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America Latina

Brasile: incertezza sull’onda dello scandalo

13 Lug 2017 - Ilaria Masiero - Ilaria Masiero

Qualche settimana fa, a seguito dell’ennesimo colpo di scena nel maxi-scandalo politico che sta flagellando il Brasile, il profilo Twitter della serie americana House of Cards – pluripremiato thriller politico ambientato nei corridoi della Casa Bianca – ha cinguettato in portoghese: “È difficile stare al passo”.

In effetti, la realtà brasiliana ha ormai da tempo superato qualsiasi immaginazione, e il futuro è più incerto che mai.

Lava Jato: uno tsunami nelle stanze del potere
Anni e anni di pratiche illecite a danno dei cittadini stanno venendo dissotterrati dall’inchiesta Lava Jato. Originariamente avviata nel marzo 2014 per investigare su una rete malavitosa di dimensioni moderate, l’inchiesta ha via via messo insieme i tasselli di uno schema criminale gigantesco, che coinvolge fino ai vertici dell’economia e della politica brasiliane.
La scalata delle “delazioni premiate” (accordi con collaboratori di giustizia) è arrivata fino all’attuale presidente del Brasile, Michel Temer, citato in varie deposizioni e chiaramente udibile in una intercettazione a dir poco sospetta rimbombata in tutti i media del Paese.

E così, mentre il Brasile ha un disperato bisogno di riforme economiche e stabilità politica, la più alta carica dello Stato è di nuovo sotto scacco – a meno di un anno dall’ impeachment dell’allora presidente Dilma Rousseff (che fu sostituita in corsa proprio dal suo vice, oggi nella spirale dello scandalo).

Temer o non Temer?
Temer dovrà mostrare eccezionali doti di equilibrista per mantenersi in sella.

Il presidente si è certamente tolto un peso dallo stomaco in giugno, con la sofferta assoluzione dall’accusa di abuso di potere politico e economico durante la campagna elettorale del 2014, quando era candidato alla vicepresidenza.
Anche così, restano tre modi in cui Temer potrebbe fare le valigie prematuramente.

C’è l’ipotesi (improbabile) di una rinuncia. All’indomani dello scandalo intercettazione, il presidente aveva già escluso questa possibilità che, in effetti, sarebbe sembrata un’ammissione di colpevolezza. Nonostante ciò, Temer potrebbe essere messo all’angolo dalla coalizione che lo sostiene in Parlamento, e quindi praticamente costretto a lasciare il posto. Ciò non è per ora avvenuto; ma mai dire mai.

Il capo dello Stato potrebbe altresì perdere la poltrona a seguito di un procedimento di impeachment, che prevede la messa in stato di accusa del presidente (o di altre alte cariche dello stato) quando sospettato di aver commesso “crimini di responsabilità”, cioè atti contrari alla Costituzione compiuti nell’esercizio del potere politico.
Nelle ultime settimane, più di venti richieste di impeachment sono fioccate all’indirizzo del presidente della Camera Rodrigo Maia, responsabile per l’apertura del procedimento. Finora Maia ha fatto orecchie da mercante, ma il Supremo Tribunale Federale è già intervenuto per chiedere spiegazioni.

Infine, Temer potrebbe essere messo alla porta da un processo giudiziario per crimini comuni. A giugno, infatti, indagini di polizia e prove presentate dai collaboratori di giustizia hanno convinto il procuratore generale, Rodrigo Janot, a rinviarlo a giudizio per corruzione il presidente
Questo è solo il primo passo di un iter lungo e articolato, che culminerebbe con il giudizio da parte del Supremo Tribunale Federale.

Intanto, nelle prossime settimane, la Camera dovrà votare a maggioranza qualificata dei due terzi se ammettere l’apertura del processo. Ad oggi, il relatore in commissione Giustizia e affari costituzionali ha dato parere favorevole, mentre la metà dei deputati non dichiara ancora la propria intenzione di voto. Difficile dunque che Temer dorma sonni tranquilli.
Tra l’altro, il procuratore generale sta valutando se denunciare il presidente per altri due reati (ostruzione della giustizia e associazione illecita), ma forse non riuscirà a venirne a capo prima della scadenza del suo mandato, a settembre.

Il futuro che ci aspetta fino al 2019, e oltre
Che Temer lasci o meno il palazzo presidenziale prematuramente, le prospettive non sono incoraggianti, almeno fino alla fine del mandato, prevista nel dicembre 2018.

Ipotizziamo che il presidente riesca a dribblare gli ostacoli di cui sopra. Se è vero che Temer aveva, prima dello scandalo, restituito un po’ di fiducia ai mercati, avviando una serie di riforme su temi vitali per il Brasile (come lavoro e previdenza), è tuttavia probabile che la sua capacità di rinnovamento sarebbe seriamente compromessa in caso avesse una lista troppo lunga di favori da restituire.

Se invece per impeachment, processo giudiziario o rinuncia, Temer dovesse seguire le orme della Rousseff e lasciare l’incarico, la legge prevede che il presidente della Camera, Maia, lo sostituisca ad interim fino alla convocazione di elezioni indirette in cui il Parlamento eleggerebbe un nuovo presidente per completare il mandato.
Si vocifera che, dopo l’interim, le indirette confermerebbero il presidente della Camera. Difficile che questo riduca l’incertezza o il malcontento: Maia, del Partito democratico (di centro, lo stesso di Temer), è anch’egli citato in varie delazioni, sospettato di corruzione e riciclaggio, e oggetto di due indagini giudiziarie.

Secondo gli ultimi sondaggi di Datafolha, l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva – il popolare Lula, carismatica figura del Partito dei lavoratori e padrino politico della Rousseff -, sarebbe il favorito nelle elezioni del 2018. Tuttavia, l’ex leader è stato appena condannato in primo grado a 9 anni e mezzo per corruzione, e interdetto dai pubblici uffici per 19 anni. I legali hanno annunciato ricorso, ma Lula è imputato in altri quattro procedimenti penali nell’ambito della stessa inchiesta Lava Jato e non è chiaro se riuscirà a candidarsi.

In generale, nel presentare i loro nomi, le forze politiche dovranno “accontentarsi” di chi è riuscito, almeno fino ad allora, a restare in piedi durante lo tsunami giudiziario. Non ci sarà l’imbarazzo della scelta.