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Svizzera

Il Ticino chiude su Expo

1 Ott 2014 - Cosimo Risi - Cosimo Risi

Nuova ondata di referendum a Berna e dintorni. Alcuni con portata federale e altri cantonale. Di rilievo per i rapporti con l’Italia è quello indetto – come gli altri il 28 settembre – nella Repubblica Cantone Ticino, su iniziativa della Lega Ticinese, che riguarda il finanziamento che il Cantone dovrebbe versare all’allestimento del padiglione svizzero all’Expo.

La cifra in questione è tutto sommato modesta, attorno ai 3 milioni di euro, ma il significato dell’iniziativa la dice lunga sull’atteggiamento del Cantone riguardo all’esposizione milanese.

Al voto ha partecipato poco più del 50% degli elettori, il 54% dei quali si è opposta al finanziamento del padiglione Expo. Il Consiglio di stato (governo) ticinese non può impegnare fondi pubblici per il padiglione all’Expo.

Lo stesso Consiglio di stato aveva però in serbo un “piano B”, scattato appunto con il voto, che prevede la copertura almeno parzialmente della spesa tramite privati assieme al fondo Swissloss, finanziato dalle lotterie. I privati metteranno a disposizione un milione di euro per essere presenti nel padiglione. Una somma che potrebbe crescere.

Il risultato del voto non ha conseguenze pratiche. Il Ticino partecipa all’Expo, sia pure in forma non strettamente ufficiale. La comunità d’affari si prepara a intercettare quella parte di traffico che guarderà alla Svizzera meridionale come al retrovia della Lombardia.

Corrente anti-italiana?
Il referendum ha però un significato politico da non sottovalutare. Nella presentazione dei sostenitori del referendum e ora della maggioranza degli elettori, Expo è la plastica rappresentazione di un’Italia che non funziona. Teatro di sprechi e malversazioni da cui è bene tenersi lontano.

Inoltre, è la seconda volta in pochi mesi che il Cantone si esprime in modo sfavorevole all’Italia. A febbraio votò massicciamente per il “no all’immigrazione di massa” e il voto lasciò trasparire in filigrana la riserva sull’afflusso dei nostri lavoratori frontalieri.

Pensare a una corrente anti-italiana nel solo Cantone totalmente italofono della Confederazione sarebbe eccessivo e fuorviante. L’analisi deve considerare i fattori interni del voto: la strisciante e ora aperta pressione nei confronti della Svizzera e della parte germanofona, responsabili di pensare al loro “particulare” trascurando le regioni di frontiera.

AlpTransit
Il tasso di sviluppo diverge fra la varie parti della Confederazione, ma quello di disoccupazione si sta riducendo fino a portare il Ticino vicino alla media nazionale del 3%. I collegamenti al di qua e al di là delle Alpi sono difficili. Il progetto AlpTransit (la più lunga galleria d’Europa) faciliterà gli spostamenti nord-sud su rotaia. Questi si fermeranno a Chiasso se il versante italiano non si attrezza.

I ticinesi completano per tempo le tratte di loro pertinenza, mentre quelle italiane si bloccano per qualsiasi motivo: dal fermo giudiziario alla mancanza di fondi.

Il messaggio che arriva a Berna sembra essere: “Noi in Svizzera facciamo quanto necessario per stare in un contesto sempre più europeo, voi dall’altra parte dichiarate molto e realizzate poco”.

Sullo sfondo è la grande questione dei rapporti con l’Unione europea. La critica all’Italia è mossa a uno stato membro fondatore che si schiera al fianco delle istituzioni europee per richiamare la Confederazione al rispetto dei patti. Non ha corso la richiesta svizzera di rinegoziare l’accordo sulla libera circolazione delle persone. La partita a tre prosegue.

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