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Sei mesi alla Casa Bianca

Trump sfida le scelte ambientali globali

13 Lug 2017 - Francesco Celentano - Francesco Celentano

Il 1° giugno 2017 resterà, senza dubbio, una data importante nella storia ambientale del Pianeta. Quel giorno, infatti, uno dei Paesi più inquinanti, gli Stati Uniti, ha ufficializzato la propria volontà di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima entrato in vigore il 5 novembre 2016. Se da una parte è bene ricordare che il recesso, a norma dell’articolo 28 della Convenzione, potrà essere ufficializzato non prima di tre anni dalla data di entrata in vigore e che avrà effetto solo un anno dopo il deposito della comunicazione, dall’altra è evidente che l’Amministrazione statunitense ha deciso di dissociarsi, de facto già da ora, dalla green policy che unisce, ormai, tutti i Paesi del Mondo eccezion fatta per Siria e Nicaragua.

In un sistema di pesi e contrappesi com’è quello della comunità internazionale, però, le reazioni ad una tale scelta non sono mancate. Infatti, mentre l’Unione europea e la Cina con un comunicato congiunto, proprio il 1° giugno, parlavano di ‘joining forces to forge ahead on the implementation of the Paris agreement and accelerate the global transition to clean energy’, le Nazioni Unite, definendo la decisione di Washington ‘a major disappointment’, continuano nella propria opera di contrasto al degrado ambientale.

Cambiamento climatico: minaccia per la sicurezza internazionale.
Se il presidente statunitense, che il 20 luglio compirà sei mesi alla Casa Bianca, parla di necessità di tutelare gli interessi economici del Paese e – come più volte ribadito nel corso della campagna elettorale – di contrastare un falso mito come il climate change, in Europa il neo-presidente francese Emmanuel Macron, con lo slogan ‘make our planet great again’ – che richiama proprio la campagna di Trump – ribadisce l’impegno del Vecchio Continente nella battaglia per l’ambiente.

Intanto, a maggio, l’Onu con la Global Platform for Disasters Risk Reductionricordava che solo nel 2016 quasi mezzo milione di persone sono morte a causa di disastri naturali connessi alle conseguenze, sempre più evidenti, del cambiamento climatico. Il tutto mentre il fenomeno, costante oggetto dell’agenda internazionale, è divenuto, negli ultimi decenni, motivo di crescente preoccupazione. Tanto che nel 2007 prima, e nel 2015 poi, anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è dovuto interrogare sulla potenziale minaccia alla pace e alla sicurezza che esso costituisce.

Se l’aggiunta del presidente statunitense all’esigua lista dei cosiddetti negazionisti desta non poche preoccupazioni, le dichiarazioni di sindaci e governatori Usa, assieme a quelle dei governanti di tutto il mondo, lasciano invece presagire un aumento degli sforzi capace, nonostante ciò appaia quasi una missione impossibile, di compensare il venire meno del contributo statunitense.

E pensare che, nel corso di un incontro sul tema nel giugno 2015, l’allora ambasciatrice Usa all’Onu, Susan Rice, parlava di ‘dozens of countries whose very existence is threatened’, mentre oggi proprio il suo Paese reputa un mito il cambiamento climatico. Ciò induce a una riflessione che trova nell’azione delle Nazioni Unite e dell’Unione europea un decisivo elemento di stabilità.

La risposta internazionale a una minaccia globale
E’ quindi fondamentale non sottovalutare gli sforzi che il resto del mondo continua a compiere in materia di protezione ambientale. Infatti, mentre l’Unione europea, all’avanguardia nel settore, ha avviato già dal 2000 l’European Climate Change Programme l’Onu, principale attore nel campo dell’informazione, prevenzione e risposta ai disastri naturali che dipendono dal clima, si dà da fare ogni giorno di più.

Da ultimo, l’Organizzazione ha indetto l’Ocean Conference dal 5 al 9 giugno, per discutere di protezione dell’ambiente marino e delle conseguenze del cambiamento climatico su questa vasta area del pianeta – oggetto tra l’altro del 14° dei 17 ambiziosi Sustainable Development Goals adottati nel 2015 dall’Assemblea generale per stimolare e rafforzare il dibattito in materia di sostenibilità ambientale e lotta alla povertà-.

A tal proposito giova ricordare, infine, che al di là della portata economica del fenomeno (stimata dalla Banca mondiale in 520 miliardi di dollari di danni annui), il climate change è una delle principali cause dell’innalzamento del livello del mare che minaccia numerosi Paesi, anzitutto i cosiddetti Small Island Developing States. Qui, l’acidificazione delle acque provoca danni ingenti alla pesca, che va così ad aggiungersi alla lista delle attività economiche, tra cui l’agricoltura, minacciate dal cambiamento climatico.

Appare chiaro, quindi, che se da una parte Trump pone l’ambiente in secondo piano rispetto ad una visione evidentemente arcaica dell’economia, il resto del Pianeta prosegue la propria marcia ambientalista, consapevole che – come ricordato nel 2013 dall’allora segretario generale Onu Ban Ki-moon – ‘the increase of extreme weather events and mega-disasters is one of the great challenges of our present age’.