IAI
Ong sotto inchiesta

Migranti: Croce Rossa, “Speculazione barbara”

30 Giu 2017 - Isabella Ciotti - Isabella Ciotti

“Senza entrare nel merito della presunta violazione delle acque territoriali libiche – sfido chiunque veda al confine qualcuno in pericolo a non intervenire -, posso solo dire che sul caso delle Ong la nostra politica ha davvero toccato il fondo. Con l’obiettivo, io credo, di provare ancora una volta a bloccare gli arrivi, e con il risultato di danneggiare l’intera categoria”.

Francesco Rocca, presidente nazionale della Croce Rossa, commenta così ad AffarInternazionali.it le accuse, rivolte alle organizzazioni non governative che prestano soccorso ai migranti nel Mediterraneo, di collaborare con scafisti e trafficanti, incoraggiando le partenze verso l’Italia.

Dai fascicoli delle procure e dai rapporti di Frontex (l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera), i sospetti – oggetto d’indagini giudiziarie e parlamentari – sono divenuti notizia attraverso gli organi d’informazione e le frettolose deduzioni di alcuni politici. “Una speculazione che ha della barbarie”, per la Croce Rossa italiana, che opera con i suoi volontari sulle navi del Moas, prima Ong della società civile ad avere solcato il Mediterraneo nel 2014, e che dai suoi operatori non ha finora mai ricevuto alcuna segnalazione del genere.

“Mentre trovo legittima l’azione della magistratura – continua Rocca -, ciò che mi ha davvero impressionato è la caccia all’uomo che si è scatenata, senza voler attendere i risultati di un’indagine così complessa. Si è colpito alla cieca, facendo del male alla credibilità di chi opera con il giusto spirito di solidarietà e di attenzione alla vita e alla dignità degli esseri umani”. È vero che la criminalità può annidarsi ovunque, ma “la nostra società ha l’abitudine di far discendere da ogni cosa dei teoremi, per cui ora sembra che chiunque operi nel Mediterraneo o nel sistema dell’accoglienza faccia business”.

Tracciare una linea tra bene e male è possibile
Sulla possibilità di distinguere tra Ong “buone e cattive”, tra chi si occupa esclusivamente di prestare soccorso e chi invece intreccia queste attività con quelle delle organizzazioni criminali, interviene il direttore generale del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Yves Daccord. “Le leggi internazionali stabiliscono cosa è legale e cosa non lo è, e le autorità hanno gli strumenti per individuare eventuali infrazioni”. Ma prima di questo, per il direttore generale, è fondamentale distinguere tra Ong competenti e organizzazioni improvvisate, quelle “naives, amatoriali” come le definisce, per natura più esposte al contatto con gli scafisti.

“Non farò nomi, ma le organizzazioni poco responsabili esistono. Vedo operatori che inseguono il denaro, che si attivano solo dove sanno di essere pagati, senza interrogarsi troppo su quello che fanno. Ma se ricevi finanziamenti da qualcuno devi sapere di chi si tratta e perché ti finanzia. Qui si tratta di intervenire in situazioni di disagio e di conflitto: il Mediterraneo non è un parcheggio o un asilo”.

In generale, per Daccord, chi sceglie di operare nel settore deve sempre avere chiaro l’obiettivo, oltre a sapere lavorare in modo continuativo e conoscere i meccanismi della cooperazione. “Compiere gesti umanitari senza avere una preparazione adeguata è più pericoloso che non fare nulla”.

Dal punto di vista umanitario, lo scenario libico è poi tra i più complessi in cui operare e tra quelli in cui è più difficile individuare cosa non funziona: “Perché il Paese non ha un governo in grado di monitorare la situazione, perché il crimine è diffuso e molto ben organizzato. E perché c’è una grande affluenza di denaro, anche dall’Europa”.

Capire le migrazioni. I Paesi da tenere d’occhio
La crisi libica non è in via di soluzione, avvertono entrambi i rappresentanti della Croce Rossa. “Non a caso – spiega Francesco Rocca – cominciamo a vedere i primi richiedenti protezione da questo Paese”. Ma preoccupa anche la situazione in Afghanistan, che appare persino peggiorata rispetto a dieci anni fa, e nelle nazioni africane intorno al lago Ciad e nel Sahel. “Quanti di noi – continua – sanno quanto accade in Eritrea, uno dei Paesi che produce il maggior numero di richiedenti protezione, o in Somalia, un territorio a cui la comunità internazionale – forse per assenza di petrolio? – non rivolge la sua attenzione?”.

È “l’assenza di speranza”, spiega ancora il presidente della Cri italiana, a generare migrazione. Come in Siria, dove la maggioranza della popolazione – a fronte di un conflitto iniziato nel 2011 – ha atteso fino all’ultimo per scappare. Nel 2015 la Croce Rossa e l’Unhcr avevano avvertito, da osservatori privilegiati dei conflitti quali sono, della portata del flusso migratorio in arrivo. “È nella prevenzione, nella capacità di risposta interna ed esterna, cioè nella stabilizzazione dei Paesi di provenienza, che la comunità internazionale e l’Unione europea hanno fallito”.

Città che muoiono. Il report della Croce rossa
Francesco Rocca e Yves Daccord erano insieme in Italia per la presentazione del dossier, a cura del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sulle vittime delle “guerre di città”, cioè combattute nei grandi centri urbani – non più nei territori periferici – dei Paesi interessati da conflitti.

Il documento fornisce ragioni per allarmarsi: negli ultimi tre anni, secondo il rapporto, il 70% dei civili morti in Iraq e Siria hanno perso la vita nella loro città, e ci sono 50 milioni di cittadini nel mondo che in questo momento vivono ogni giorno l’esperienza della guerra urbana.

Mosul, Aleppo, ma anche Taez in Yemen: sono le città i luoghi in cui le guerre hanno il loro culmine, con cecchini sui tetti degli edifici, kamikaze per le strade, bombe che piovono su scuole o ospedali. “Qui non si tratterà, un giorno, di ricostruire solo case e infrastrutture – fa notare Yves Daccord -, ma di riconnettere il loro tessuto sociale, che specialmente in Medio Oriente non esiste più. Non basterà una generazione”.