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Crisi del Golfo

La Mecca: ultimo terreno di scontro tra Arabia Saudita e Qatar

9 Ago 2017 - Viola Siepelunga - Viola Siepelunga

La guerra tra Arabia Saudita e Qatar passa per La Mecca, primo luogo sacro per l’Islam e punto di incontro per l’intera umma (comunità) musulmana. L’haji, ovvero il pellegrinaggio verso la città santa, è infatti uno dei cinque pilastri dell’Islam, un dovere che ogni buon musulmano deve compiere almeno una volta nella vita. O almeno dovrebbe, se questo viaggio rimanesse avulso dalla fitna, ovvero dallo scontro all’interno dell’umma.

Haji 2017: gli ostacoli per Doha
Da quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein – Paesi che formano la cosiddetta “Nato araba” –  hanno troncato ogni rapporto con il Qatar, vi è stata un’impennata di provocazioni che hanno portato Doha – intanto alle prese con l’affare Neymar – ad affrontare una serie di ostacoli alla quale era impreparata. L’ultimo riguarda proprio l’haji, visto che Riad ha impedito ai cittadini qatarioti di mettersi in cammino verso La Mecca.

Dall’inizio di giugno non c’è più una rappresentanza diplomatica saudita in Qatar e Riad non ha offerto alcun tipo di assistenza ai pellegrini qatarioti. Già questo basterebbe per rendere estremamente complesso lo svolgimento di un pellegrinaggio che viste le rigide procedure – in primis quella delle quote di visti di ingresso che Riad ogni anno concede ai cittadini degli altri Stati musulmani –  non può fare a meno della collaborazione tra il ministero dell’haji saudita e quello degli affari religiosi dei singoli Paesi.

In aggiunta, le agenzie saudite che si occupano di organizzare i flussi di pellegrini diretti alla Mecca hanno ricevuto perentorio ordine di non collaborare con quelle qatariote che svolgono lo stesso compito.  Peraltro, l’accesso per i cittadini del Qatar è limitato a due aeroporti sauditi e solo se si parte dallo scalo di Doha, senza salire a bordo della Qatar Airways, la compagnia di bandiera diventata uno dei principali bersagli delle sanzioni economiche varate dalla “Nato araba”.

Infine, i pochi qatarioti che hanno già in mano il visto per andare alla Mecca sono diventati bersaglio dei mezzi di informazione leali alla casa regnate saudita, che li descrivono come una minaccia alla sicurezza della città santa. Questa campagna mediatica è così forte che i centri per i diritti umani del Golfo temono che possa innescare aggressioni ai danni dei qatarioti.

Internazionalizzare la città santa
Secondo il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubair, la vera responsabile di quanto sta accadendo è la famiglia Al-Thani, al potere a Doha, colpevole di aver politicizzato l’haji, avanzando la richiesta di internazionalizzare la città santa, così da sottrarre La Mecca alla sovranità saudita.  Anche se per ora è più corretto parlare di una presunta proposta – visto che non se ne trova traccia né nella Qatar National Agency, né negli altri canali ufficiali di Doha – gli Al-Thani sembrano determinati a voler portare la questione davanti alle Nazioni Unite.

Per i sauditi, si tratta di una inaccettabile provocazione; anzi, nelle parole del ministro degli Esteri, è un “vero atto di guerra”. Nei fatti, la proposta – o presunta tale – ha scoperchiato un vaso di Pandora stracolmo già da tempo. Perché se Doha ora accusa Riad di sbattere le porte in faccia ai cittadini che vogliono incamminarsi verso la città santa, la proposta di internazionalizzare La Mecca non è nulla di nuovo. Già l’Iran l’aveva avanzata nel 2016, dopo il tragico incidente avvenuto l’anno precedente a Mina – una delle tappe previste nell’haji –, quando nella calca morirono oltre duemila pellegrini, circa 500 dei quali iraniani.

Accusando i sauditi di non essere in grado né di garantire un sicuro svolgimento del pellegrinaggio, né di portare avanti inchieste che facciano luce sugli incidenti avvenuti, l’Iran boicottò l’haji, impedendo ai suoi cittadini di incamminarsi verso La Mecca, come aveva già fatto per motivi simili fra l’87 e il ’90. L’ayatollah Khamenei e, in toni meno incendiari, il presidente Hassan Rouhani, avevano chiesto di affidare la gestione dei luoghi sacri dell’Islam alle mani di un organo super partes, magari a quelle dell’Organizzazione della cooperazione islamica, che da tempo ha preso le distanze da Riad.

Coinvolgendo prima l’Iran e poi il Qatar, la guerra sulla Mecca è solo l’ultima battaglia dello scontro geopolitico tra sunniti e sciiti, che negli ultimi tempi è sfociato anche nella guerra fredda intra-sunnita.

Restyling di lusso
Geopolitica a parte, in ballo però ci sono anche interessi economici visto che negli ultimi anni attorno all’haji è nata una vera e propria industria del turismo religioso. Un mercato di lusso che portato a un restyling della Mecca. Negli anni, lo skyline della città santa è diventato sempre più simile a quello di New York.

Addio spirito di sacrificio alla base del pellegrinaggio: oggi i devoti di Allah posso soggiornare in alberghi con spa e centro massaggi che arrivano a costare 10mila euro a notte. Introiti che fanno gola a tutti, anche a una petro-monarchia – quale quella saudita – che da anni deve fare i conti con il deprezzamento del greggio.

Tra fitna, crisi regionali, globalizzazione e mercato turistico, di anno in anno l’haji sembra cambiare pelle. Da sempre un’importante occasione di incontro tra musulmani del mondo intero in quanto segno dell’unità di una comunità dispersa a diverse latitudini, con l’avvento della globalizzazione e l’acuirsi dello scontro tra sciiti e sunniti l’haji è diventato specchio delle divisioni che attraversano la regione. Quelle tra le capitali dei Paesi, e quelle – sociali – interne a ogni popolazione.

Il luogo più sacro all’Islam rischia al contempo di diventare un terreno di battaglie geopolitiche e un opulento ghetto riservato a pochi privilegiati.