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Caso Regeni

Italia-Egitto: tempo di mandare l’ambasciatore

12 Giu 2017 - Ugo Tramballi - Ugo Tramballi

È dall’aprile 2016 – più di un anno – che l’Italia non ha un ambasciatore al Cairo: da quando i giudici egiziani incaricati di seguire le indagini e risolvere il caso della morte di Giulio Regeni erano venuti a Roma. Noi pensavamo portassero almeno qualche scampolo di verità; loro di venire solo a fare una breve ma ostentata vacanza romana.

L’ambasciatore Maurizio Massari fu richiamato in patria e poco più tardi mandato a Bruxelles, alla rappresentanza permanente presso l’Ue. Qualche tempo dopo, la Farnesina nominò il suo sostituto: Giampaolo Cantini. Che non è mai partito per il Cairo.

A Garden City, il quartiere sul Nilo dove sorge la nostra ambasciata – un luogo impossibile da proteggere -, il personale svolge da 14 mesi il minimo necessario: niente missioni governative o imprenditoriali da organizzare o sostenere, scarsi contatti con le autorità egiziane e forzatamente non di alto livello.

Al fianco di Roma nessuno, o quasi 
Pressioni e mobilitazioni non sono servite per avere dal governo egiziano una modica quantità di giustizia: una giustizia plausibile, formale, che individui i nomi di qualche responsabile da arrestare. Sapendo bene che dopo qualche tempo sarebbe silenziosamente scarcerato.

Niente. Nemmeno la mediazione di Papa Francesco in visita dal presidente Abdel Fattah al Sisi ha prodotto qualche risultato. Neanche la diplomazia parallela di Eni, che due anni fa aveva scoperto il giacimento di Zhor: 850 miliardi di metri cubi di gas.

Al contrario, il presidente egiziano è stato fra i primi a essere ricevuto alla Casa Bianca. Nel successivo incontro a Riad con tutti i capi di Stato e di governo sunniti, Donald Trump ha pubblicamente elogiato il collega egiziano. Occorre molta fantasia per pensare che ci sia in Europa, in Occidente e nel resto del mondo qualcuno che ci spalleggi nella richiesta di verità per l’arresto, il lento massacro e la morte di Giulio Regeni. Al contrario, con la scusa del terrorismo – una minaccia reale -, al Sisi ha intensificato la repressione, lo stato di polizia, gli arresti, le torture, la sparizione di centinaia di giovani che non avevano nulla a che vedere con l’Isis.

Come spiega riguardo all’Egitto “Civil Society Under Assault”, un report del Carnegie appena pubblicato e dedicato alle repressioni in tre Paesi (gli altri due sono Russia ed Etiopia), il regime di al Sisi “hasused sweeping antiterrorism and antiprotest measures to institutionalize previously extra judicial practices. Egyptians authorities have targeted human rights groups. In parallel the regime has escalated the use of enforced disappearances and detection of activists, dissident and suspected Brotherhood supporters”.

Verità per Giulio e boicottaggio
E dunque? I genitori di Giulio e il vasto movimento di opinione che li sostiene sono comprensibilmente determinati: niente ambasciatore al Cairo senza verità.

Un diplomatico europeo che conosce bene l’Egitto è convinto che “la fine del boicottaggio italiano sarebbe la fine di ogni speranza di conoscere la verità: il regime prenderebbe il ritorno del vostro ambasciatore come la rinuncia ufficiale a proseguire il caso”. Il problema è che per il governo del Cairo il caso è già chiuso: non c’è un solo elemento che faccia sperare il contrario.

Intanto ci sono gli italiani che vivono in Egitto. Ci sono decine di studenti e di giovani ricercatori come Giulio che lavorano nelle università. C’è un interscambio commerciale da 5 miliardi di euro che ora langue. Ci sono decine di aziende che hanno investito e aperto imprese in tempi non sospetti, che danno lavoro a 40mila egiziani e garantiscono un fatturato di altri 5 miliardi di euro: Eni, Edison, Pirelli, Alex Bank.

“Nei nostri confronti non c’è ostilità. Peggio: quasi indifferenza”, mi diceva qualche tempo fa Marcello Sala, presidente del Business Council italo-egiziano ed ex Alex Bank. “Avete deciso di non venire?, ci dicono. No problem: ci sono i francesi e i tedeschi, i cinesi e i russi. Il paradosso è che noi siamo in guerra con l’Egitto. Ma l’Egitto non lo è con noi. È da qui che viene la domanda al governo italiano: e adesso? Vogliamo solo sapere se quel paese non è più una priorità per l’Italia e programmare altrove gli investimenti”.

Per questo, per i giovani che continuano ad andare in Egitto nonostante il governo italiano si sforzi di fermarli, per continuare ad avere una voce autorevole che ricordi ogni giorno Giulio Regeni e chieda verità. Per tutto questo, non servirebbe togliere Giampaolo Cantini dall’inutile parcheggio alla Farnesina e mandarlo sulla prima linea del Cairo?