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Eletto al ballottaggio

Mongolia: un Trump locale è il nuovo presidente

14 Lug 2017 - Nello del Gatto - Nello del Gatto

Il ‘Trump di Mongolia’ ha vinto le elezioni presidenziali nel Paese di Gengis Khan. Khaltmaa Battulga, self made man, imprenditore, ex campione di arti marziali e appassionato sfegatato de Il Padrino, è divenuto il primo presidente mongolo a vincere le elezioni al ballottaggio. Una circostanza che, unita alle oltre 100.000 schede elettorali bianche, fa capire come il popolo mongolo in verità non fosse così contento né della sua candidatura né di quella del suo oppositore, l’attuale speaker della Camera Mieygombo Enkhbold.

Battulga ha vinto con meno del 51% dei consensi, in tempo per fare il suo discorso al Naadam, la tradizionale festa mongola vecchia di oltre tremila anni. Pee il Naadam, la commissione elettorale aveva anche deciso di anticipare la data del ballottaggio, dopo le consultazioni del 26 giugno. Del resto, nessuno si aspettava che il presidente non venisse eletto al primo turno, come sempre successo dal 1993, da quando cioè la Mongolia ha cominciato a scegliere con il voto popolare il proprio presidente che, pur essendo questa una repubblica parlamentare, non fa da semplice notaio istituzionale, ma si è spesso messo di traverso alle decisioni del Parlamento.

Un personaggio ‘fai-da-te’ con il mito de Il Padrino
Il neo presidente Khaltmaa Battulga è uno che definire un personaggio può essere riduttivo. Nasce da una modesta famiglia e vive in una gheer, la tenda dei pastori nomadi mongoli che i russi chiamano yurta, dopo che casa sua viene distrutta dall’esondazione di un fiume. Fa i primi soldi vendendo i quadri che dipinge ai turisti. Cuce jeans e li vende e con quei soldi compra radio e oggetti elettronici dalla Corea e li vende ai russi.

Fonda così la sua società di produzione e trasformazione di cibo, soprattutto carne, che in onore della sua passione per il libro di Mario Puzo e per il film di Francis Ford Coppola, chiama Genco, come la prima società di don Vito Corleone, dal nome del suo amico e primo consigliere.

Anche grazie a investimenti immobiliari, diviene uno degli uomini più ricchi di Mongolia e decide di costruire un parco a tema in onore del mongolo più famoso, il temibile Gengis Khan, in onore del quale c’è per ora – nell’area destinata al parco, a 50 km da Ulaanbaatar (il luogo si chiama Tsojin Boldog) – solo una immensa statua alta 30 metri (la statua equestre più alta al mondo).

Mongolia First, dopo anni difficili
Con lo slogan Mongolia First, il Trump mongolo promette di risollevare la disastrosa situazione economica del Paese, che non è stato in grado di profittare delle ricchezze che il suo vasto sottosuolo (la Mongolia è il 19° Paese più grande al mondo, sei volte l’Italia, con una popolazione di appena 3 milioni di abitanti) le concede.

Nel 2011 il Paese registrava una crescita del Pil del 17%, l’anno scorso è stata dell’1%. Ulaanbaatar sembra un cantiere, con enormi palazzoni nuovi, ma vuoti. I soldi arrivati dalle concessioni delle miniere, soprattutto quella di Oyi Tolgoy, pare siano finiti nelle tasche di pochi, tant’è vero che il governo ha dovuto chiedere nuovi prestiti e nuovi aiuti.

È arrivato in soccorso il Fondo Monetario Internazionale che a maggio ha offerto altri 5,5 miliardi di dollari, che daranno sicuramente un po’ di respiro, ma che contribuiranno anche ad indebitarsi ulteriormente. Il Paese ha già altri creditori, Cina e Russia in primo luogo – Pechino è il primo partner commerciale mongolo -.

Ma Pechino vorrebbe di più, soprattutto una influenza politica in un Paese strategico. Ulaanbaatar, invece, non giela vuole concedere. Battulga è pronto a discutere di nazionalizzazione e di nuovi accordi con la Cina, soprattutto nell’ottica delle nuove vie commerciali disegnate da Pechino, ma vuole conservare la sua indipendenza.

Le mire di Pechino e un presente difficile
Al momento il Paese ha l’80% della popolazione sotto i 54 anni, l’8,6% di disoccupazione e il 21% di cittadini sotto la soglia di povertà; e ha un debito pubblico pari al 60% del Pil. Non avendo tecnologie, soprattutto nel campo delle trasformazioni alimentari (si pensi all’assenza della catena del freddo, un ossimoro per un Paese che tocca i – 60 gradi) e poggiando solo sulle concessioni per lo sfruttamento delle enormi miniere ricche di qualsiasi minerale, nobile e meno, la situazione nel breve termine della Mongolia sembra difficile.

Neanche il Trump mongolo pare avere, almeno stando ai risultati elettorali, la ricetta giusta. Il crollo delle materie prime minerarie come il rame per una economia basata su una unica fonte di reddito non è sostenibile. Battulga dovrebbe imparare proprio dal suo idolo Vito Corleone: diversificare (ma in operazioni legali) per dare un futuro a questo Paese il cui passato, al quale è fortemente legato, racconta di conquiste e successi.