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Putin centometrista o maratoneta?

La forza della Russia alla prova dei tempi lunghi

13 Mar 2016 - Paolo Calzini - Paolo Calzini

Il ritorno di Mosca sulla scena internazionale, caratterizzato da un risoluto utilizzo dei mezzi militari nella conduzione della politica estera, è un evento insieme di notevole rilievo ed inatteso, che ha provocato forte preoccupazione nelle cancellerie occidentali, confrontate a un’iniziativa che mira esplicitamente a riequilibrare il sistema dei rapporti tra stati nel contesto mondiale.

L’uso dei militari annuncia la mobilitazione nazionale
Attivo su diversi fronti, il governo di Putin ha saputo, per generale riconoscimento, far ritrovare al paese un ruolo globale, facendo leva su una strategia allo stesso tempo aggressiva ed efficace.

Pesantemente ridimensionata dalla sconfitta subita nella guerra fredda, la Russia è stata in grado di compiere un primo importante passo per superare quella riduzione a mera potenza regionale, nella quale era stata confinata.

Dopo l’intervento in Ucraina, che ha assunto un grande valore emblematico, grazie alla riannessione della Crimea, Mosca è passata, dando prova di rilevante capacità operativa, all’appoggio diretto al governo alleato di Assad in Siria, assicurandosi una posizione decisiva per la gestione di quel conflitto.

Si è trattato, in ambedue i casi, di operazioni portate avanti con particolare destrezza, approfittando delle esitazioni degli Stati Uniti e degli alleati europei, nella certezza che non vi sarebbero state, in nessun caso, da quella parte, azioni di contrasto sul piano militare.

Anche se parlare di una svolta a senso unico della strategia intrapresa da Mosca appare prematuro, siamo senza dubbio di fronte a un rilancio ispirato a nuovi parametri della politica estera russa.

Alla base dei recenti successi, figura una linea d’azione fondata su un dichiarato apprezzamento dello strumento militare nella conduzione dei rapporti internazionali. Il venir meno dell’atteggiamento di cautela, che nel recente passato aveva di norma caratterizzato l’azione politico-diplomatica di Mosca, non deve stupire più di tanto.

Il ricorso all’uso della forza, in una situazione giudicata di potenziale minaccia all’interesse nazionale russo, si conferma in piena continuità con una pratica comune alla storia del paese, sia in epoca zarista che sovietica. Questa pratica e stata fatta propria dal presidente Putin, rivelatosi artefice convinto di una piena rivalutazione delle funzioni delle forze armate, nel quadro di una campagna di promozione, a tutti i livelli, di una cultura patriottico-militarista.

Nel motivare una conduzione della politica estera ispirata alla realpolitik, interpretata in chiave difensiva-offensiva, Mosca fa riferimento a esigenze, ritenute imprescindibili, di sicurezza. La nozione di sicurezza adottata in questa occasione presuppone uno stretto collegamento ai diversi livelli dell’impegno militare, politico, economico e sociale, in vista di un generalizzato processo di mobilitazione delle risorse materiali e umane del paese.

Una mancata riuscita della linea di attivazione delle energie nazionali, rilevano osservatori sia russi che occidentali, potrebbe far si che un’operazione oggi vincente, possa rivelarsi in prospettiva un successo solo temporaneo.

Impegni troppo gravosi?
Molteplici e di varia natura, in effetti, risultano gli interrogativi riguardo alla capacità e all’opportunità di proseguire nel corso intrapreso, insistendo in una politica di forza proiettata su un così esteso campo d’azione.

La Russia di Putin, con il carico di problemi irrisolti che pesano sull’assetto interno del paese, si trova ad agire da una posizione di relativa debolezza rispetto alle altre grandi potenze, in un contesto dominato da un’aspra competizione fra gli stati.

Il documento di dottrina strategica internazionale, varato nel novembre del 2015, non fa mistero dell’apprensione di Mosca di fronte alla prospettiva di dover tener testa al rafforzamento del dispositivo della Nato sul fronte europeo, al centro del continente. È in quest’area cruciale dello spazio post-sovietico, infatti, a ridosso dei confini nazionali, che si giocherà, in rapporto agli sviluppi della crisi ucraina, una partita decisiva sotto il profilo della sicurezza per la Russia.

Procede nel frattempo, sul fronte della Siria, l’azione di Mosca diretta ad assicurarsi una base di influenza in Medio Oriente, in una situazione di grande confusione caratterizzata dal faticoso processo di cooperazione in corso fra Russia e Stati Uniti, solidali nella lotta al terrorismo islamico nonostante le persistenti divergenze strategiche.

Si tratta di un’iniziativa carica di incognite, considerata la difficoltà di arrivare a un congelamento dei conflitti endemici in una regione strutturalmente instabile, distinta dalla presenza di una molteplicità di attori tradizionalmente divisi da interessi contrastanti.

Scontata la soddisfazione del governo russo, e in primo luogo del presidente Putin, per i benefici ottenuti sul piano della legittimità politica, grazie all’abilità dimostrata facendo ricorso con successo allo strumento militare nella promozione dell’azione diplomatica, resta aperto il problema di come salvaguardare le posizioni di potere guadagnate in sede internazionale in questa fase.

I limiti di una politica per diversi aspetti azzardata, tesa a sfruttare in situazioni di emergenza le opportunità offerte da una congiuntura favorevole sotto il profilo dei rapporti di forza, sono evidenti. Occorre a questo proposito aver chiara la distinzione fra l’abilità sul piano tattico di reagire a eventi imprevisti nel breve periodo, e la capacità di affrontare in una prospettiva strategica, a lungo termine, le tendenze di fondo del periodo.

Nell’attuale congiuntura, caratterizzata da grandi cambiamenti, una cosa è certa: la Russia, in tempi forse anche non troppo lontani, vedrà messe a dura prova le sue ambizioni di grande potenza globale da una somma imprevedibile di sfide sia interne che internazionali.

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