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Medio Oriente

L’Italia cerca di ricostruire il puzzle libico

8 Dic 2014 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

L’Italia è pronta a dare il suo contributo per una soluzione della crisi libica, in prima battuta attraverso lo strumento politico e negoziale, non escludendo tuttavia un impegno militare sotto l’egida delle Nazioni Unite nel caso fosse necessario un intervento di peacekeeping.

Questo quanto ha dichiarato il 26 novembre scorso il nuovo Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, seguito, il 3 dicembre, da Matteo Renzi che ha trovato il sostegno di Usa, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Ue e Onu per affrontare con decisione la questione libica. Anche se le posizioni restano distanti, il 9 dicembre le diverse anime libiche proveranno a tornare al tavolo negoziale con la mediazione dell’Onu.

Gas libico in Italia
La cautela di Gentiloni è dovuta ai numerosi interessi italiani in Libia, concentrati essenzialmente in tre settori: quello economico, quello sociale e quello della sicurezza.

Dal punto di vista economico è sufficiente ricordare gli stretti rapporti energetici tra i due paesi: il giorno prima delle affermazioni di Gentiloni, l’Energy information administration (EIA) statunitense confermava l’Italia tra i principali importatori di greggio libico, assieme a Germania e Francia, e unico importatore di gas.

A seguito del danneggiamento dell’impianto di liquefazione di Marsa al-Brega, il gasdotto Greenstream che collega Mellitah a Gela è l’unico canale di fornitura ancora in funzione, sebbene a intermittenza, facendo dell’Italia l’unico beneficiario del gas libico.

Tuttavia, la crisi libica ha avuto effetti negativi sul commercio tra i due paesi: i dati recentemente comunicati dall’Istituto per il commercio estero italiano evidenziano come nel primo semestre del 2014 l’interscambio si sia dimezzato, passando dai 6,085 miliardi di dollari del 2013 ai 3,280 di quest’anno.

Inoltre, se le esportazioni italiane sono diminuite del 7,5%, quelle libiche hanno subito un vero e proprio crollo (-64,4%), a causa del frequente blocco dei terminal petroliferi e la conseguente interruzione delle forniture.

I preoccupanti dati economici sono accompagnati da una vera e propria emergenza sociale che si traduce sul territorio italiano in un aumento del fenomeno dell’immigrazione. Secondo Frontex, l’agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne, la Libia è uno dei luoghi in cui ha origine la Central Mediterranean Route, rotta migratoria del Mediterraneo centrale che vede nell’Italia il principale punto di approdo.

A preoccupare è anche l’aumento del fenomeno terroristico e del rischio associato all’esplosione delle tensioni libiche: il vuoto statuale post-gheddafiano ha causato la proliferazione di milizie e gruppi che hanno enorme influenza in un panorama così frammentato come quello libico.

Zampino egiziano in Libia
Il rischio terrorismo è particolarmente significativo in tutto il Nord Africa, dove la nascita di diverse formazioni e la loro affiliazione all’autoproclamatosi “Stato islamico” fa crescere i timori per un rapido deterioramento delle condizioni di sicurezza.

Ciò è particolarmente evidente in Egitto: alla ricerca di una legittimità interna, il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi è preoccupato per la convergenza tra i gruppi terroristici libici e quelli egiziani.

Il Cairo non si è limitato a proporre soluzioni per la crisi libica, cercando di escludere gli islamisti e coinvolgendo a livello diplomatico i principali attori regionali (come evidenziato dalle recenti visite di Stato del Presidente al-Sisi a Roma e Parigi), ma avrebbe anche preso parte al conflitto.

Nonostante le smentite, l’Egitto è stato infatti accusato di aver offerto sostegno logistico alle operazioni aeree degli Emirati Arabi Uniti effettuate ad agosto contro le postazioni di milizie islamiste in Libia; e di aver compiuto raid aerei nel mese di ottobre a Bengasi in supporto alle milizie del generale Khalifa Haftar, impegnate nell’operazione Karama (dignità) contro gli islamisti.

L’azione egiziana conferma quanto sostenuto dal Ministro degli Esteri libico Mohamed al-Dairi: la Libia è divenuta un campo di battaglia tra le differenti potenze regionali. L’Egitto è uno dei principali attori coinvolti assieme ad Arabia Saudita ed Emirati per contrastare il sostegno che Qatar e Turchia offrono alle milizie islamiste.

In tale contesto, gli attentati del 13 novembre scorso contro l’ambasciata egiziana e quella degli Emirati evidenziano i rischi di un coinvolgimento troppo marcato nelle vicende libiche.

Vicinanza tra Italia e Algeria
Per risolvere la crisi libica, esistono tuttavia delle alternative meno rischiose e maggiormente improntate al dialogo. Tra queste, oltre all’iniziativa della Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia guidata dal diplomatico spagnolo Bernardino Leon, vi è la mediazione algerina.

Da diversi mesi Algeri si sta offrendo di ospitare un incontro tra le diverse fazioni libiche coinvolte nella crisi. L’iniziativa, annunciata a settembre dal Ministro degli esteri algerino Ramtane Lamamra, ha incontrato alcuni ostacoli a seguito dell’invito (smentito da Algeri) fatto pervenire a ex esponenti del regime di Gheddafi. Tra questi vi è Ahmed Gaddaf al-Dam, ex consigliere e cugino dello stesso dittatore, rifugiatosi al Cairo a seguito del rovesciamento del regime.

Qualora vi fossero gli spiragli per una ripresa della mediazione algerina, l’iniziativa è degna di essere sostenuta, poiché in linea con una concezione più inclusiva delle differenti parti politiche libiche. La visita ad Algeri del Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi il 2 dicembre scorso, potrebbe aver avvicinato ulteriormente l’Italia all’Algeria, convincendola ancor di più della necessità di sostenere questo ulteriore sforzo di mediazione.

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