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Medio Oriente

La geopolitica saudita dietro il caso Al Nimr

2 Gen 2016 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

L’Arabia Saudita inaugura il 2016 giustiziando 47 persone accusate di terrorismo: oltre ad affiliati ad Al-Qaeda, spicca il nome di Nimr Baqer Al Nimr, il religioso di Awamiya leader della protesta sciita che nel 2011 scosse la regione orientale saudita.

Al-Nimr è stato condannato con l’accusa di “sedizione” e di “disobbedienza al sovrano”. Già si segnalano contestazioni di piazza fra l’est saudita e il Bahrein.

Al-Nimr e gli sciiti sauditi
Al-Nimr è stato condannato per “sedizione” e “disobbedienza al sovrano”. Si susseguono i venerdì di protesta degli attivisti sciiti dell’est saudita: se la sentenza venisse eseguita, per i sauditi “il prezzo da pagare sarebbe pesante”, ha già commentato il viceministro degli esteri dell’Iran, Hossein Amir Abdollahian. Dati i forti legami transnazionali fra le comunità arabo sciite, specie nel triangolo Arabia Saudita-Bahrein-Iraq, queste parole non hanno solo una componente propagandistica.

La comunità sciita saudita vive una condizione dicronica marginalizzazione religiosa, socio-politica e geografica: gli sciiti sauditi (tra cui non solo duodecimani, ma anche ismailiti e zaiditi del sud) sono di fatto discriminati da esercito, polizia, incarichi pubblici e possono manifestare limitatamente la loro fede.

La confessione sciita è maggioritaria nella regione orientale saudita (fra il 10 e il 15% della popolazione nazionale): qui si concentrano le risorse petrolifere, ma la disoccupazione supera la già alta media nazionale.

Gli epicentri della sollevazione del 2011 furono Qatif e Awamiya, il villaggio natale di Al-Nimr, che fu arrestato nel 2012 insieme al nipote Ali, minorenne al momento dei fatti contestati e anch’egli fra i condannati alla pena capitale. Gli scontri, in cui morirono almeno venti cittadini sciiti, furono duramente repressi da polizia e Guardia nazionale, mentre un’analoga operazione militare spegneva la sollevazione a maggioranza sciita del vicino Bahrein.

Protesta politica e minaccia terroristica
Al-Nimr ha spesso accusato gli al-Saud di tirannia, così come gli al-Khalifa del Bahrein, senza però incitare apertamente alla violenza: al contrario, il religioso di Awamiyaha spronato i suoi sostenitori alla ribellione non-violenta contro gli autoritarismi.

Il potere di Riad – fondato sull’alleanza tra dinastia regnante e clero salafita – ha delegittimato il discorso di Al-Nimr, innanzitutto politico, accusandolo di settarismo nonché di complicità con il “nemico iraniano”.

Al di là degli steccati di setta, Al-Nimr ha anche auspicato la caduta del regime dell’alawita Bashar Al-Assad. Additando il complotto esterno, la narrativa di Stato propagandata da Riad nega l’arabità della comunità sciita saudita così come la legittimità delle sue rivendicazioni, assecondando quel retroterra linguistico-culturale in cui trova spazio la violenza jihadista che nel 2015 ha già colpito due celebrazioni sciite fra Qatif e Damman.

Tra l’altro, gli sciiti dell’Arabia saudita guardano tradizionalmente all’ayatollah iracheno Alì Al-Sistani, molto distante dalla concezione khomeinista. Gli attivisti sciiti dovrebbero essere giustiziati insieme ad affiliati ad Al-Qaeda (per un totale di 52 persone): questa contemporaneità mostra come il potere saudita voglia sovrapporre e confondere, agli occhi del suo popolo, protesta politica e minaccia terroristica.

Lo strumentale settarismo saudita
La logica settaria occupa oggi un ruolo fondamentale nel discorso politico dell’Arabia Saudita, anche a livello regionale. Da tempo, l’esistente dicotomia fra sunniti e sciiti viene esasperata da Riad per fini politici di egemonia mediorientale: una visione divisiva che vuole ricondurre strumentalmente tutti gli sciiti a una presunta identità etnica persiana, dunque percepita come ostile.

Questa strategia culturale influisce sulle scelte di politica estera e di sicurezza del regno saudita, come testimonia la formazione di una “coalizione militare islamica contro il terrorismo”, annunciata da Mohammed bin Salman, ministro della difesa e vice principe ereditario.

Infatti, l’ipotetica alleanza guidata da Riad esclude i paesi mediorientali a governo sciita (Iran, Iraq, Siria) e mette in imbarazzo quelli in cui gli sciiti sono attori politico-militari decisivi (Libano) o forti minoranze (Pakistan), trasformandosi, di fatto, in una potenziale alleanza anti-sciita, al pari del progetto di esercito unico arabo, ora bloccato.

L’unica coalizione militare araba già operativa sta bombardando le milizie sciite dello Yemen. Inoltre, qualsiasi alleanza anti-terrorismo è destinata a rimanere sulla carta – o a fungere solamente da campagna d’immagine – senza una preliminare definizione degli obiettivi considerati terroristici (che fare con i Fratelli Musulmani?).

La decisione di re Salman sul caso Al-Nimr indicherà la direzione futura della politica regionale saudita: inasprimento del conflitto indiretto con l’Iran o allentamento delle tensioni mediorientali. Il sovrano potrebbe anche temporeggiare: così lascerebbe strumentalmente aperti tutti gli scenari mentre, fra Damasco e Sana’a, si negozia per provare a ricomporre le crisi regionali più acute.

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