IAI
Svizzera, Italia e Ue

Pochi, maledetti e subito non basta più

28 Ago 2014 - Cosimo Risi - Cosimo Risi

Il negoziato fiscale fra Italia e Svizzera è vecchio di alcuni anni. Gli svizzeri amano ricordare che cominciò col Governo Monti per proseguire col Governo Letta, e hanno la speranza di chiuderlo col Governo Renzi.

Al negoziato bilaterale s’intreccia la pista multilaterale, con Ocse e Unione europea. La Svizzera accetta i parametri generali Ocse in materia di scambio automatico delle informazioni sui conti bancari. Sancisce cosi la fine del segreto bancario, dopo il progressivo avvicinamento agli standard internazionali cominciato con la stratégie de l’argent propre.

Lo scambio automatico scatterà nel 2016. Cadranno di conseguenza alcune restrizioni, mentre rimarranno altre legate alla fiscalità agevolata sulle imprese. L’insieme delle black list che sovrintende agli scambi con la Confederazione si semplifica e non si azzera. Almeno non ancora.

Multilaterale o bilaterale?
Rimangono in piedi i contenziosi miliardari fra alcune banche svizzere da una parte e Stati Uniti e Francia dall’altra. Oggetto della contesa è la pretesa responsabilità delle banche, e personalmente di alcuni dirigenti, nell’incoraggiare l’evasione fiscale nei paesi considerati.

E d’altronde proprio dal contenzioso cogli Stati Uniti che la Confederazione trasse motivo per giungere alla soluzione generale del problema. L’accordo Fatca, dal nome della legge americana poi estesa a livello internazionale con una serie di stati, prevede precise disposizioni per lo scambio d’informazioni bancarie e fiscali.

Prosegue il negoziato con l’Italia. Il Parlamento italiano discute la proposta di legge sulla cd voluntary disclosure, volta ad incoraggiare quanti detengano capitali fuori a emergere volontariamente.

Poiché la misura non discrimina i paesi terzi, quanti abbiano capitali non dichiarati in Svizzera potranno emergere senza subire particolari appesantimenti. Il clima volgerebbe al bello anche in questo campo e l’Italia potrà recuperare un certo ammontare di capitali. E allora perché continuare a negoziare bilateralmente con scambi di visite fra i due paesi a vari livelli?

La principale ragione sta nell’iniziativa costituzionale del 9 febbraio 2014 sul “no all’immigrazione di massa”. L’iniziativa impegna il Consiglio federale (il Governo) ad adottare le conseguenti misure legislative. E non solo.

A notificare all’Unione europea (Ue) che la stessa iniziativa, con la normativa che ne verrà, contrasta con l’accordo sulla libera circolazione delle persone. Questo andrà rinegoziato.

Bruxelles respinge la domanda svizzera a stretto giro di posta, con l’argomento che se cade la libera circolazione delle persone, cadono gli altri accordi: viene messo in discussione l’intero impianto dei rapporti Ue – Svizzera in materia di partecipazione al mercato unico. I danni per la Svizzera sarebbero considerevoli. La sua integrazione nel sistema europeo è tale da avere superato il punto di non ritorno.

Respingere la domanda svizzera non significa chiudere alle trattative. Altre porte possono aprirsi, ad esempio con l’accordo istituzionale in via di negoziazione. La Commissione sta per cambiare, dovremo aspettare la nuova per una discussione ravvicinata.

Frontalieri, tasse e referendum
La proposta legislativa conseguente all’iniziativa pone paletti quantitativi e di principio alla libera circolazione dei lavoratori, frontalieri compresi. Nel 2017, quando scadrà il periodo di grazia, se qualcosa non cambia nell’ordinamento, la Confederazione sarà meno aperta riguardo ai lavoratori stranieri ed ai frontalieri.

Il Cantone Ticino, dove prevalentemente si dirigono i nostri frontalieri, ne chiede la riduzione. Il loro numero, cresciuto a dismisura negli anni sotto i colpi della crisi economica, preme sul mercato ticinese del lavoro e lo rende meno accessibile ai lavoratori locali. A causa certamente del differenziale fra le economie di provenienza e di accoglienza.

A causa pure – secondo gli Svizzeri – della fiscalità sui frontalieri che, risalendo ad accordi conclusi negli anni settanta, agevolerebbe il fenomeno degli spostamenti brevi. Bisogna inserire in priorità la fiscalità sui frontalieri nel negoziato fiscale generale. Anzi, quello dei frontalieri diventa “il capitolo”, senza il quale l’intero pacchetto non passerebbe in Svizzera.

Da una parte è la richiesta svizzera di rivedere l’accordo del 1974 sul ristorno fiscale e la convenzione del 1976 contro la doppia imposizione. Dall’altra è la riluttanza italiana a rivedere l’acquis mentre in Svizzera pendono mutamenti sullo status dei lavoratori e sui rapporti con l’Unione. Legislazione costante o legislazione in divenire? Come una volta a Giurisprudenza: de jure condito o de jure condendo?

Il Presidente del Ticino lancia la proposta che dovrebbe sparigliare il gioco. Prima che scada il periodo di grazia, allestiamo un referendum sul complesso dei rapporti Ue-Svizzera riscattandoli dal solo tema della libera circolazione delle persone. Un modo per riaprire il gioco con un rilancio. Un azzardo nella regione dei molteplici casinò? Non è detto.

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