stone, come “stella del Nord” e “migliore speranza” dell’America tutta, perché “il Canada di Trudeau pare un posto meraviglioso” nella “tempesta americana”; e Ottawa pare essere a un ”mondo di distanza da Washington”, anche se le due capitali distano solo mille chilometri.

Poco più di 36 milioni di abitanti, su una superficie di quasi 10 milioni di kmq, che ne fa il secondo Stato al mondo per estensione dietro la Russia e davanti alla Cina e agli Usa, il Canada è grande quanto quasi tutta l’Europa (che ha però 743 milioni di abitanti, oltre 20 volte di più). Vuoto e ricco, il Paese di Trudeau, premier liberal e ‘liberal’, specie per i diritti civili e l’ambiente, si propone come modello alternativo agli Stati Uniti, per il clima e anche per l’immigrazione: accoglienza invece di deportazioni.

Un flusso senza precedenti
Al tempo della guerra del Vietnam, il Canada fu la meta scelta da molti giovani americani che volevano evitare l’arruolamento. E, ora, il fenomeno degli esuli politici si sta in qualche misura ripetendo, seppure su scala minore. Ma, a preoccupare le autorità canadesi, è soprattutto, il numero “senza precedenti” di richieste di asilo di persone che arrivano dagli Usa.

Non si tratta di statunitensi che vogliono ‘evadere’ da Trump – ce ne sono, ma non chiedono asilo e sono relativamente pochi -. Sono immigrati irregolari negli Stati Uniti – per l’80% haitiani -, che temono i controlli in atto da mesi e la stretta della riforma dell’immigrazione annunciata dall’Amministrazione repubblicana.

“Non abbiamo mai visto numeri del genere: i nostri agenti stanno pattugliando 24 ore al giorno”, riferisce il portavoce della Royal Canadian Mounted Police, le Giubbe Rosse, Claude Castongua. Nelle ultime sei settimane, e nel solo Quebec si sono contati quasi 7.000 richiedenti asilo. “Venire in Canada e chiedere asilo non dà la garanzia di una residenza permanente”, precisa un portavoce del Ministero per l’Immigrazione.

E così Trudeau manda l’esercito al confine con gli Usa. Non a fare la guerra agli yankees; e neppure a respingere i migranti: i militari devono, anzi, costruire un campo per organizzare e migliorare l’accoglienza di quanti, in fuga dagli Usa, cercano asilo in Canada.

Di fronte al flusso crescente, le autorità di Ottawa hanno deciso di ricorrere ai militari, per allestire un campo da 500 persone e sopperire alla carenza di strutture d’accoglienza adeguate. I soldati non dovranno occuparsi della sicurezza e rientreranno alle loro basi una volta concluso l’incarico.

Il problema degli haitiani
Il flusso di persone che cercano protezione in Canada, in particolare nella provincia del Quebec, confinante con il Maine – qui si parla francese, come ad Haiti – tocca il ritmo di 250 al giorno, dopo che nei primi sei mesi del 2017 ne erano arrivati 3.300. In gran parte, sono cittadini haitiani da anni residenti negli Usa, ma spaventati dall’intenzione espressa a maggio dall’Amministrazione Trump di chiudere il programma umanitario che garantisce loro uno statuto di protezione temporanea (Tps), esponendone così 58 mila al rischio di rimpatrio.

Il programma è stato protratto per altri sei mesi, per consentire agli haitiani di prepararsi a lasciare gli Usa e a rientrare in patria. Di qui, il flusso verso il Canada, incoraggiato anche da false notizie postate su Facebook, secondo cui Ottawa avrebbe ‘invitato’ gli haitiani, mentre gli accordi esistenti tra Usa e Canada limitano i margini di manovra a favore dei richiedenti asilo. Fra cui ci sono pure siriani e africani.

Le autorità del Quebec hanno risposto allestendo centinaia di posti letto nello stadio di Montreal e aprendo anche le porte di un ex convento e di un ospedale in disuso. E il governo federale ha ora deciso d’inviare i soldati a costruire un campo di prima accoglienza. Infatti, le procedure canadesi, parametrate su un flusso di circa 26mila richiedenti asilo annui, sono andate in crisi e i tempi di gestione delle domande si sono dilatati – pensate! – a due/tre giorni, costringendo centinaia di persone ad attese in aree non attrezzate, a Saint-Bernard-de-Lacolle, valico di frontiera sulla direttrice New York – Montreal.