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Accordo di libero scambio

Ue-Giappone: intesa per rilanciare la governance globale

22 Ago 2017 - Giulio Pugliese - Giulio Pugliese

A conclusione di quattro anni di intensi negoziati, Giappone e Unione europea (Ue) hanno da poco raggiunto un accordo di massima circa la conclusione di un partenariato economico entro la fine dell’anno. Al momento dell’entrata in vigore – prospettata per inizio 2019 –, l’ambizioso accordo di libero scambio coinvolgerà ben il 30% dell’economia mondiale e circa il 40% del commercio estero globale.

I benefici commerciali saranno sostanziali: Bruxelles stima un incremento delle esportazioni annuali verso il Giappone dagli 80 ai 100 miliardi di euro, grazie alla rimozione di dazi doganali sul 97 % dei beni importati dall’Ue, con beni agricoli, alimentari e bevande in testa. Da par suo, Tokyo avrà più facile accesso al mercato automobilistico e dell’elettronica più ricco al mondo e, a parere di chi scrive, vedrà le esportazioni di prodotti enogastronomici tipici crescere di misura, in virtù del boom della cucina nipponica.

Un Abe più forte con Trump
Al di là dei benefici commerciali diretti, quali fattori hanno favorito questa intesa di portata storica? L’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, la Brexit e lo spettro diffuso dell’euroscetticismo hanno costituito elementi di discontinuità con il liberalismo imperante del dopo-Guerra Fredda. Di contro, Bruxelles e Tokyo hanno voluto rimarcare l’inarrestabilità dei processi di globalizzazione e di cooperazione internazionale, come sottolineato dai leader stessi alla vigilia del summit del G20 di Amburgo.Va riconosciuto a Shinzō Abe − uno dei più longevi premier giapponesi del dopoguerra − il merito di aver spinto per una conclusione dei cicli di negoziato inaugurati nel 2013, superando le resistenze poste da gruppi di interesse politicamente influenti, in primis le lobby del settore primario. In egual misura, i mutati equilibri internazionali hanno favorito lo slancio di Abe nel siglare nuovi accordi commerciali, con Stati Uniti e Cina al centro dei calcoli politici e strategici del Giappone.

L’amministrazione Abe ha intrapreso una politica di ingaggio decisa nei confronti di Trump. L’intesa personale tra i due leader ed il consolidamento dell’alleanza nippo-americana in funzione di una maggiore stabilità nell’Asia-Pacifico hanno dissipato i timori di una spaccatura tra Tokyo e Washington sulle questioni di sicurezza. D’altro canto, però, Trump ha perseguito con ossessione il risanamento della bilancia commerciale Usa, costantemente in passivo dal 1975: concretamente, la dottrina dell’America First si è tradotta nella promozione di negoziati bilaterali volti ad estrarre concessioni economiche, talvolta avvalendosi del leverage politico ed economico goduto dagli Stati Uniti nei confronti di Stati alleati e non.

Con il raggiungimento del partenariato economico Ue-Giappone, Tokyo si affaccia al dialogo economico Usa-Giappone – fortemente voluto da Trump – con la mano negoziale rafforzata. Il recente aumento dei dazi giapponesi sulle carni bovine americane attraverso un ‘meccanismo di salvaguardia’ va inquadrato nella stessa logica: gli importatori giapponesi ripiegheranno sulle importazioni dall’Australia, con cui il Giappone ha siglato un accordo di partenariato economico nel 2014. Si dice che Abe abbia letto a fondo L’arte di fare affari di Trump per capire meglio il nuovo inquilino della Casa Bianca, ma i burocrati giapponesi potrebbero scriverne una versione locale.

Tokyo punta sul Tpp, Pechino nell’angolo
I cicli di negoziato per l’accordo bilaterale Ue-Giappone hanno corso in parallelo con quelli per la Trans Pacific Partnership (Tpp), accordo multilaterale di libero scambio tra dodici economie dell’Asia-Pacifico. Eppure, l’amministrazione Abe ha dato precedenza al Tpp, creando dei quartieri generali ad hoc per i negoziati con personale scelto da diversi ministeri e spendendo enormi quantità di capitale politico per la conclusione e la ratifica dell’accordo. Abe stesso ha rimarcato i meriti strategici del Tpp: a livello geopolitico, l’integrazione economica tra Giappone, Stati Uniti ed altri Paesi dell’Asia-Pacifico coinciderebbe con il consolidamento delle partnership strategiche con i diversi attori regionali; a livello di governance internazionale, la creazione di un quadro normativo più stringente in materia di concorrenza sleale, dumping monetario, e protezione della proprietà intellettuale ravviverebbe l’ordine liberale internazionale.

Per inciso, entrambi gli obiettivi mirano a contrastare l’ascesa della Cina, grande assente del Tpp anche in funzione delle notorie pratiche protezionistiche di Pechino – che potremmo definire China First – e del crescente ricorso a leve economiche a uso e consumo di una politica estera assertiva. Nonostante Trump abbia dichiarato il Tpp lettera morta, Abe sta infatti spingendo per un trattato a undici e l’accordo di partenariato Ue-Giappone potrebbe incentivare gli Stati Uniti ad un ripensamento post-Trump.

Europa alleata in nome dell’ordine liberale
La Cina di Xi Jinping ha subito colmato il vuoto lasciato dall’abbandono Usa del Tpp, presentandosi − tra l’altro − come strenua sostenitrice della globalizzazione economica. Al netto della retorica, la Cina rimane un’economia con una forte componente dirigista volta alla difesa e alla creazione di ‘campioni nazionali’.

L’accordo di partenariato Ue-Giappone è avulso da sponde geopolitiche (del resto, un nodo importante nei negoziati per la partnership strategica fra Bruxelles e Tokyo rimane proprio la questione Cina). Allo stesso tempo, però, il Giappone trova le grandi capitali europee più recettive all’idea di preservare un multilateralismo aperto e più sospettose delle pratiche commerciali e di investimento cinesi.

Concretamente, Ue e Giappone collaboreranno maggiormente su temi quali la lotta al riscaldamento globale e la creazione di norme e standard internazionali per industrie le più diverse: dall’automobilistica, passando per la farmaceutica e le telecomunicazioni. La speranza è che questi standard diventino globali, arginando i desideri e le pratiche protezionistiche di Cina e, in misura minore, Stati Uniti.