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Svizzera

Se il fisco diventa più trasparente

16 Nov 2014 - Cosimo Risi - Cosimo Risi

Svizzera vuol dire fisco leggero. Vuol dire banche impenetrabili fino a anni addietro e ora in procinto di aprirsi alla trasparenza.

L’opacità sta per finire grazie all’accordo Ocse sullo scambio automatico delle informazioni e con il patto Ue anti – evasione raggiunto al Consiglio Ecofin di ottobre.

La realtà ha tuttavia la testa dura e i negoziati continuano a svolgersi contemporaneamente e in varie sedi.

Trattativa Italia-Svizzera
Prendiamo la trattativa bilaterale fra Italia e Svizzera, che riceve assicurazioni ad alto livello di pronta conclusione e pur tuttavia sfora sistematicamente il calendario. Ora la fine si prevede per la primavera 2015.

Perché si negozia da due anni e passa e non si giunge all’accordo, malgrado le buone intenzioni delle parti? Qualcuno tergiversa, come lascia intendere certa stampa svizzera imputando la responsabilità all’Italia?

Su un punto l’Italia non ha potestà negoziale. La reciproca apertura dei mercati finanziari compete all’Unione europea ed è collegata al negoziato istituzionale che la stessa Unione ha in corso con la Svizzera.

I singoli stati membri possono intervenire ad adiuvandum e non in prima battuta. La proposta svizzera di negoziare l’apertura dei mercati con alcuni stati membri sul piano bilaterale, a titolo di contropartita dello scambio automatico delle informazioni, appesantisce la barca e rende difficile la manovra.

Per tornare all’essenza della trattativa, si tratta di stabilire un regime per il periodo transitorio che intercorre tra la conclusione dell’accordo bilaterale e l’entrata in vigore dello scambio automatico d’informazioni (Ocse standard). Quali e quante informazioni la nostra autorità fiscale può chiedere all’autorità svizzera?

Voluntary Discloure
La trattativa su questo punto s’intreccia con un provvedimento strettamente nazionale, che è quello in discussione al Parlamento con il nome di Voluntary disclosure (Vd).

Con la Vd, il legislatore offre la possibilità al contribuente, che abbia omesso di dichiarare le fortune depositate all’estero, di dichiararle pagando un certo ammontare e senza incorrere in sanzioni. La Vd funzionerebbe erga omnes e non sarebbe discriminatoria nei confronti dei paesi a fiscalità agevolata come la Svizzera.

Un altro legame resta in piedi a complicare il quadro: quello fra il trattamento dei dati bancari a fini fiscali e la fiscalità dei lavoratori frontalieri. Il legame risponde alla logica del pacchetto così cara alla diplomazia.

Sui frontalieri in Svizzera pesa l’applicazione dell’iniziativa costituzionale del 9 febbraio 2014 riguardo al “no all’immigrazione di massa”.

Peserebbe l’eventuale vittoria del referendum cosiddetto “Ecopop”, dal nome dell’Associazione per l’ambiente e la popolazione che lo promuove, che, analogamente, punta a limitare l’afflusso degli stranieri. La consultazione referendaria si celebrerà il 30 novembre e ha le principali forze politiche contro. Ma come insegna il precedente di febbraio, i sondaggi sono mendaci e la guardia è alta.

Futuro dei frontalieri in bilico
Di questo referendum si dice poco in Italia, ma i suoi effetti si cumulerebbero con quelli dell’iniziativa costituzionale. Il quesito recita letteralmente: “stop alla sovrappopolazione – sì alla conservazione delle basi naturali della vita”.

In omaggio allo sviluppo sostenibile, i promotori propugnano un tetto alla crescita economica e alla crescita della popolazione. Per questo vorrebbero fissare gli ingressi al limite coerente con lo sviluppo sostenibile. I frontalieri, anche se non residenti, rientrerebbero nel limite perché contribuiscono all’inquinamento e al sovraffollamento.

Molte variabili condizionano il quadro negoziale sui frontalieri al punto da renderlo poco prevedibile: applicazione dei contingenti e della preferenza nazionale ex iniziativa del 9 febbraio; limiti ex referendum del 30 novembre; modifica della fiscalità.

Ecco che i frontalieri divengono oggetto di una partita così complessa da oscurare il dato sociale. Si tratta di oltre 60mila persone, le cui vicende si riflettono sul benessere dei 400 comuni di provenienza prevalentemente lombardi. Il Ticino, per parafrasare un nostro responsabile politico, è il primo datore di lavoro della Lombardia.

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