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Processo di Berlino

Balcani nell’Ue: il grande paradosso britannico

5 Ago 2017 - Francesca Voce - Francesca Voce

Nonostante la decisione di abbandonare l’Unione europea e l’avvio dei negoziati per completare il processo entro la scadenza del 2019, il Regno Unito sembra sempre riluttante a dire addio a Bruxelles. Infatti, malgrado la rinuncia alla presidenza del Consiglio europeo seguita all’esito del referendum del 23 giugno 2016, Londra ha ora accettato di portare avanti il Processo di Berlino, iniziato nel 2014 in occasione della Conferenza sui Balcani Occidentali. La decisione appare quantomeno discutibile, considerata la scelta fatta dalla Gran Bretagna con la Brexit. Molti dubitano dell’efficacia e della legittimità di un processo di allargamento dell’Ue verso Est portato avanti da uno Stato divenuto ormai un simbolo del possibile fallimento del processo d’integrazione europea.

Brexit: a che punto siamo
In seguito all’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona a marzo, il Regno Unito ha avviato la procedura ed i negoziati per uscire dall’Unione europea. Sul ring delle trattative si fronteggiano l’europeista francese Michel Barnier ed il ministro britannico pro-Brexit David Davis. Nella prima fase delle trattative era stato raggiunto un accordo rispetto alle priorità del negoziato – diritti dei cittadini europei, liquidazione finanziaria, confini (specialmente per quanto riguarda l’Irlanda del Nord) e altri problemi derivanti dalla separazione – e alle tempistiche – stabilite subito quattro sessioni di incontro, una al mese della durata di una settimana fino ad ottobre 2017 -.

Il secondo round di negoziati, al contrario, ha lasciato l’amaro in bocca all’Unione europea, che rimprovera velatamente a Londra la mancanza di dettagli. Se Theresa May e Boris Johnson- rispettivamente primo ministro e ministro degli Esteri di Sua Maestà la regina Elisabetta- non sono turbati dalla prospettiva di un mancato accordo, Philip Hammond – cancelliere dello Scacchiere britannico- considera la mancanza di un’intesa uno scenario pericoloso. A supporto di quest’ultima tesi, un gruppo di studiosi britannici indipendenti ha recentemente pubblicato un rapporto intitolato “Cost of no deal” che esamina le possibili conseguenze di un mancato accordo: il responso è tutt’altro che positivo.

In questa situazione di incertezza, Bruxelles domanda a Londra stabilità e sicurezza, che, soprattutto in seguito al cattivo risultato elettorale ottenuto dalla May, appaiono difficilmente ottenibili. Al Regno Unito dovrebbe interessare condurre in maniera proficua i negoziati d’uscita dall’Unione, soprattutto in vista dell’apertura delle trattative sulle future relazioni vincolate, da parte europea, al raggiungimento di progressi sufficienti e concreti.

Prendere o lasciare: l’isola che dondola tra due presidenze
Tra gli assi nelle maniche del Regno Unito per ottenere un risultato positivo dai negoziati sulla Brexit, c’è sicuramente la presidenza 2018 del Processo di Berlino sui Balcani. L’anno prossimo le trattative dovrebbero avere raggiunto una certa maturità e dovrebbero essere prossime ad una conclusione. Ci sono due correnti di pensiero in merito alla decisione di Londra di accettare l’incarico ‘balcanico’: da un lato c’è chi sostiene l’assurdità di affidare a uno Stato che sta “divorziando” dall’Unione il compito di continuare il processo di integrazione di un’area strategica come i Balcani; dall’altro c’è chi riconosce il ruolo che il Regno Unito ha da sempre giocato in quella zona e la sua possibilità di fungere da attore e mediatore indipendente.

Il Processo di Berlino sui Balcani, cominciato nel 2014 grazie ad un’iniziativa della cancelliera tedesca Angela Merkel, in risposta alle forze antieuropeiste e all’annuncio del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker di volere bloccare l’espansione europea per cinque anni, ha come obiettivi il consolidamento e il mantenimento del processo di integrazione europea, la rivitalizzazione dei legami multilaterali tra i Balcani occidentali ed alcuni stati membri dell’Unione ed il miglioramento della cooperazione regionale nell’area rispetto ai problemi infrastrutturali esistenti e alla situazione economica.

Il Regno Unito ha annunciato che la sua presidenza sarà focalizzata soprattutto sullo sviluppo di una rete di connessioni e legami economici e sull’implementazione della sicurezza nella zona. Quest’ultimo aspetto fa discutere, tenuto conto che alla luce della Brexit e dopo le elezioni tedesche del 24 settembre, Bruxelles intende rilanciare la cooperazione tra i 27 in ambito di sicurezza comune. Sembra quindi nuovamente che Londra voglia un divorzio teorico e settoriale, ma che in pratica – e forse fortunatamente per l’Unione europea- non sia disposta a rinunciare a tutti gli affari comuni, come sostenuto da alcuni responsabili britannici secondo i quali Regno Unito sta lasciando l’Unione europea, non l’Europa.

In linea con questa condotta, in seguito al risultato referendario dello scorso anno, il Regno Unito ha rinunciato al suo turno di presidenza del Consiglio europeo, cedendo il posto all’ Estonia che ha visto dunque variare i piani di fare coincidere la sua prima presidenza in seno all’istituzione europea – prevista per la prima metà del 2018 – con l’anniversario dei cent’anni dalla nascita del Paese. Il Regno Unito ha deciso di farsi da parte, ma anche questa volta non completamente: Londra infatti ha offerto a Tallinn di fornire alcuni esperti, perseguendo quella che è stata chiamata “soft diplomacy of leaving”. L’Estonia ha accettato l’expertise britannica, accogliendo dieci esperti in ambiti che vanno dagli affari interni al terrorismo e alla protezione dei dati. Nonostante la paura sia quella che il Regno Unito stia tentando con questa strategia di interferire e influenzare i negoziati di uscita, l’Estonia è stata molto chiare nella delimitazione delle sfere di competenza e influenza.

Restiamo quindi in attesa delle prossime mosse della Gran Bretagna, preparati ad ulteriori possibili contraddizioni, ma confidando che, durante le futura presidenza del Processo di Berlino, il passo avanti nell’espansione ed integrazione europea, auspicato dal ministro degli Esteri Angelino Alfano nel simbolico passaggio di testimone a Johnson durante il Vertice di Trieste, si concretizzi e sia un segnale positivo per l’Unione.