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Usa 2016

Hillary e Donald: due ricette per l’economia

3 Nov 2016 - Marco Magnani, Fosco Riani - Marco Magnani, Fosco Riani

This is not an ordinary time and this is not an ordinary election. Queste parole, pronunciate da Hillary Clinton nel secondo dibattito televisivo con Donald Trump, ben sintetizzano la peculiarità di queste elezioni presidenziali.

L’intera campagna elettorale è stata caratterizzata dallo scontro tra personalità piuttosto che dalla competizione tra due visioni diverse per il futuro degli Stati Uniti. Ciononostante, i programmi dei due candidati presentano forti differenze. Soprattutto nell’agenda economica. E ciò avrà un peso nella scelta elettorale dei cittadini statunitensi.

Gli statunitensi votano guardando al portafoglio
Lo slogan di James Carville, consigliere di Bill Clinton nelle elezioni del 1992, è sempre attuale. Gli statunitensi votano con il portafoglio. Secondo un recente sondaggio di CBS News/New York Times, per un terzo degli elettori crescita e occupazione sono i temi che più influenzeranno il voto.

La preoccupazione per l’economia potrebbe sembrare immotivata. Dopo la grave crisi finanziaria del 2008 e la contrazione del Pil l’anno successivo, negli Stati Uniti è tornata la crescita, sono stati creati quasi 10 milioni di posti di lavoro e l’inflazione è stabile intorno all’1,5%.

Ciononostante, la ripresa presenta alcune fragilità. Negli ultimi otto anni il tasso di disoccupazione è passato dal 10% al 4,9%, ma 14 milioni di cittadini hanno abbandonato la forza lavoro. E la crescita media della produttività si è ridotta significativamente. Ancora una volta l’economia sarà importante nell’urna.

Il fenomeno più preoccupante è l’aumento della diseguaglianza, economica e sociale. Anziché essere diffusa, la crescita si è concentrata solo in certi settori, aree geografiche e classe sociali. Agli straordinari successi dell’hi-tech della Silicon Valley e del biomedicale di San Diego si contrappongono la crisi dell’automotive a Detroit e il declino del manifatturiero nella Rust Belt. I gap sono aumentati e con essi tensioni, ansie e senso d’incertezza. Soprattutto della classe media.

A fronte di indiscutibili storie di successo, negli ultimi decenni le condizioni economiche di molti statunitensi sono peggiorate. Il reddito medio dei lavoratori dipendenti è diminuito e le persone con un’istruzione limitata faticano sempre di più a trovare buoni posti di lavoro.

Clinton vs. Trump: l’agenda economica prevarrà sugli scandali?
I tanti scandali personali e punti di debolezza dei due candidati, combinati con l’azione dei SuperPacs – i Political Action Committee che possono raccogliere e spendere enormi quantità di denaro – e il crescente peso dei social networks, hanno contribuito a spostare l’attenzione dai contenuti alle emozioni e a personalizzare eccessivamente lo scontro elettorale.

Tuttavia, Trump e Clinton propongono risposte molto diverse su temi quali lavoro, crescita, tasse, spesa pubblica, immigrazione, commercio. Per creare posti di lavoro la candidata democratica punta su un aumento della spesa pubblica per investimenti in infrastrutture, formazione professionale, energia pulita.

Clinton è inoltre favorevole all’aumento del salario minimo federale (oggi di 7,25 dollari l’ora), a rivedere la legislazione sull’immigrazione e a promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso un miglioramento delle condizioni di congedo parentale (Trump prevede solo il congedo di maternità), dell’offerta di servizi per l’infanzia e la diminuzione delle spese per l’istruzione, in primis quelle universitarie.

Le proposte di Trump, meno articolate, prevedono massicci investimenti in difesa e infrastrutture promettendo un aumento del tasso di crescita fino al 3,5% e 25 milioni di nuovi posti di lavoro in dieci anni.

Su tasse e spesa pubblica le differenze tra i due candidati sono in gran parte in linea con le tradizioni dei rispettivi partiti. I democratici prevedono investimenti pubblici e miglioramenti della previdenza finanziati con aumenti delle tasse; i repubblicani, strenui oppositori del big government, promettono un taglio delle imposte.

La Tax Foundation stima che con Trump i contribuenti risparmierebbero in media 1.818 dollari l’anno e con la Clinton ne verserebbero 176 in più. È tuttavia interessante come nessuno dei due enfatizzi i rischi dell’enorme debito pubblico.

La proposta fiscale è forse la parte più dettagliata e chiara del programma di Trump. Prevede per le imprese un taglio drastico dell’aliquota dal 35% al 15%. Alle persone fisiche si promette una forte semplificazione, con riduzione a sole tre aliquote: 12%, 25% e 33%.

Ciò diminuirebbe il carico fiscale per i contribuenti in tutte le fasce di reddito – oggi l’aliquota marginale più elevata è del 39.6% – ma ridurrebbe anche la progressività del sistema. Inoltre il calo delle entrate fiscali – stimato tra 4,4 e 5,9 trilioni di dollari in dieci anni – avrebbe conseguenze pesanti sul debito pubblico.

La Clinton invoca aumenti delle tasse per redditi superiori ai 250mila dollari e agevolazioni per le classi più deboli. Sul lato corporate, agevolazioni per le imprese che condividono i profitti con i dipendenti, aumento delle imposte sulle plusvalenze a breve termine al fine di incoraggiare investimenti a lungo termine e sanzioni fiscali per le aziende che delocalizzano.

Dal Nafta al Ttip, il commercio internazionale divide i candidati
In campagna elettorale Trump ha accusato molti partner commerciali degli Stati Uniti di concorrenza sleale. Le soluzioni proposte sono introdurre dazi e tariffe, rinegoziare il trattato di libero scambio nordamericano Nafta e rimettere in discussione i progressi fatti su quelli con l’Asia, Tpp, e l’Europa, Ttip. Questa linea è in chiara rottura con quella tradizionale repubblicana su globalizzazione e commercio internazionale.

Le posizioni di Clinton in materia di libero scambio sono meno nette e per questo sono state attaccate con successo dal rivale. Da First Lady la candidata democratica ha sostenuto il Nafta e da segretario di Stato ha appoggiato il Tpp definendolo il nuovo gold standard, salvo poi dichiarare di non essere soddisfatta dell’accordo raggiunto.

Anche sul Ttip la Clinton è divenuta più critica rispetto al passato. Il suo equilibrismo cerca di mantenere il consenso degli elettori centristi e al contempo conquistare l’ala liberal del partito che alle primarie ha sostenuto Bernie Sanders, molto critico degli accordi commerciali.

Passando invece alla politica monetaria, negli ultimi anni, la Fed ha attirato le critiche di entrambi i partiti per il ruolo nel salvataggio delle banche dopo la crisi del 2008, per la presunta eccessiva sintonia con Wall Street e per l’uso aggressivo e prolungato del quantitative easing.

Tuttavia, le posizioni della Clinton e di Trump sulla Banca Centrale americana sono state ambigue e altalenanti. La prima non si è espressa nel merito sulla politica monetaria ma si è limitata a criticare la revolving door tra banche d’affari e Fed che crea conflitti d’interesse tra il settore bancario e i suoi regolatori.

Il secondo, dopo aver accusato Janet Yellen d’inadeguatezza e la Fed di mantenere i tassi d’interesse bassi per motivazioni politiche, è in seguito divenuto più prudente nei suoi giudizi. Anche per non essere percepito come contrario alla politica monetaria espansiva, che aiuta la crescita e favorisce le esportazioni americane mantenendo il dollaro debole.

Gli scandali hanno eccessivamente personalizzato questa campagna elettorale, ma l’agenda economica influenzerà molto il voto degli americani. It’s the economy, stupid rimane di grande attualità.

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